In quegli anni nel nostro paese il consumo di vino era piuttosto elevato. Nelle campagne e nei piccoli centri, mancando altri diversivi, forse più che altrove. Ad Aliano tutti quelli che avevano qualche carica saranno accusati e, a loro volta, accuseranno gli avversari di bere troppo. Primo fra tutti, si vedrà, Don Luigino. Proprio lui che nella notte di Natale del 1935 – se, come credo, Levi non ha inventato l’episodio- caccerà da Aliano il povero Don Trajella accusandolo di ubriachezza. [1] Come è noto, nel Mezzogiorno era diffusa l’abitudine di organizzare serate fra amici nella cantina dell’uno o dell’altro. Il documento citato ci riporta al paesaggio sonoro di quelle conversazioni – così erano chiamate- durante le quali si mangiava e, fra un bicchiere e l’altro, si dava sfogo ai pettegolezzi e agli odi di fazione. Qualche accusa, come quella di nittismo, era abituale in quegli anni nella regione che per oltre un decennio era stata tutta per Francesco Saverio Nitti ministro dal 1913 e capo del governo nel tremendo biennio 1919-20. L’accenno a Francesco D’Alessio che aveva valorizzato i fascisti dell’ultima ora rientrava invece nel repertorio della fronda fascista. Qualche altro addebito sarà confermato dai carabinieri. Il podestà effettivamente costringeva la popolazione a rifornirsi dal suo negozio dove vendeva di tutto e prezzi più alti che in città. Era anche vero che l’abitato era più sporco che mai e che, senza più muri di cinta, il cimitero è ridotto a pascolo.[2] Per completezza va però detto che in condizioni non molto diverse si erano ridotti negli anni di guerra quasi tutti gli altri paesi. Naturalmente chi più risentiva di quelle vessazioni erano i concorrenti. Come Luigi Garambone, omonimo e cugino di Don Luigino, che denunziando le intimidazioni fatte ai pochi clienti che, nottetempo, si servivano ancora da lui racconterà che il sindaco aveva detto a uno di costoro: “Io non ti sposo, va’ da Garambone a farti sposare, dove hai comprato la roba”. Oltre a monopolizzare il commercio cittadino, il podestà favoriva una sua amante pagandole per il locale adibito a municipio – uno stanzone buio, annerito dalla sporcizia e dal tetto di tavole sconnesse- una cifra eccessiva.[3] A sua volta la donna si riteneva in diritto di minacciare i clienti infedeli informandoli che rischiavano “qualche rappresaglia”. Dopo aver raccolto una quindicina di testimonianze fra i cittadini più “ragguardevoli”, nel gennaio del 1929 Scelsi è quindi sospeso dalla carica a causa – recita il decreto – dell’ostracismo dato ai venditori forestieri e delle “minacce, angherie e vessazioni” per imporre ai cittadini di fare acquisti nel suo negozio. Non sarà facile sostituirlo. Dalla prefettura si fa il nome del ricchissimo avvocato Corrente che per sedici anni era stato segretario comunale di Aliano e di un sarto, ma il primo è troppo anziano e il secondo poco istruito. Si dà allora l’incarico a un graduato della milizia che risiede fuori paese ma, a causa delle forti nevicate, a una settimana dalla nomina costui non è ancora arrivato e perciò si cerca qualcun altro. Sarà il comandante dei carabinieri di Matera a fare al prefetto il nome di Luigi Garambone, un ventiquattrenne, celibe, cofondatore nel 1923 del fascio cittadino. Diplomatosi maestro, per cinque anni aveva fatto l’istitutore prima ad Assisi e poi Mantova nel collegio “Benito Mussolini”, ma non vedeva l’ora di tornare in paese. A suo favore pesa anche la buona condizione economica che lo rende disponibile a prestarsi gratuitamente a esercitare la carica di commissario prefettizio. Il suggerimento è accolto e, ad appena un mese dalla nomina – 25 aprile 1929- il prescelto comunica al capo della provincia di aver eliminato da Aliano “i mali principali che riguardavano soprattutto l’igiene” obbligando i proprietari ad imbiancare le abitazioni nere e sporche sia all’esterno che all’interno. E poi