Le parole terribili. Il gioco al massacro dell’italiano. Discorso semiserio ma non troppo


L’ultimo a dirlo – lo riporta la rivista Rollingstone – è stato Francesco De Gregori. Ci sono parole terribili, ha sottolineato. Che lui non sopporta più. Sottoscrivo e amplifico. E non credo che siamo soltanto in due. Il prof. Luca Ricolfi c’è tornato più volte sulla nuova dittatura del linguaggio, quasi di memoria orwelliana. Contro, ha stilato anche un Manifesto per la Libertà.

Ogni epoca, è vero, ha le sue parole d’ordine. Peccato che queste odierne siano le peggiori.

A fine anni Sessanta e poi in tutti i Settanta c’è stata la ricorrente parola “rivoluzione”, c’è stato il termine “progresso”, e poi la “modernizzazione”. Avevano contenuto. Eccome!

Oggi, invece, viviamo sotto il dominio di un lessico obbligatorio, una specie di dress code linguistico che ritroviamo nei giornali, nelle nostre aziende, nella politica, nei social e perfino e purtroppo anche nelle chiacchiere da bar.

Siamo stati conquistati!!! E guai a contestare, anche perché, appena pronunciate tali parole, quasi magicamente conferiscono un’aura particolare, una sorta di intoccabile rispettabilità a chi le usa. Ma sono parole che spesso significando tutto significano niente. Vogliamo ricordarle? Massì.

La regina assoluta del vocabolario contemporaneo è Inclusione. Nessuno sa esattamente dove cominci e dove finisca, ma tutti la invocano. Quasi come un sortilegio, una fatwa…

Un tempo, ricordo, si parlava di integrazione, accoglienza, uguaglianza. Troppo semplici? Attualmente, invece, bisogna dire “inclusione”. E tutto si supera… e si risolve?

Il termine possiede una qualità quasi miracolosa: chi lo pronuncia appare automaticamente buono, moderno e illuminato. Costruiremo un mondo talmente perfetto, nel linguaggio, che non avremo più bisogno della bontà! Neo filosofia.

Chi osa chiedere una definizione precisa dell’inclusione rischia invece di essere guardato con sospetto, come se avesse chiesto il certificato di nascita a Babbo Natale.

Procedemus. Ed eccoci di fronte ad un termine da orticaria: Resilienza. Prima era una proprietà dei materiali. Ricordo che al liceo ce ne parlava, con la sua cadenza siciliana, il prof. Mozzicato, di Matematica e Fisica: un metallo è resiliente – diceva – se resiste agli urti.

Al momento, la parola è stata assorbita da psicologi, consulenti, manager, politici e motivatori- santoni professionisti.

Adesso, ogni problema deve essere affrontato con resilienza. Hai perso il lavoro? Resilienza. Hai preso una multa? Resilienza. Ti è caduto il gelato? Resilienza. Hai la prostata? Resilienza. Insomma…

La parola ha avuto un tale successo da trasformare qualsiasi disgrazia in un’opportunità di crescita personale. Con il vantaggio di evitare accuratamente di discutere le cause della disgrazia stessa. Pronunci: Resilienza, e il mondo ti sorride. Io no!

Sono amante del cinema, sin da ragazzo. Ginnasiale, partecipai ad un corso tenuto da un giovane sacerdote: don Vincenzo Marcucci direttore di Famiglia Nuova. Di comunicazione lui sa tutto. A quel tempo ci spiegava che una volta esistevano i film biografici. Funzionavano benissimo. Poi qualcuno ha deciso che “film biografico” era troppo comprensibile e troppo italiano. Così è arrivato il terribile biopic, pronunciato quasi sempre in modi diversi da chi lo usa.

Oggi non si gira più un film su Caravaggio o su Enzo Ferrari, su san Giovanni Bosco o lo zar Alessandro, su Battisti o Battiato. Ossi si produce un biopic. È l’inglese, cari miei, ad esercitare un fascino irresistibile. Soprattutto quando sostituisce parole che avevamo già. Sotterriamoci!!!

De Gregori ha un vocabolo come il più acerrimo dei nemici: è Sold out.

Anche qui, il concetto era noto da… secoli, bastava dire: “tutto esaurito”. Ma era troppo chiaro, troppo diretto, ancora troppo italiano, e troppo poco internazionale.

Ora il teatro è sold out. Il concerto è sold out. Il ristorante è sold out. Talvolta perfino il convegno sul riciclo delle pile esauste viene annunciato come sold out, nel tentativo di conferirgli un’aura da tournée dei Rolling Stones.

E volete forse dimenticare Sostenibilità? Parola sacrosanta all’origine che s’è trasformata in una formula universale, applicabile a qualsiasi cosa.

Allora, esistono la sostenibilità ambientale, sociale, economica, urbana, culturale, emotiva, gastronomica e probabilmente astrologica.

Ogni progetto deve essere sostenibile. Nessuno però spiega secondo quali criteri, ma il termine compare immancabilmente nelle presentazioni aziendali accanto a una fotografia di una foglia verde.

Altra parola a la pàge – ecco, ci sono cascato anche io- è Narrazione. Un tempo si raccontavano storie. Oggi si costruiscono… narrazioni. La parola è particolarmente amata dai commentatori politici nei talk show televisivi diventati come il maestro Manzi di Non è mai troppo tardi. A rimbecillirsi.

Nessuno mente più, nessuno propaganda più, nessuno interpreta più: tutti elaborano narrazioni.

È un termine elegante che permette di trasformare qualsiasi versione dei fatti in un sofisticato prodotto culturale.

Vogliamo aggiungere: Governance, che sarebbe l’amministrazione, la gestione? Fa più fichi… d’India.

Senza andare troppo per le lunghe, elencherei anche Empowerment (valorizzazione, acquisizione di autonomia); Community, che ha fatto sparire il vicinato, il gruppo, l’associazione, il pubblico, i clienti. Adesso esistono soltanto le community. Un forno ha una community, un dentista ha una community, anche l’autofficina ce l’ha, e pure il negozio per i prodotti animali… L’importante è non chiamarla semplicemente “clientela”.

Ecco, le parole di moda non servono soltanto a comunicare: servono a segnalare che si appartiene al gruppo giusto, che si è aggiornati, che si parla il linguaggio del momento. È, per dirla con un sociologo francese, il tempo della profondità della superficie.

E, allora? Allora, forse la vera rivoluzione linguistica sarebbe una sola: tornare a chiamare le cose con il loro nome. Quello nostro. Italiano.Verace.

Sabato, 30 maggio 2026


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