Tonache, peccati, fosse biologiche e maccheroni


 

Tra il 1742 e il 1875, la cittadina lucana di Montescaglioso è stata teatro di vicende che mescolano il sacro, il profano e l’assurdo, come testimoniato dalle carte conservate nell’Archivio Diocesano di Matera relative ai peccati contro il sesto comandamento commessi dai membri del clero. L’aspetto più affascinante di questi scandali non risiede tanto nella trasgressione in sé, quanto nelle reazioni grottesche della popolazione e delle autorità ecclesiastiche. Di norma, la gente non si impressionava affatto agli amori proibiti dei religiosi. Anzi tendenzialmente si credeva che era meglio che il reverendo avesse una “commara” fissa così non avrebbe importunato le altre donne. In ogni caso era propensa a “lasciar correre”, intervenendo solo quando subentrava qualche motivo particolare o una superstiziosa paura collettiva.

Primo Atto: Il prete, la siccità e il tuffo nella fossa biologica                                                      Il primo e forse più tragicomico episodio si svolge nell’inverno del 1741, anno in cui l’Europa e il sud Italia erano flagellati da una gravissima siccità, e ha per protagonista il sacerdote Don Innocenzio D.. I poveri padri Cappuccini locali, nel disperato tentativo di ottenere dal Cielo la pioggia, si erano perfino disciplinati a sangue frustandosi pubblicamente. Tuttavia, la pioggia continuava a non arrivare, minacciando i raccolti e le greggi. La comunità, esasperata, individuò la causa di questa punizione divina nello scandalo della relazione del prete con una donna di nome Ippolita D., accusandolo di vanificare i sacrifici di sangue dei frati.                                                                                     Spinto dalle pressioni e dalla disperazione della comunità agricola, alle quattro e mezza del mattino di una notte di novembre, il vicario foraneo Don Marino Vinzi fu costretto a compiere un’incursione a casa della donna per cogliere i peccatori in flagrante. È qui che la vicenda raggiunge il suo apice grottesco: sorpreso nel trambusto notturno dagli inquirenti, Don Innocenzio tentò di sottrarsi all’arresto calandosi goffamente all’interno della fossa biologica situata dentro l’abitazione, da cui venne impietosamente tirato fuori e immobilizzato. Coperto di vergogna e di liquami, il sacerdote fu multato per duecento ducati, spedito nel carcere di Matera e scomparve per sempre dai registri parrocchiali, privando gli archivi della sua elegante grafia.                                                                        Secondo Atto: Il confessore e il buco nel confessionale                                                             Non meno surreale è la vicenda del 1822 riguardante Padre Bonaventura, un frate insignito del delicatissimo e ironico ruolo di “Confessore delle Monache”. Le gesta del frate emergono con cruda naturalezza durante un’indagine in cui l’inviato del Padre Provinciale si limita a verbalizzare, senza commenti, le confessioni della partner del religioso. Una donna raccontò che, mentre si confessava da lui, lo vide compiere attraverso la grata un “atto turpe che faceva colle sue mani” sussultando nel confessionale, per poi stringerle la mano mentre lei cercava di baciargliela in segno di rispetto. Un’altra testimone riportò di essere stata attirata in sagrestia e baciata dal Padre. Ma l’elemento più assurdo e innegabilmente grottesco di questa storia di sesso sacrilego risiede nei dettagli tecnici della sua tresca principale, andata avanti per anni con una malmaritata: la relazione culminava in accoppiamenti consumati direttamente in sagrestia, ma veniva mantenuta viva durante le confessioni grazie a un buco praticato appositamente nel confessionale attraverso il quale i due si intromettevano le mani. Diventa quasi ridicolo domandarsi come una tresca simile, con tanto di evidenti modifiche strutturali al legno degli arredi sacri, potesse avvenire nel silenzio generale senza che gli altri distratti confratelli si accorgessero di nulla.                                                                                            Terzo Atto: Maccheroni, bastonate e corna                                                                             L’ultimo episodio, datato 1875, sfocia nella commedia degli equivoci, smascherando l’incredibile ipocrisia delle istituzioni religiose. Protagonista è il frate cappuccino Giambattista, impegnato in una complessa relazione con una donna sposata di nome Maria. Una sera, con probabile intento goliardico, il frate si auto-invita a cena a casa della donna portando con sé un amico, proprio nel momento in cui il marito Saverio, un uomo di campagna appena tornato dai campi, sta per godersi la sua ristretta porzione di maccheroni.                                                                                                         