Quel 2 giugno 1946 a Montescaglioso in cui il 65% scelse la Repubblica…pioveva.


Domani celebreremo gli 80 anni trascorsi da quel 2 giugno 1946 in cui le italiane e gli italiani decisero nell’urna, con un referendum, che non era più tempo di monarchie. Scelsero la Repubblica. Con un voto (affluenza dell’89,08%) che non fu per nulla uniforme nel Paese e nemmeno in Basilicata. Infatti, l’Italia scelse la Repubblica con il 54,27% dei voti, contro il 45,73% della Monarchia. Mentre, in controtendenza rispetto al dato nazionale, in Basilicata prevalse la Monarchia con il 59,39% delle preferenze (158.345 voti), mentre la Repubblica ottenne il 40,61% (108.232 voti). Nel potentino la Monarchia risultò essere molto più gradita con il 60,14%, rispetto al materano dove il gradimento alla corona si fermo al 57,52%. Mentre la scelta della Repubblica fu effettuata dal 38,86% degli elettori del potentino e dal 42,48% di quelli del materano. A Potenza città ci fu un vero e proprio plebiscito per sua maestà con il 69,73%, mentre a Matera il gradimento per la corona si attestò al 54,97%. Insomma, non è che allora abbiam dato -come comunità regionale- un bel contributo alla fuoriuscita del Paese da quella forma istituzionale arcaica che tante responsabilità ebbe -per altro- nell’ascesa del fascismo. E nella tragedia che ne seguì. Tra i pochi comuni della Basilicata in cui la scelta per la Repubblica prevalse, ci fù Montescaglioso, in cui c’erano già quei germi che ne hanno fatto poi una comunità all’avanguardia delle lotte per il progresso delle condizioni dei lavoratori e per il consolidamento della fragile democrazia che stava muovendo i suoi primi passi. In proposito, ci è capitato di leggere -e la proponiamo a seguire ai nostri lettori- una bella riflessione di Maddalena Ditaranto proprio su quel 2 giugno 1946 a Montescaglioso, il suo amato paese di cui è stata anche per un periodo amministratrice. L’incertezza meterologica dell’incipit (c’era il sole?), subito  risolta da un immediato commento di chi ne aveva memoria (Rosaria Canterino: pioveva!) e dalla comune ovvia conclusione che un “referendum bagnato” non poteva che essere fortunato, apre all’esercizio di un intenso amarcord di quella giornata storica, ovviamente frutto del proprio vissuto umano e politico in quella realtà. Ma che ad un certo punto vira verso un raccordo con l’attualità, con riferimento agli sforzi che una nuova generazione di amministratori locali del territorio, prova a mettere in campo per fuoriuscire dalle secche di una realtà economica e sociale che non promette nulla ancora di buono. Un modo alquanto opportuno per non lasciare scadere la ricorrenza nel grigiore di una ritualità che rischia di spegnere quella che per Luca Sommi  è stata “Una bella rivoluzione“, che è il titolo da lui scelto per il  suo recente libro (con prefazione di Luciano Canfora) dedicato a “Una data che è l’atto di nascita della Repubblica Italiana. E l’inizio di una nuova Storia nazionale“. A seguire la riflessione di Maddalena Ditaranto e buon 2 giugno a tutti.

