Centri estivi, conti e solitudini: la giovane coppia senza nonni che non sa dove mettere i figli
Nelle nostre zone una settimana di centro estivo può costare da 60 a 180 euro a bambino, più mensa e trasporti. Cinquant’anni fa c’erano i nonni in casa, oggi le giovani coppie affrontano l’estate in ordine sparso, con un welfare che fatica ad adeguarsi
Quando si parla di “emergenza centri estivi”, la tentazione è quella di archiviare il tema come l’ennesima lamentela stagionale: qualche articolo, un paio di testimonianze, un titolo sul “caro campus” e via, in attesa che a settembre la scuola rimetta ordine nelle vite di tutti. Sarebbe un errore. Dietro quei costi che lievitano, dietro le corse di una giovane coppia che non sa dove lasciare i figli quando chiudono le aule, si nasconde una trasformazione profonda del nostro modo di vivere – e, soprattutto, di crescere i bambini.
Proviamo a restare coi piedi per terra, ancorati a numeri e fatti. Nelle nostre province, Fermo ed Ascoli Piceno, oggi, una settimana di centro estivo può costare, per ogni figlio, tra i 60 e gli 80 euro nelle formule più “popolari”: parrocchie, associazioni, orari ridotti, spesso senza mensa. Salendo di livello – attività più strutturate, orari più lunghi, qualche servizio in più – ci si attesta sui 90–120 euro. Per i summer camp a giornata piena, con proposte specialistiche (inglese, sport intensivi, laboratori artistici), le cifre oscillano tra i 130 e i 180 euro a settimana. A questi importi vanno aggiunti, non di rado, i costi di mensa, eventuali gite, materiale. Non è una percezione: sono cifre che emergono in modo abbastanza uniforme dalle offerte diffuse sul territorio e dalle esperienze dirette delle famiglie.
Ora, fermiamoci un istante e facciamo un conto molto semplice. Una giovane coppia con due figli che voglia garantire, poniamo, quattro settimane di centri estivi a orario decente, non una vacanza di lusso: poniamo una media di 100–120 euro a settimana per figlio. Significa, per un mese, un esborso complessivo nell’ordine di 800–1.000 euro, senza considerare eventuali extra. Per molte famiglie, in un’area dove i redditi sono spesso medi o medio-bassi, dove il lavoro è talvolta precario, si tratta di una cifra che si avvicina pericolosamente a un secondo affitto, o a una buona parte di uno stipendio.
Questa non è una “percezione nostalgica”: è una sproporzione oggettiva tra redditi e costo dei servizi che accompagna il tempo libero dei bambini. E il confronto con “quando ero piccolo io” non serve a costruire un paradiso perduto, ma a illuminare la natura del cambiamento. Cinquant’anni fa, in moltissime famiglie marchigiane, i nonni abitavano letteralmente sotto lo stesso tetto o a pochi metri di distanza. La famiglia allargata non era un concetto sociologico, era una disposizione concreta degli spazi: la casa sopra, la casa sotto, il cortile comune, il vicino che era quasi parente. Il problema di “dove mettere i figli” d’estate esisteva in forme diverse, ma trovava risposte immediate nella rete familiare.
Oggi quella rete è in gran parte saltata. I nonni vivono lontano, spesso in un’altra città; lavorano più a lungo rispetto alle generazioni precedenti; o, semplicemente, non hanno più le forze per sostenere da soli, per settimane, la presenza di nipoti piccoli. Le famiglie sono più piccole – meno fratelli, meno cugini, meno adulti disponibili – e la vita si svolge in appartamenti che non comunicano più tra loro se non per il tramite dei social. È mutato il paesaggio materiale e umano nel quale si collocano i bambini. Eppure il sistema dei servizi – scuola, enti locali, terzo settore – non ha ancora compiuto quel salto che trasformi un welfare “dei nonni” in un welfare “dei diritti”.
La giovane coppia che oggi vive tra Fermo e Ascoli Piceno, e che magari ha due lavori a tempo determinato, non si trova dunque davanti a un semplice problema organizzativo. Si muove dentro una contraddizione: da una parte la retorica pubblica che invita a fare figli, a “non aver paura del futuro”; dall’altra l’esperienza concreta di un’estate in cui ogni settimana va pagata, programmata, incastrata con turni, ferie, disponibilità occasionali dei parenti. Non è una lamentela astratta: è un’esperienza ripetuta, riconoscibile, verificabile in centinaia di storie simili.
Qui il rischio della strumentalizzazione è dietro l’angolo: usare il tema dei centri estivi per un ennesimo atto d’accusa generico contro la politica, o per un piagnisteo consolatorio sulle “giovani coppie” finite nel tritacarne. È proprio quello che bisogna evitare. La questione, se la guardiamo con un minimo di freddezza, è più semplice e più esigente: il modello sociale che funzionava quando in casa c’erano i nonni non esiste più; quello nuovo, fondato su servizi accessibili e ben organizzati, non è ancora stato costruito fino in fondo. La frattura, oggi, la pagano le famiglie – e in particolare i bambini.
Ci sono, certo, comuni che sperimentano formule gratuite o quasi gratuite per alcune fasce d’età, settimane di centri estivi coperti con contributi pubblici, convenzioni con associazioni e parrocchie. Non siamo di fronte al deserto. Ma la sensazione, fondata su dati reali, è che il quadro resti frammentato, a macchia di leopardo: molto dipende dal comune di residenza, dalla capacità di intercettare bandi, dalla buona volontà di qualche amministratore. È un mosaico, non un sistema. E in un mosaico, chi resta fuori dalle tessere colorate resta davvero fuori.
La domanda, allora, è meno emotiva e più politica – nel senso alto del termine: vogliamo continuare a considerare il tempo estivo dei bambini una questione privata, da risolvere tra una telefonata ai nonni, un sacrificio di ferie e qualche rata di centri estivi, oppure riconosciamo che qui si gioca una parte decisiva dell’eguaglianza di opportunità? Perché un bambino che può passare luglio in un contesto ricco di stimoli, socialità, gioco e cura non è “più coccolato”: è semplicemente messo in condizione di crescere meglio. E questo dovrebbe riguardare tutti, non solo chi può permetterselo.
Non si tratta, insomma, di trasformare in tragedia ciò che è un problema serio ma affrontabile. Si tratta di chiamare le cose con il loro nome: il “caro centri estivi” non è un’invenzione narrativa, è un indicatore. Ci dice che una parte del peso della cura dei figli è ancora scaricata quasi interamente sulle famiglie, e dentro le famiglie soprattutto sulle madri, mentre il discorso pubblico continua a proclamare la centralità della natalità e della “famiglia” come valore. Se vogliamo essere coerenti, occorre passare dalle parole alle strutture: politiche tariffarie progressive, programmazione territoriale e non episodica, reti stabili tra scuole, comuni, associazioni.
C’è un ultimo punto importante, da guardare con sincerità: cinquanta anni fa, quando i nonni vivevano in casa, avevamo anche meno libertà personale, meno possibilità di spostarci, meno occasioni per costruirci una vita autonoma. Non sto dicendo che quel modello fosse migliore, né che dobbiamo tornare indietro a quel tipo di società. Si tratta di riconoscere che le conquiste di oggi – lavoro femminile, autonomia delle giovani coppie, mobilità geografica – hanno un costo in termini di rete di sostegno. O quel costo lo assume la collettività, costruendo un welfare all’altezza del presente, oppure continuerà a scaricarsi, silenziosamente, sulle spalle di chi ha deciso, nonostante tutto, di mettere al mondo un figlio.
Il problema, dunque, non lo abbiamo inventato per riempire una pagina: ci è già esploso in casa. Sta a noi decidere se ascoltarne il rumore.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Source link