aggiunge in perfetto stile mussoliniano: I privi d’iniziativa, coloro che accusano l’ambiente come fattore immutabile e quindi ineducabile, dubitavano sulla riuscita. Concetto errato. Basta volere. Ho raggiunto lo scopo in pochi giorni: Aliano ha mutato aspetto: è bianco candido sorridente in mezzo ai secolari ulivi che lo circondano; ed il popolo approva il mio operato dicendo: è stato fatto per il nostro bene. Secondo il mio modo di vedere si dovrebbe cercare ogni mezzo per rendere i centri rurali belli e con tutte le comodità necessarie per una vita civile: scopo questo atto al raggiungimento del volere del nostro amato Duce: il non abbandono dei centri rurali. Trovando il contadino nel suo paesello bello tutte le comodità, gli svaghi atti al miglioramento spirituale, si affeziona ad esso e vi rimane ben volentieri. Questo voglio Eccellenza, ed io raggiungerò in pochi mesi, sono sicuro, ciò che i miei predecessori non seppero ottenere dopo anni ed anni perché essi tenevano la carica non con lo scopo di sacrificarsi per il bene di tutti, ma con il solo scopo di nuocere con la carica i (sic) nemici personali. Ciò detto, passa in rassegna, senza farne i nomi, i propri nemici personali. Primo fra tutti il segretario politico, che è anche presidente dell’associazione combattenti, esattore e tesoriere del comune, fiduciario degli agricoltori e agente della Banca Agricola Italiana e quindi crede di comandare il paese. Eppure, aggiunge, costui non era mai stato fascista e, una volta ottenuta irregolarmente la tessera, si era dato al sabotaggio dell’operato del fascio cittadino circondandosi di individui dediti al vino e dalle meschine capacità. Fra questi: il deposto podestà, un sarto ignorante e presuntuoso, un calzolaio pazzoide e un socialistoide genovese dall’oscuro passato piovuto in quelle contrade. Il motivo per cui lo ostacolano era presto detto: la sua operosità mette in luce la loro inerzia di ex amministratori. Non che lui cercasse vendetta, ma voleva “abbattere gli sfruttatori del partito e innalzare i disinteressati, i veri patrioti che hanno compreso l’idealità fascista”. Due mesi dopo il neo commissario aggiorna il prefetto sul suo programma. Riecheggiando ciò che Mussolini e la propaganda di regime predicano sulla “ruralizzazione dell’ltalia”[4] e sulla conseguente lotta all’urbanesimo, traccia il suo programma per dare ad Aliano “quelle comodità che la vita di oggigiorno richiede”: energia elettrica, una strada rotabile, un ambulatorio antimalarico e un palazzo comunale con annesse scuole elementari. Intanto ha fatto trasferire le due classi elementari in aule più adatte e si impegna a vigilare sull’adempimento dell’obbligo scolastico al quale la maggioranza dei bambini sfugge perché sono “dai genitori sfruttati fin dalla più tenera età e non manca il caso che bambini di 6 o 7 anni di età vengono adibiti a guardiani di un numeroso gregge di pecore o capre”. La sua passione dominante, pur insistendo a dirsi “alieno da ogni personalismo”, è però quella di far luce sulle pecche degli odiati predecessori. Chiede perciò l’invio di un funzionario che controlli la contabilità degli anni 1913-1928 e metta fine al “disordine sovietico” dell’archivio comunale.[5] A fare i nomi dei nemici che Garambone ha indicato senza nominarli penserà con un esposto un suo sostenitore, Nicola Viggiano che si dichiara “il maggior contribuente ed il più grande mutilato di guerra” di Aliano. Sono l’ex podestà Nicola Scelsi, il suo vice Luigi Mele e il segretario politico Pietro D’Angelo. Sono loro, a suo dire, che, nelle tante serate passate fra una cantina e l’altra, creano partiti nel partito, studiano piani e forgiano ricorsi contro “il bravo e giovane commissario prefettizio”. L’esposto, si accerterà, non è apocrifo ed effettivamente i tre sono coalizzati contro il commissario[6]. Su richiesta del prefetto è chiamata a prendere posizione sulle beghe di Aliano anche il segretario provinciale del PNF. Da ciò che questi dirà viene fuori una levianissima storia di lotta fra clan. Proviamo ad accennarvi. A suo parere il dissidio fra commissario e segretario politico si è acuito quando l’ex podestà, sospeso su ricorso dell’ex segretario politico Andrea Guarini, si è vendicato facendolo processare per truffa e millantato credito. Per comprendere la vicenda bisogna sapere che il Guarini è padre del cognato di Garambone e lo Scelsi ha agito in accordo con il segretario del fascio D’Angelo e con l’ex arciprete, il gaudente predecessore del povero Don Trajella. È vero – dice il federale – che l’ex podestà, illudendosi di tornare al potere, alimenta la tensione, ma Garambone, “violento e di temperamento partigiano e vendicativo”, non è da meno e meglio sarebbe chiamare un forestiero a estraneo all’ambiente della reggenza del comune.[7] Ancora più nettamente tale ostilità si delineerà al momento di scegliere, dopo la pausa commissariale, il nome del podestà. Fra i candidati designati dalla federazione non c’è infatti Don Luigino, ma il dottor Scardaccione (il leviano Gibilisco) lo zio delle farmaciste abusive e l’eterno studente di legge che nel Cristo è l’avvocato P. Il comando dei carabinieri non ha da obiettare sul medico, ma si pronunzia in modo critico sul futuro avvocato. Il “buon ragazzo”, che nella narrazione leviana cerca di continuare in paese la vita goliardica di Bologna, è un giovane che i vizi hanno ridotto in precarie condizioni di salute. Dedito al bere è inoltre “poco autorevole” a causa delle condizioni di salute, della famiglia d’origine e della tendenza a dissipare la fortuna – mezzo milione di lire – che erediterà, secondo il lascito di uno zio, solo quando e se conseguirà la laurea.[8] Della nomina di Garambone a podestà non parla nessuno. Anzi alcuni anonimi gli attribuiscono favoritismi, sperpero di denaro pubblico e noncuranza per le opere di consolidamento dell’abitato. Un esposto giunto dall’America è così liquidato dai carabinieri: gli emigrati non possono sapere ciò che accade nel loro paese a meno che dei “malefici non facciano loro credere cose opposte al vero”. Secondo questo teorema è impossibile che le informazioni siano date da persone oneste e veritiere. Grazie alla protezione dell’Arma e, soprattutto, del prefetto, Don Luigino è quindi confermato commissario prefettizio. Il rappresentante del governo nella città dei Sassi è in quei mesi l’ex squadrista Vincenzo Oliveri, un protetto di Nicola Sansanelli, il leader del fascismo campano e lucano -era nato a Santarcangelo- segretario generale del PNF dal novembre 1922 all’ottobre dell’anno successivo e poi gerarca di lungo corso a Napoli. Riferiamo questi particolari per dar conto della trafila di relazioni esistenti in questo territorio dagli echi corti nel quale anche i podestà di villaggio avevano -dovevano avere- protettori altolocati. Oliveri era arrivato allo scanno prefettizio – su cui siederà fra il luglio 1929 e il maggio 1931- dopo aver fatto il federale di Matera per circa un anno. Alcuni fascisti gli dedicheranno un pamphlet celebrandone la corruttibilità, Garambone gli scrive con rinnovato zelo di aver realizzato ciò che ai suoi predecessori sembrava impossibile: un monumentino ai caduti della Grande Guerra. Non è un capolavoro, aggiunge posando a modesto nell’invitarlo, ma ricco di significato per quanto «semplice sì come coloro che seppero morire da eroi». Certo della sua benevolenza, in una lettera del giugno 1930 assicura di avere scrupolosamente vigilato, come gli è stato chiesto, su tutto e su tutti convincendosi che se non si prendono provvedimenti «il Fascismo è destinato a scomparire» da Aliano. Tutto compreso nel ruolo di zelante guardiano, Don Luigino indica con nomi e cognomi gli autori della terribile minaccia. Il segretario politico e la sua cricca, vale a dire l’ex podestà e un certo Guglielmo Strassera, un genovese là trapiantato, che, dichiaratosi antifascista, farebbe circolare voci allarmanti sulla politica finanziaria del regime. Mi creda Eccellenza, ho venticinque anni, sono forse il più giovane della provincia a ricoprire una carica tanto delicata, ma ho una fede, sono stato educato ad una Fede: al culto del Fascismo, ed agisco pel maggior trionfo di questo, ho sacrificato tutto pel Fascismo, ho mutato l’aspetto, in un anno, del mio paese natio, il popolo mi ama, adesso parlo, perché stanco dell’opportunismo sfacciato del locale Segretario Politico che invece di essere un mio collaboratore intralcia ogni mia iniziativa. L’E.V. già aveva disposto, dopo una mia relazione verbale, a cambiarlo, ma ancora niente. In simile stato di cose io non posso più coprire la carica, se non mi si dà un fedele collaboratore, un fascista di fede sicura.[9] Due mesi dopo questo accorato e ricattatorio appello, un fattaccio di cronaca smuove la situazione. La giovane moglie di un emigrato denunzia il segretario politico per stupro e di essere rimasta incinta. L’accusato dice invece che il rapporto era stato consenziente e che la donna sarebbe stata indotta dal podestà, di cui è parente, ad andare dai carabinieri e giura vendetta. Effettivamente l’episodio serve a Don Luigino per ottenere l’allontanamento del rivale, un avvocato, e diventare l’incontrastato dominus del paese. Naturalmente mettendo il prefetto al corrente dell’accaduto fa notare che la donna violentata è moglie di un fascista della prima ora e che è la popolazione, gelosissima in fatto di onore, a chiedere che lo stupratore sia rimosso dalla carica. Bisogna, sostiene, darle soddisfazione in modo che sappia «che il fascismo prende subito provvedimenti pei soci che non seguono quella idealità morale voluta dal nostro Duce magnifico».[10] Oggi possiamo dire con certezza che mai riferimento fu così infelice e inappropriato visto che il duce fu, piuttosto, un predatore sessuale di cui neanche Claretta Petacci, la donna che lo seguirà fino all’ultimo giorno, era riuscita a calcolare gli -si fa per dire- amori.[11] Naturalmente il podestà propone anche l’uomo che deve sostituire il reprobo: Pasquale Guarini, ex sottotenente dei reparti d’assalto e fascista della vigilia; come lui maestro elementare e -ma questo non lo dice- a lui cognato. Si tratta del Nicola Cuscianna leviano ed effettivamente l’ex ardito partirà per l’Africa. Verosimilmente perché costretto dalla moglie Cristina (donna Caterina nel romanzo) che voleva sottrarlo alle insidie amorose della bella farmacista.[12] Nessuno sembra interessato ad appurare se la donna abbia o no subito violenza, ma il contrasto fra commissario e segretario politico arroventa Aliano al punto da far pensare al maggiore dei carabinieri al comando del gruppo e allo stesso prefetto di destituire l’uno e l’altro.[13] Cambieranno idea e nel dicembre dello stesso anno Don Luigino che, nel frattempo si è sposato facendo così cadere anche l’ultimo possibile ostacolo nella marcia verso il potere, è nominato podestà con una lusinghiera presentazione del prefetto: grande equilibrio, buona volontà e tenacia nel migliorare le condizioni del comune, tatto nel conquistarsi le simpatie dei concittadini. Varie perplessità aveva manifestato invece la federazione fascista per l’incompatibilità che si sarebbe creata qualora Garambone fosse stato nominato – come accadrà – anche maestro nel suo comune. Con la nomina del cognato a segretario politico il trionfo è completo e una volta che l’ha ottenuta la sua attività di amministratore precipita nella routine. Aliano continua, intanto, a essere isolata dal resto del mondo; anche con la frazione di Alianello cui è unita da una mulattiera che si snoda sui cigli dei burroni e sulla quale si verificano smottamenti e incidenti spesso mortali. [14] Né migliore è la situazione nell’abitato. Nel novembre 1933, dopo abbondanti piogge, il rione Plebiscito è minacciato dalle frane e solo dopo esservi costretto dal genio civile il podestà fa l’ordinanza di sgombero. [15] Malgrado così allarmanti segnali non si consolida l’abitato e nella primavera successiva, dopo tre giorni di pioggia, la Madonna degli Angeli, l’unica chiesa del paese, finisce nei burroni sottostanti. Il crollo avviene di notte e non si hanno vittime. Intanto un altro luogo simbolico in cui l’intera comunità si riconosce forse più che nella chiesa, l’ufficio postale – tratto d’unione con la Aliano dispersa nelle Americhe ed erogatore del poco denaro che circola fra i contadine – appare pericolante e dovrebbe essere spostato in periferia.[16] Ma il podestà si oppone e dopo qualche lavoro di consolidamento, l’ufficio rimane dov’era in attesa del disastro successivo.[17] “Qui – racconterà allo scrittore Don Trajella parlando del crollo della Madonna degli Angeli – ci sono continuamente le frane. Quando piove, la terra cede e scivola, e le case precipitano. Ne va giù qualcuna tutti gli anni. Mi fanno ridere con i loro muretti di sostegno”.[18] Ha ragione. Un nuovo crollo arriverà due anni dopo, a pochi mesi dal proscioglimento di Levi. Nel soccorrere i tre operai sepolti dalle macerie, un altro confinato, Vincenzo Mocchegiani, si segnala accorrendo fra i primi e lavorando per sette ore, fino a quando tutti non saranno tratti in salvo. Nel “Cristo” è il “muratore comunista di Ancona, un ottimo ragazzo” che sa fare di tutto e al quale tutti vogliono bene. Tutti tranne Don Luigino che gli fa scenate perché parla con i contadini di darwinismo e gli proibisce di consumare i pasti con un altro confinato.[19] Dopo l’atto eroico, i carabinieri lo propongono per un attestato di pubblica benemerenza; potrà averlo solo dopo aver accertato che il riconoscimento avrebbe fatto buona impressione sulla popolazione e sui fascisti.[20] Ma è l’incuria per il mantenimento delle poche “comodità” finalmente arrivate a segnalare l’inadeguatezza del podestà. Nel settembre 1931 ad Aliano arriva l’illuminazione, tre anni dopo la Società Lucana per le Imprese Idroelettriche la sospende per mancato pagamento della quota per l’avvio del servizio e dei consumi.[21] La questione si risolve con l’intervento della prefettura, ma nell’aprile del 1934, accampando ragioni familiari e professionali, il podestà si dimette. Ai primi di maggio cambia idea, “per aderire – scrive – alle continue preghiere che gli verrebbero da concittadini ed autorità”.[22] Dopo questa mossa viene a cadere ogni obiezione di incompatibilità fra il ruolo di maestro, quello di podestà e quello di direttore – di fresca nomina – della locale agenzia del Banco di Napoli. Scongiurate le dimissioni, le migliori referenze gli vengono, ancora una volta, dai carabinieri, ma anche dalla milizia e dalla federazione le cui dirigenze sono cambiate e danno un lusinghiero giudizio sul suo operato proponendolo per la riconferma a podestà.[23] Quando questa arriva – nel febbraio del 1935 – scriverà al prefetto che intende continuare a prodigarsi per il comune seguendo la via “di rettitudine, onestà e purezza di sentimenti voluti dal Duce”.[24] La documentazione, già lacunosa per alcuni anni, è quasi del tutto mancante per il biennio 1935-1936 al cui interno si collocano gli otto mesi del soggiorno di Levi ad Aliano, ma grazie al suo “Cristo” possiamo sapere cosa vi accadde. Vediamo cosa succede invece dopo la sua partenza ai personaggi noti e meno noti del romanzo. Non senza aver prima annotato che quelli ivi citati, sia pure con uno pseudonimo, sono più di quanti se ne possano contare nella documentazione qui esaminata che, come si è visto, si occupa quasi soltanto del podestà e dei suoi amici e nemici. Era così in tutta la regione. Per tutto il ventennio fascista, in base alla popolazione dei vari paesi, solo di qualche decina di Luigini si hanno tracce, come produttori o soggetti di scrittura, nella documentazione ufficiale. Tutti gli altri era come se non esistessero e se ne faceva il nome solo in caso di eventi particolarmente drammatici. E così sappiamo di Vincenzo Maselli, un bambino di sei anni, forse fra quelli che si disputavano il privilegio di aiutare Levi nel trasporto di tele e cavalletto, perché nel dicembre del 1936 muore precipitando in un burrone. Di quattro altri bambini, sempre di Aliano, portati via dalla difterite nell’ottobre del 1937 non sappiamo nulla. Non si doveva sapere nulla. La maestra che aveva segnalato l’epidemia all’Ente Pugliese di Cultura, che gestiva l’asilo “Casa dei bambini” – uno dei vanti di Garambone – era stata diffidata infatti dal direttore a non propalare la notizia, pena gravi provvedimenti disciplinari. E la maestra dovette rettificare che non di difterite s’era trattato ma di “scarlattina complicatasi”.[25] Si poteva mentire sulle cause della mortalità infantile, ma non nasconderne la gravità. D’altronde le testimonianze al riguardo erano numerose. La dottoressa Luisa Levi aveva raccontato al fratello ciò che aveva visto nei Sassi di Matera: bambini tracomatosi, faccine grinzose e pance gonfie, creature ridotte a pelle e ossa dalla dissenteria o da malattie tropicali come la febbre nera.[26] Non erano esagerazioni dettate da sentimenti antifascisti, le segnalazioni fatte in quegli stessi anni dalle autorità sanitarie erano altrettanto agghiaccianti. Nel 1934 il medico provinciale segnala, infatti, che il 60% dei nati non supera i due anni e che per ogni cinque decessi quattro riguardano bambini dai due ai cinque anni. A parte ogni altra considerazione, commenta, ciò peserà sul reclutamento dei futuri soldati. Il funzionario insiste sull’ignoranza delle madri in fatto d’igiene e alimentazione infantile, ma non riesce a nascondere la natura di classe di un fenomeno che, soprattutto nella stagione della mietitura, si accanisce sulle famiglie contadine: Avviene così che le madri si recano in campagna, portando seco i figlioletti che non [hanno, ndr] a chi affidare e che devono, pertanto, vivere forzatamente una vita che non si addice ai loro teneri organismi. Costretti a dormire su di un letto di fortuna, talvolta appena coperti da un pagliaio, alimentati con pane stantio, con pietanze a base di conserva o di forte, senza avere a disposizione, molto spesso, che dell’acqua torbida, raccolta in vasche o pozzanghere inaridite, esposti al sole cocente, alla polvere ed al terriccio che si innalzano dalle aie e dalle biche, questi bambini hanno i primi disturbi gastroenterici. I genitori, costretti dall’ansia e dalla miseria a non perdere neppure un’ora per porre al sicuro il raccolto, frutto di un anno di fatica e di sudore, non si preoccupano per nulla della diarrea comparsa (anzi talvolta non la vedono neppure) e quel tenero intestino ha tempo di fermentare e di rovinarsi. Solo il quadro feriale richiama l’attenzione delle famiglie che allora soltanto si affannano, corrono, pregano ma invano: la tomba è aperta per raccogliere un’altra fanciullezza stroncata. La stessa scena si verifica per i lattanti, costretti a subire, attraverso l’allattamento, le stesse vicende di un’intensa giornata lavorativa: latte accaldato prodotto da organismo deperito (talvolta anche preda della malaria), cibi incongrui, dati per l’ignoranza e per sopperire alle deficienze del seno; il risultato è lo stesso, con uno scenario di sintomi pressoché simili.[27]
[1] C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, cit. pagg. 189-194.
[2] Ib., Ricorso contro il Podestà, nota del 20-9-1927.
[3] Ib. Relazione d’inchiesta a carico del Podestà di Aliano, sd ma gennaio 1929.
[4] B. Mussolini, a cura di E. e D. Susmel, Opera omnia, vol. XXIII, Dal discorso dell’Ascensione agli accordi del Laterano (27 maggio 1927 – 11 febbraio 1929), La Fenice, 1957, pag. 95.
[5] Ib., Lettere del commissario di Aliano al prefetto di Matera del 28 maggio e del 3° settembre 1929.
[6] Ib., Esposto Viggiani Nicola, nota del 1-9-1929.
[7] Ib. PNF. Commissario prefettizio di Aliano, relazione del segretario Michele Potenza del 2-10-1929
[8] Ib., Nomina a Podestà di Aliano, nota del 10-5-1930 e pp. 15-16 di, cit. Cristo si è fermato a Eboli.
[9] Ib., Riservata personale del commissario di Aliano al prefetto di Matera del 17-6-1930. Sul personaggio si veda anche quanto ne scrivono G. DE DONATO e S. D’AMARO in Un torinese del Sud: Carlo Levi: una biografia, cit. p. 129.
[10] C. LEVI, Cristo si è fermato a Eboli, cit. pag. 52
[11] M. Franzinelli, Il duce e le donne, Milano 2013.
[12] Ib., Segretario politico, 8-8-1930.
[13] Ib., Situazione di Aliano. Denunzia avverso il segretario politico, nota del prefetto in data 20-8-1930 e dei carabinieri in data 2-9-1930.
[14] Ib., Strada Aliano Alianello, nota del 19-9-1933.
[15] Ib., Aliano, consolidamento dell’abitato, nota del genio civile di Potenza del 30-11-1933.
[16] Ib., Aliano crollo della Chiesa, nota del genio civile di Potenza del 7-4-1934.
[17] Ib., Locale ricevitoria P. T. di Aliano, nota dell’8-5-1934.
[18] C. LEVI, Cristo si è fermato a Eboli, cit. p. 37
[19] Ib., pp. 46-47.
[20] ASM, Questura, I versamento, II Divisione, busta 27, fascicolo Mocchigiani Vincenzo.
[21] ASM, Gab. Pref., Ric. 90, b 28, Lettera del direttore della Società Lucana per le Imprese Idroelettriche al prefetto di Matera del 2- 12-1933
[22] Ib., Lettera al prefetto del 15- 4 e del 3-5-1934.
[23] Ib., Nota del 13-15 e 17-11-1934
[24] Ib., Nota del 3-3-1935.
[25] Ib., Note del 22-26 2 28-10-1937.
[26] C. LEVI, Cristo si è fermato a Eboli, cit. pp. 79-80.
[27] Cfr. di C. MAGISTRO, L’altra Africa, in (a cura di E. Luzzati) “Dalla parte degli ultimi. Padre Prosperino in Mozambico”, Torino 2009, p.80.
(Montescaglioso 1949), è laureato in lettere e ha insegnato Italiano e Storia nei corsi di scuola media per adulti a Torino.
Appassionato di storia regionale, si è interessato al brigantaggio, all’emigrazione transoceanica, alla figura di Francesco Saverio Nitti, al fascismo e alle lotte per la terra del secondo dopoguerra. Vari suoi saggi e articoli si possono leggere sulle riviste Bollettino Storico per la Basilicata, Basilicata Regione, Mondo Basilicata e su libri di autori vari (Soveria Mannelli 2008: Villa Nitti a Maratea. Il luogo del pensiero; Torino 2009: Dalla parte degli ultimi. Padre Prosperino in Mozambico; Potenza 2010: Potenza Capoluogo (1806-2006)).
Ha curato inoltre mostre foto-documentarie sull’emigrazione italiana, sugli stranieri in Italia, sulla vita e l’opera di F. S. Nitti, sulle donne al confino e sul confino degli omosessuali nel Materano. Quest’ultima è stata presentata finora in una quarantina di città e ultimamente a Firenze e a Cagliari nelle sedi regionali.
Ampliando la ricerca sul suddetto o tema ha poi pubblicato il libro Adelmo e gli altri. Confinati omosessuali in Lucania (ombrecorte, Verona 2019) andato presto esaurito.
Ha poi svolto un’ampia ricerca sugli stupri commessi nella regione negli anni del grande brigantaggio e sui femminicidi e gli omicidi commessi da donne. L’una e l’altra sono in speranzosa attesa di pubblicazione.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Cristoforo Magistro
Source link