Furioso per dover dividere il suo misero cibo con due intrusi arroganti, il marito scatena un putiferio. La lite per i maccheroni degenera: accorrono i fratelli del marito armati di lunghe mazze, bastonano brutalmente il frate alla testa e al volto, costringendolo a fuggire insanguinato verso casa. L’aspetto più grottesco di questa vicenda si manifesta nella sfacciata “doppia verità” costruita dal vicario istruttore. Nella relazione ufficiale, la violenta aggressione viene insabbiata e trasformata in un innocuo “schiamazzo”: il marito viene dipinto come un pio lavoratore pentito che chiede perdono per essersi alterato a causa della divisione del cibo, legata a un contratto di mezzadria che aveva con il frate, negando categoricamente ogni questione di “gelosia”. Ma nella corrispondenza segreta inviata al Vescovo, lo stesso giudice rivela senza mezzi termini la natura carnale della vicenda: il marito è dipinto come un “cornuto  consenziente anche so non contento” e la donna è indicata apertamente come “l’Amica” (l’amante) del frate, scampato per un soffio alla morte sotto le bastonate dei cognati.                                                                                                                 Il frate verrà punito con la sospensione a divinis per un anno, ma la vicenda si chiude con un epilogo tragicomico: vent’anni dopo, il vecchio Padre Giambattista è diventato “un mezzo scemo” che si trascina a fatica sulle gambe, zimbello dei ragazzini del paese. Eppure, ostinatamente, rischia di impazzire se non gli permettono di recarsi tutti i giorni in piazza per elemosinare la vicinanza o uno sguardo ai parenti di quel suo antico, tormentato amore che aspirava all’eternità.                                 Queste cronache, indi pendentemente dall’interesse che possono rivestire i fatterelli raccontati, sollevano un velo sui “rimedi” presi dalla comunità per contrastare la siccità del 1741. Le fonti fornite descrivono le specifiche credenze e pratiche penitenziali attraverso le quali la comunità cercava di dare una spiegazione e porre rimedio alla calamità naturale.                                                          Nello specifico, le fonti riportano le seguenti convinzioni e pratiche:il peccato come causa scatenante: La credenza principale della popolazione era che il persistere della siccità fosse una diretta punizione divina per i peccati commessi nella comunità, in particolare per lo “scandalo” provocato dalla relazione clandestina del prete Don Innocenzio D. con la sua amante. La gente era convinta che il comportamento del sacerdote offendesse Dio al punto da annullare l’efficacia delle preghiere.                                                                                                                  L’autoflagellazione propiziatoria: Per impietosire il Cielo e ottenere la “bramata pioggia”, i padri Cappuccini del paese ricorrevano a forme estreme di espiazione, sottoponendosi a punizioni corporali pubbliche e frustandosi fino a sanguinare (la cosiddetta “disciplina a sangue”). Le processioni invocative: Per combattere la mancanza di pioggia venivano organizzate cerimonie religiose mirate, come la processione contro la siccità tenutasi a Montescaglioso. Le fonti citano inoltre un altro rito particolare tipico di queste situazioni, ovvero la “Processione degli alberi” celebrata a Manduria.                                                                                                                        L’attenzione dei documenti si concentra esclusivamente su come la paura collettiva per le conseguenze climatiche (che minacciavano greggi e raccolti in vista dell’inverno) portasse la popolazione a cercare un capro espiatorio fra i membri del clero dal comportamento improprio. L’iniziativa di fare irruzione nella casa (che nello specifico era l’abitazione dell’amante Ippolita D., in cui si trovava il prete) non partì spontaneamente dalle autorità ecclesiastiche, ma fu il risultato diretto delle forti pressioni della comunità locale.                                                                                                                Le fonti indicano che il vicario foraneo, Don Marino Vinzi, fu verosimilmente indotto, se non addirittura costretto, dai fedeli a intervenire contro Don Innocenzio. Nel cuore della notte, alle quattro e mezza, il vicario venne infatti svegliato da alcuni “testimoni” del popolo che lo informarono di ciò che stava accadendo. L’incursione notturna si svolse con una larga partecipazione popolare, mossa dalla disperazione e dalla convinzione che lo scandalo provocato dal prete fosse la causa del permanere della siccità, rendendo così inutili le preghiere e i sacrifici dei frati Cappuccini.                                I I documenti suggeriscono che, se la decisione fosse dipesa esclusivamente dal vicario, molto probabilmente egli avrebbe continuato a far finta di nulla (dato che il prete e la donna vivevano alla luce del sole, praticamente more uxorio) o avrebbe quantomeno scelto un orario meno scomodo per agire.Tuttavia, pur trovandosi ad operare sotto l’evidente pressione della folla esasperata, il vicario si assicurò di mantenere il rispetto formale delle procedure: prima di dirigersi verso la casa della donna per cogliere il prete sul fatto, richiese espressamente l’assistenza del tesoriere (camerlengo) e di due fiscali, che svolgevano il ruolo di guardie o giudici.                                                         Nota: questa vicenda è già stata pubblicata, in forma narrativa più estesa, sulla rivista Mathera nel 2020

 


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 Cristoforo Magistro

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