“Chissà se c’era il sole, quella mattina del 2 giugno 1946 a Montescaglioso, e in quali stanze del paese entrava e usciva quella fila continua di uomini e donne chiamati a scegliere se restare sudditi o diventare cittadini. Di sicuro in piazza non c’era silenzio: c’erano il chiacchiericcio eccitato, il rumore degli scarponi pesanti e quell’imbarazzo di chi si trova davanti a una cosa mai vista. Le donne avevano già votato pochi mesi prima, alle amministrative di primavera. Ma il referendum era un’altra faccenda. Non c’era solo da scegliere chi avrebbe amministrato il Comune: c’era da decidere che Italia sarebbe venuta dopo la guerra. Camminavano vicine, un mare di abiti scuri e fazzoletti neri, custodi di una civiltà antica e dolente che da poco aveva scoperto di avere una voce. E a qualcuna il cuore batteva più forte: una matita, fino a poco tempo prima, non l’aveva mai tenuta in mano; una tessera elettorale non l’aveva mai vista e ora, finalmente, la possedeva. Mentre gran parte del Sud si arroccava dietro la corona e Matera sceglieva i Savoia col 54,97%, nella provincia non mancò una piccola geografia repubblicana: Irsina, con un risultato straordinario, poi Pisticci, Calciano, Grassano e Bernalda. Montescaglioso fu dentro quella minoranza lucida e coraggiosa, e seppe non subire il cambiamento, ma determinarlo: su 4.257 votanti, con 4.071 schede valide, ben 2.642 montesi scelsero la Repubblica, il 64,90%, lasciando alla monarchia 1.429 voti, il 35,10%. Appena ebbero la possibilità di scegliere, scelsero di diventare popolo sovrano. Un voto netto, venuto dai campi, dalla fame di terra, dalla stanchezza di restare sempre ultimi. Accanto a quella spinta popolare ci fu una classe dirigente locale intelligente e appassionata, capace di spiegare che un segno su una scheda poteva cambiare il futuro quanto un buon raccolto. Nelle strade, e nelle urne, risuonava il nome di Fausto Gullo, il “ministro dei contadini”, che aveva promesso la terra a chi la lavorava davvero. Ma quel voto fu più largo e profondo di una sola appartenenza. I braccianti compresero che il re significava tenersi i vecchi padroni e restare con il cappello in mano; la Repubblica era l’unica scommessa per provare a cambiare destino. Quel giorno l’affluenza a Monte fu impressionante: 91,20%. Fu il momento esatto in cui i Cafoni scoprirono che potevano scegliere, con le proprie mani, il destino di un intero Paese. Quella rabbia antica, accumulata in secoli di sottomissione, non si trasformò in rassegnazione. Si trasformò in presenza, in partecipazione, in una voglia ostinata di contare qualcosa. La loro rabbia li portò dentro i seggi. Quella di oggi, troppo spesso, resta fuori. E questi numeri dovrebbero farci arrossire un po’. Allora si trattava di conquistare la terra, di strapparla al latifondo, di farla diventare destino comune e non privilegio di pochi. Proprio sui Tre Confini, tra Pomarico, Miglionico e Montescaglioso, passò una parte profonda di quella stagione di lotte contadine. “Se non è josc, è crè matìn: ma spart’ la terr all’ tre cunfin” era la canzone di chi non chiedeva un favore, ma costruiva una possibilità.  Oggi la sfida è diversa: non dividere la terra, ma rimettere insieme il territorio. E forse non è un caso che proprio da quei Tre Confini si possa ripartire: non come nostalgia, ma come fulcro. Un punto fisico e simbolico da cui guardare di nuovo ai paesi non come isole, ma come parti della stessa storia.

Da qui si apre una riflessione più grande, che Giulio Traietta ha rimesso sul tavolo con forza: la governance dei territori. Dentro questa prospettiva il lavoro di Francesco Mancini , nel tentativo concreto di tenere insieme amministrazione quotidiana e visione d’area, senza separare il destino di una comunità da quello delle altre. Perché da soli si rischia di accompagnare lo svuotamento, magari anche con ordine. Insieme, invece, si può mettere mano alle cose che decidono la vita quotidiana. Non basta condividere una stazione appaltante, un consorzio o qualche procedura. Serve organizzare davvero il territorio: fare in modo che la mensa scolastica funzioni, che il ciclo dei rifiuti sia gestito con efficienza, che i trasporti colleghino e non isolino, che l’assistenza arrivi dove serve, che un canile non sia un’emergenza eterna, che una piscina o un impianto sportivo non siano un lusso, che i servizi sociali, la sanità territoriale, il turismo, gli eventi e la manutenzione non dipendano ogni volta dall’eroismo di qualcuno. Io so di aver fatto un bel regalo ai miei figli: la possibilità di abbracciare i nonni ogni giorno, di esasperarli come da tradizione familiare, di giocare per strada, di sbucciarsi le ginocchia e combinare qualche guaio sotto gli occhi di una comunità intera. Ma più crescono, più la domanda diventa seria: possiamo davvero accontentarci dell’affetto, se poi rischiamo di sottrarre loro possibilità che i coetanei, in altre parti del Paese, considerano normali? Una comunità vive se riesce a tenere insieme radici e opportunità, legami e servizi, memoria e diritti quotidiani. “Il mondo è vicino da Chicago a qui”, scriveva Scotellaro. Oggi lo è davvero: sta in tasca, dentro uno schermo. Ma proprio per questo non basta sentirsi vicini al mondo, se poi restiamo lontani tra noi, incapaci di dare corpo a quella Costituzione materiale che nasce prima di tutto dalle forze reali della società. I nostri nonni non aspettarono che il cambiamento arrivasse da fuori. Indossarono il vestito della festa e, con le scarpe ancora piene di terra, andarono al seggio: invece di rifugiarsi nella comoda pigrizia della continuità, si lanciarono nel futuro. I montesi la capa tosta ce l’hanno almeno da ottant’anni. E sapranno essere all’altezza anche di questa sfida. Per domani, buona Festa della Repubblica. A chi ebbe il coraggio di sceglierla, e a chi oggi ha il dovere di non lasciarla diventare solo una ricorrenza!”


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 Vito Bubbico

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