Simonetti: Dall’Europa arrivano le ‘’Scomunicationes Melfitanae’’?


…Sembrava impossibile. Eppure la regione che nella Prima Repubblica, soprattutto, primeggiava tra quelle del Mezzogiorno nella Corretta gestione dei fondi europei è finite nel mare torbido di tante cose da chiarire che si incrociano, coincidenze?, anche con il pessimo stato di salute della Sanità e di un deficit ormai cronico che ha alimentato la migrazione sanitaria. E non è il solo argomento che la commissione europea esaminerà il 30 giugno nel castello di Melfi, dove l’imperatore illuminato Federico II di Svevia promulgò le Costituzioni del Regno di Sicilia. Altra storia.. Nella contea di Basilicata, nell’anno di grazia 2026,si dovrà parlare del nodo dei mancato rimborsi su nodi sposi come l’inserimento di hardware e software per gli ospedali lucani nella programmazione dei Fesr, dell’affidamento di consulenze ai soliti noti- come scrive Pietro Simonetti del Cseres-: la verifica del mancato soddisfacimento della Condizione Abilitante 2.5 che mette in discussione le capacità di programmazione della Regione che è corsa ai ripari con la revisione di metà percorso. Condizione che Simonetti giudica poco convincente . Si attende un verdetto.. ‘’Il verdetto – conclude Simonetti-non riguarderà solo qualche dirigente o qualche pratica amministrativa. Riguarderà il futuro della regione. Perché se i fondi sono stati fermati per gli errori dei controllori e si tenta di metterci una pezza con la logica clientelare delle consulenze, il conto finale lo pagano i cittadini lucani sotto forma di eventuali debiti fuori bilancio, opere che non si realizzano e servizi minimi che svaniscono. Quello atteso a Melfi potrebbe davvero intitolarsi, citando i registri medievali, le nuove “Scomunicationes Melfitanae’’

LA COMMISSIONE EUROPEA A MELFI TRA FONDI FESR, CRISI IDRICA,DISMISSIONI ALLA STELLANTIS E l’INDUSTRIA DELLE CONSULENZE.
AL CASTELLO DI FEDERICO II LA VERIFICA DELLA UE SU PROGETTIkE RENDICONTI.
MELFI – Il V Comitato di Sorveglianza dei Programmi FESR e FSE+ della Basilicata si svolgerà il 30 giugno nel Castello di Melfi, la fortezza dove Federico II promulgò nel 1231 le celebri Costituzioni del Regno di Sicilia. Una scelta che potrebbe apparire illuminata se non fosse che, proprio tra quelle mura, la Regione Basilicata è chiamata a rispondere della più delicata crisi amministrativa della sua storia recente.
Da mesi un dibattito sotterraneo tra pochi uffici regionali non trapela al pubblico, concentrato sull’interruzione dei rimborsi europei conseguente ai rilievi dell’audit DAC121IT3521. Ma ciò che si discuterà a Melfi va ben oltre una contestazione contabile. Sul tavolo non c’è soltanto il destino di alcune certificazioni di spesa. Sul banco degli imputati siede la capacità stessa della Basilicata di programmare, controllare e realizzare investimenti pubblici.
Non è la consueta riunione tecnica. È il momento in cui Bruxelles verifica se la macchina regionale sia ancora in grado di gestire i fondi europei con rigore e trasparenza.

IL PECCATO ORIGINALE: I COLLAUDI RETROATTIVI
L’origine della crisi è ormai nota. L’audit europeo ha contestato l’inserimento nella programmazione finanziaria del FESR di hardware e software destinati agli ospedali lucani, beni che erano già stati completati, collaudati e messi in funzione negli anni precedenti (2022 e 2023) con altre risorse. In sostanza, investimenti passati sarebbero stati presentati come spese correnti “nuove” per ottenere il rimborso comunitario.
Per la Commissione europea ciò costituisce una violazione secca delle regole di ammissibilità (Articolo 63 del Regolamento UE 2021/1060). La conseguenza è stata una rettifica finanziaria totale delle operazioni contestate – un taglio netto – e l’avvio di una procedura che ha congelato i rimborsi comunitari.
Ma il vero problema non è solo l’entità economica del danno. È che l’audit ha evidenziato falle macroscopiche nei meccanismi di controllo, con checklist di verifica inviate a Bruxelles prive di date e di firme. In altre parole, Bruxelles non sta discutendo soltanto una spesa: sta valutando l’affidabilità dell’intero sistema.

L’ASSISTENZA TECNICA E L’INDUSTRIA DELLE CONSULENZE AI “SOLITI NOTI”
A confermare il cortocircuito della macchina burocratica è arrivato un recente scoop giornalistico, che squarcia il velo sulla gestione dei fondi europei destinati all’Assistenza Tecnica (le risorse che l’UE eroga per pagare esperti esterni capaci di supportare la programmazione). Mentre gli uffici regionali affondano sotto i rilievi degli ispettori di Bruxelles a causa di controlli carenti, emerge una “fabbrica delle consulenze” milionarie affidate a società esterne.
Il paradosso rasenta il grottesco: queste società, lautamente pagate con fondi pubblici ed europei per affiancare gli uffici del FESR, finiscono per contrattualizzare come “consulente strategico” un ex dirigente regionale dell ufficio programmazione fondi strutturali da poco andato in pensione, che ci regalò il centro rimpatri di Palazzo San Gervasio. I “soliti noti” che rientrano dalla finestra dopo essere usciti dalla porta principale, mentre i giovani talenti lucani e i professionisti invisibili vengono liquidati con un foglio di via. Una gestione opaca delle risorse umane che solleva un dubbio politico gigantesco alla vigilia del vertice di Melfi: come può una burocrazia che usa i fondi europei come ammortizzatore sociale per pensionati d’oro garantire l’imparzialità, l’efficacia e il rigore nei controlli richiesti dall’Europa?

LA CONDIZIONE ABILITANTE 2.5: IL BLOCCO DELLA TECNOLOGIA IDRICA
Se l’audit sulla sanità e lo scandalo delle consulenze rappresentano la miccia, la questione più esplosiva è nascosta al Punto 10 dell’Ordine del Giorno: la verifica del mancato soddisfacimento della Condizione Abilitante 2.5.
Qui il cortocircuito si fa evidente. Le grandi infrastrutture idriche (dighe e grandi adduttori) viaggiano storicamente sui canali nazionali del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC), ma l’Europa usa il FESR come leva di controllo. La Condizione 2.5 è un prerequisito obbligatorio: l’Europa finanzia la digitalizzazione e l’efficientamento delle reti esistenti (i software di monitoraggio di Acquedotto Lucano, la telemetria, la gestione smart delle acque) solo se la Regione dimostra di avere a monte un piano strategico idrico credibile e approvato.
Poiché la pianificazione della Basilicata è stata bocciata dagli ispettori europei, Bruxelles ha chiuso il rubinetto dei fondi FESR legati alla tecnologia idrica. La domanda assume un significato quasi drammatico in una regione che vive il paradosso di essere la “cassaforte d’acqua” del Mezzogiorno ma che, nella realtà, soffre i razionamenti della diga di Camastra, lo svuotamento cronico dei bacini di Pertusillo e Monte Cotugno e dei gruppi sorgentizi, e sconta manutenzioni lumaca o l’immobilismo gestionale nel passaggio delle competenze delle grandi dighe verso la nuova società “Acque del Sud SpA”.

DALL’EUROPA ALL’ITALIA: SE IL FESR PIANGE, L’FSC RISCHIA IL DE PROFUNDIS
Il fallimento della capacità attuativa sui fondi europei FESR è lo specchio fedele di una débâcle infrastrutturale più ampia che paralizza i cantieri ordinari e i trasporti regionali, finanziati dallo Stato tramite l’FSC. I segnali di questo blocco totale sono disseminati in tutta la regione:
Il fallimento della mobilità su gomma: La maxigara per il trasporto pubblico interurbano della provincia di Potenza, del valore superiore a mezzo miliardo di euro, è andata clamorosamente deserta, lasciando le aree interne – già colpite dallo spopolamento e dalla chiusura delle scuole – ostaggio di eterne proroghe tecniche.
Le cattedrali nel deserto urbano: Potenza possiede il sistema di scale mobili più lungo d’Europa e al mondo dopo Tokyo, ma convive con costanti chiusure per mancati collaudi o esigenze di costruttori di palazzine. Nel frattempo, la cosiddetta metropolitana leggera gestita dalle FAL registra vagoni desolatamente vuoti a fronte di costi di gestione enormi, mentre bike sharing e Zone 30 alimentano un dibattito acceso sull’inutilità di investimenti urbani calati dall’alto in una città dalle pendenze verticali con impianti chiusi.
I buchi neri e il greenwashing: La ferrovia Ferrandina-Matera resta il simbolo nazionale delle incompiute con i ritardi accumulati e la spesa di oltre un miliardo per 22 ,km a binario unico, la frana di Maratea continua a isolare il Tirreno; il ponte di Tiera è l’emblema della fine della manutenzione ordinaria e i treni per Salerno e Foggia subiscono continue soppressioni.
Per mascherare questa incapacità di spendere sulle grandi arterie, la programmazione ha preferito rifugiarsi nel greenwashing dei piccoli “Luna Park” a uso e consumo di una narrazione turistica improbabile: piste ciclabili ricavate asfaltando i vecchi binari delle ferrovie dismesse (come la Potenza-Pignola o la Lagonegro-Rotonda), nate isolate e senza manutenzione, ottime per i comunicati stampa ma inutili per i cittadini che non hanno strade sicure per raggiungere gli ospedali.

LA DIFESA DELLA REGIONE: LA CORSA AI RIPARI CON LA REVISIONE DI METÀ PERCORSO
Consapevole dell’assedio burocratico, la Regione Basilicata ha tentato nei giorni scorsi la mossa d’anticipo, sbandierando sui canali ufficiali l’approvazione da parte di Bruxelles della “revisione di metà periodo del Programma Regionale”. Una rimodulazione strategica delle risorse (prevista al Punto 5 dell’OdG) che sposta i fondi su 9 nuove priorità (tra cui spiccano la telemedicina, le competenze digitali e la “sicurezza idrica”).
Ma se per la propaganda di via Verrastro si tratta del successo di una regione in cui “la coesione prende forma”, per gli addetti ai lavori la realtà è ben diversa: la rimodulazione è l’ultima scialuppa di salvataggio per evitare l’incubo del Target N+3 al 31 dicembre 2026, ovvero il disimpegno automatico. Spostare le risorse da un capitolo all’altro serve a coprire i buchi neri dei progetti falliti o congelati dagli ispettori europei, nel disperato tentativo di presentarsi a Melfi dicendo che i soldi, in qualche modo, verranno comunque spesi.

IL VERDETTO DI MELFI
Ecco perché il Comitato di Melfi del 30 giugno assume un valore storico. Non perché l’intervento della Commissione sia un caso unico in Europa — è già successo in Calabria, Sicilia, Romania o Ungheria… magra consolazione — ma perché costituisce il momento di massima e simultanea esposizione istituzionale della Basilicata.
La scena è perfetta nella sua forza evocativa. Tra le mura del castello di Federico II, dove otto secoli fa si codificavano le regole di uno Stato moderno, la burocrazia lucana sarà chiamata a rispondere dei propri fallimenti davanti alle verifiche contabile di Bruxelles.La Commisione trovera’una soluzione pratica di gestione e per salvare qualche risorsa.

Il verdetto non riguarderà solo qualche dirigente o qualche pratica amministrativa. Riguarderà il futuro della regione. Perché se i fondi sono stati fermati per gli errori dei controllori e si tenta di metterci una pezza con la logica clientelare delle consulenze, il conto finale lo pagano i cittadini lucani sotto forma di eventuali debiti fuori bilancio, opere che non si realizzano e servizi minimi che svaniscono. Quello atteso a Melfi potrebbe davvero intitolarsi, citando i registri medievali, le nuove “Scomunicationes Melfitanae”: l’atto d’accusa formale contro i conti che non tornano e i “soliti noti” che continuano a banchettare sulle macerie dei servizi pubblici. E potrebbero non bastare gli spettacoli di falconeria nel maniero Federiciano di Lagopesole. Tra l’altro semi aperto per pochi giori alla settimana da una guadia giurata da tempo, come abbiamo denunciato.Il Castello non è gestito dal personale del polo museale di Melfi. Niete servizi, nessuna bigliettazione e siti chiusi.La presetazione del Cortile Minore e’una toppa che non risolve le criticita in essere derivati dalle resposabilita dei dirigeti ministeriali mentre il Comune pensa alla pista da sci di plastica.
CSERES
Pietro Simonetti


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 Franco Martina

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