La guerra di Rocco e quella degli altri. Prima parte


Rocco Magistro, figlio di Cristoforo e di Maria Raffaela Motola, secondo figlio di una famiglia contadina con poca terra, era nato a Montescaglioso nel 1920. Al compimento dei 19 anni, nel gennaio 1939, fu chiamato alla visita di leva a Potenza e, dichiarato abile e arruolato, rimandato a casa in congedo illimitato. Il suo foglio matricolare riporta la seguente dicitura a stampa: “Già assegnato al condingente (sic!) nella R. Aeronautica  della classe 1920 è messo poi a disposizione del R. esercito”.                                             Come si vede, né chi aveva preparato la scheda né chi l’aveva stampata si dava del tu con l’ortografia, ma tali quisquilie non impediranno che l’anno successivo al mancato aviere fosse ordinato di presentarsi al centro addestramento reclute di Civitavecchia.       Vi giungerà il 4 gennaio 1941 e fu inquadrato nel Reggimento Lancieri di Milano, una formazione di soldati a cavallo impiegata prevalentemente in compiti di esplorazione. Al giovane, che arrotondava le magre entrate famigliari facendo il carrettiere, la cosa fece molto piacere e parlò sempre con orgoglio del fatto di aver fatto la guerra in cavalleria. Lo si nota già dalla fotografia di rito, probabilmente la prima fatta in vita sua, con sciabola e copricapo con il pennacchio.                                                                                                                         

Uno squadrone dei Lancieri di Milano in Grecia nel 1942                                                     Come è noto, il 10 giugno del 1940 l’Italia era entrata in guerra contro la Gran Bretagna  e la Francia a fianco della Germania nazista e il 28 ottobre dello stesso anno aveva dato inizio alla campagna che doveva “spezzare le reni alla Grecia”. Conviene ricordare che la regia di quest’ultima era nelle mani di Galeazzo Ciano, il genero del duce, che assicurava che la cosa sarebbe stata una passeggiata perché i greci erano pronti ad arrendersi. Avendo fissato a Bari il centro operativo dell’operazione, aveva fatto requisire un noto albergo  e organizzato un festino assai rumoroso ed eccessivo con ufficiali, gerarchi e un adeguato numero di donne di piccola virtù. La cosa non poteva passare, e non passò, inosservata e ne venne fuori uno scandaletto naturalmente senza conseguenze. Ho voluto richiamare il fatterello perché negli stessi giorni il prefetto di Matera, relazionando al ministero degli interni, deplorava che i giovani in attesa della cartolina precetto si prendevano qualche giorno di riposo dai lavori di campagna. E pure i preti, per bocca del fascistissimo vescovo, avevano qualcosa da ridire su qualcuno di quei ragazzi che, per affrettare l’unione e far avere il sussidio alla moglie, si sposava solo con il rito civile.                                      Non fu il caso di mio padre che all’epoca non aveva legami sentimentali e che preferì fare tutti i lavoretti da carrettiere che riuscì a trovare per partire con qualche lira in tasca.                    Fu così che per la prima volta ebbe qualche soldo da spendere come voleva. Non si sa cosa abbia fatto dopo il mese di addestramento di base a Civitavecchia e i due-quattro mesi di addestramento specialistico nel corpo di appartenenza. Risulta invece che il 6 novembre 1941 fu imbarcato a Bari e quattro giorni dopo sbarcò a Patrasso. Non era un bel momento per i nostri. Ma in verità, mandati allo sbaraglio, prima sulle Alpi francesi e poi sui monti di Grecia, senza avere neppure le scarpe e gli abiti adatti alla stagione e agli ambienti, con la sciagurata entrata in guerra  di bei momenti non ce ne sarebbero più stati.                                                                                                                                                                            In quel novembre però le cose si stavano ulteriormente complicando. Formalmente la Grecia, dopo l’intervento dei tedeschi, i veri vincitori,  si era arresa, ma nello stesso tempo la parte migliore della sua popolazione si era organizzata per resistere agli occupanti. Ogni tanto mio padre mi raccontava qualcosa di quella guerra: la bonomia e la generosità dei soldati italiani verso i bambini, i buoni rapporti con i contadini greci, gli amori. Tutto in linea con la nomea di “ armata s’agapò” -lrmata ti amo-  fatta ai nostri  dagli inglesi per deriderli.                        Un racconto filtrato prima di tutto da ciò che si poteva e non si poteva raccontare a un figlio -ma qualcosa di ciò che lui aveva censurato mi arriverà da un suo compagno d’armi-, e nell’insieme contraddittorio. Per vari motivi, fra cui quello che  -me ne sono poi convinto- la memoria è infedele indipendentemente dalla volontà di abbellire e “truccare” i fatti da parte del narratore. Sono poi andato alcune volte in Grecia e, soprattutto, ho avuto dei cari amici greci con i quali ho parlato liberamente  dell’occupazione italiana. É risultato complessivamente veritiero il luogo comune del buon italiano e del cattivo tedesco. Ricordo però anche una vecchietta, rinsecchita e vestita di nero come le nostre nonne, che aveva una diversa opinione sulla “ brava gente” che le aveva ucciso un figlio.                                                                                    Ricordo anche le stupidaggini sessantottarde che dicevo a mio padre parlando di guerra. Tipo: a te contadino sembrava giusto occupare la terra degli altri? E lui: a me interessava vedere come era il mondo fuori dal paese, godermi un po’ di libertà dalla fatica, tutti dicevano che avremmo fatto stare meglio anche loro, io rispettavo tutti, ecc. Ora so che avrei dovuto a incoraggiarlo a parlare senza far notare le contraddizioni e buchi dei suoi racconti. Anche quella l’ho capita tardi e quando non mi serviva più.

Forse anche per attenuare il rimpianto di non essere allora stato capace di ascoltare e di farmi dire di più che ho deciso di riflettere a voce alta su quella sua guerra. Una guerra che lui e quelli come non avevano voluto, ma neppure rifiutato. Una guerra alla quale bisognava andare perchè sì; per lui e quelli come lui non era neppure pensabile disertare o imboscarsi. I primi a opporsi sarebbero stati i genitori. Quelle erano cose per famiglie con relazioni e caciocavalli.                                                                                                Fu la guerra di un giovane contadino cresciuto con il fascismo e rimastogli estraneo, come la stragrande maggioranza della gente di campagna. Non contrario, ma estraneo come chi ha cose più serie a cui pensare. E questo mentre i Don Luigino delle nostre Aliano cianciavano istericamente di patria, ma si erano guardati bene dall’andare a servirla in armi, la patria tutta maiuscole. Negli studi sulla Prima guerra mondiale si parla diffusamente di sotterfugi e corruttele ideate da chi in guerra non voleva andarci. Per farsene un’idea basta esaminare i carteggi dei parlamentari del tempo che calcolavano scrupolosamente quanti voti potevano aspettarsi per ogni individuo che avevano fatto imboscare. Per la Seconda, che io sappia, la questione degli imboscati è stata trattata molto memo, ma ve ne furono anche allora. Oltre a quelli ideati  privatamente, vi fu inizialmente l’esonero degli studenti ai quali si concedevano generosi rinvii; d’altra parte, c’era la convinzione che la guerra sdarebbe durata poco. Tornò allora di moda una canzone della Grande Guerra che diceva  “ La colpa è dei vigliacchi studenti, son d’impiccio e la guerra han voluto”. La realtà si incarico di dimostrare che le cose stavano diversamente e furono mobilitati anche loro.                                                Ma torniamo a Rocco Magistro. Sul suo foglio matricolare si legge che nella primavera del 1942 fu ricoverato per una ventina di giorni in un ospedale da campo. Una caduta dal cavallo imbizzarrito mi  disse.                                                                                   Poi più nulla fino all’8 settembre 1943, il giorno della “morte della patria” come è stato chiamata. In Basilicata dopo la defenestrazione di Mussolini del  25 luglio molti podestà e segretari dei fasci si erano dimessi e i più compromessi avevano preso il largo in attesa che la situazione si chiarisca.                                                                                                                  Qualcun altro,  convinto di non aver nulla da temere era invece restato al suo posto. In qualche caso pagò con la vita la previsione sbagliata. Come a Montescaglioso, dove il segretario del fascio fu ucciso in pubblico senza che si sia mai saputo ufficialmente chi era stato. Molte voci, fra cui quella di una vendetta privata da parte di suoi camerati, un poveraccio mandato in carcere, nessuna verità dibattimentale.                  Ad Aliano, invece, l’attualmente celeberrimo Don Luigino, non ebbe preoccupazioni di sorta. Anzi sarebbe stato assai ben visto dalla popolazione in quanto “non è mai stato un fervente fascista”, assicurava un maggiore dei carabinieri il 23 agosto. