Traiettorie dell’impresa fermana (III): ricchezza per chi?


C’è un paradosso al cuore della crescita fermana. Tra il 2015 e il 2024, il valore aggiunto per occupato (che esprime la produttività media dell’economia) cresce nella provincia di Fermo pressoché allo stesso ritmo che in Italia: circa il 21% in entrambi i casi. Eppure il valore aggiunto totale cresce a Fermo solo del 21%, contro il 32,8% nazionale. Come si spiega questa differenza di quasi 12 punti? Non con la produttività, che cresce a Fermo in linea con il dato (non certo esaltante) nazionale, ma dall’occupazione: l’Italia ha creato posti di lavoro, Fermo no.

Il divario nel valore aggiunto totale è interamente imputabile alla dinamica occupazionale. In Italia l’occupazione aumenta del 9,1% tra il 2015 e il 2024, pari a oltre 2,2 milioni di unità in più. A Fermo resta sostanzialmente ferma: da 71.600 a 70.700 occupati (dato 2023), –0,9%. La disoccupazione è scesa, più che altro per l’invecchiamento della popolazione che ha ridotto l’offerta, ma il territorio non sembra in grado di attrarre nuova forza lavoro.

La disaggregazione per settore rivela dove la forbice si apre. La manifattura è il caso più eclatante. A livello nazionale l’industria manifatturiera guadagna 158.000 addetti tra il 2015 e il 2023 (+4,2%). A Fermo, nello stesso periodo, ne perde 3.800 (–15,1%). Il distretto calzaturiero e il tessuto produttivo connesso cedono occupazione in modo strutturale, non congiunturale.

La conferma arriva dai dati sui redditi da lavoro dipendente per branca: nel tessile-abbigliamento-pelle-calzature le retribuzioni crescono del 3,4% nelle Marche contro il 17,4% della media italiana. Quattordici punti di divario in meno di un decennio: la massa salariale del comparto è quasi ferma in termini reali. Le imprese del distretto non sono uscite dal mercato — producono, esportano, resistono — ma lo fanno con meno lavoratori e retribuzioni sotto pressione. In superficie il settore registra un guadagno di produttività (+27,4% di valore aggiunto per occupato), ma si tratta in larga misura di un effetto denominatore: il valore aggiunto cresce poco (+8,2%), mentre gli occupati calano molto. I guadagni di produttività beneficiano i profitti molto più che i salari, probabilmente a causa dell’aumentato potere contrattuale delle griffe che sempre di più controllano il distretto.

L’agricoltura ha addirittura peggiorato la propria produttività: la crescita dell’occupazione ha superato quella del valore aggiunto, sostanzialmente fermo negli ultimi 10 anni. Questo ci dice che le filiere agricole locali, malgrado i molti esperimenti positivi in atto, continuano a soffrire e a non generare opportunità di reddito significative.

Le costruzioni raccontano un’altra storia. Il valore aggiunto del settore a Fermo balza del 71,6% tra il 2015 e il 2024. Un numero che sembrerebbe positivo, se non fosse quasi interamente spiegato dal Superbonus 110% e dagli incentivi fiscali per le ristrutturazioni che hanno dominato il triennio 2021-2023. Domanda indotta da trasferimenti pubblici, non investimento privato autonomo. Il settore ha assorbito occupazione (+16,2%), ma il picco è già alle spalle: nel 2024 il valore aggiunto delle costruzioni fermane scende da 262 a 244 milioni. Il forte divario tra crescita totale del valore aggiunto e occupazione riflette l’enorme aumento di profitti delle imprese, grazie al potere contrattuale fornito loro dalla scarsità dell’offerta.

Dove la manifattura arretra, è il settore pubblico ad aver tamponato l’emorragia occupazionale. Tra 2015 e 2023 l’occupazione nella pubblica amministrazione, istruzione e sanità cresce a Fermo del 22,9%, circa 2.200 posti di lavoro aggiuntivi, probabilmente a causa dell’invecchiamento della popolazione. Il valore aggiunto del comparto sale del 25%. Sono numeri significativi, ma strutturalmente fragili: la spesa pubblica non può essere il sostituto di lungo periodo della creazione privata di valore.

Manca invece il comparto che avrebbe potuto compensare il declino manifatturiero. I servizi ad alto valore aggiunto — attività finanziarie, professionali, digitali — crescono poco o niente. Le attività finanziarie marchigiane segnano addirittura una contrazione della massa salariale (–11,5% contro +14,8% nazionale). È l’assenza del terziario avanzato, più che il solo declino manifatturiero, la cifra strutturale del ritardo fermano. Il territorio ha tenuto la produzione, ma non ha costruito il successivo livello della catena del valore.

In sintesi, quella fermana non è un’economia ferma: ha migliorato la produttività, ha beneficiato degli incentivi edilizi, ha ampliato il settore pubblico. Ma la sua traiettoria è quella di un’economia che si ristruttura senza rigenerarsi: perde lavoro manifatturiero senza costruire in parallelo settori alternativi o un polo terziario avanzato, importa domanda pubblica per compensare il deficit privato, e vede i propri lavoratori nei settori storici (calzature) convergere verso retribuzioni sempre più distanti dalla media nazionale.

La domanda di politica economica che emerge non è solo “come far crescere il VA” — il VA cresce, anche se meno dell’Italia, ma “come far sì che chi lavora benefici di quella crescita” e “come sostituire i posti di lavoro manifatturieri persi con altra occupazione privata di qualità comparabile“. Finora, nessuna delle due domande ha trovato risposta nelle dinamiche di mercato.

Fonti: ISTAT, Conti Economici Territoriali (2015-2024); ISTAT, Rilevazione sulle Forze di Lavoro, serie provinciale (2015-2024); ISTAT, Redditi da lavoro dipendente per branca di attività, Marche e Italia (2015-2024)


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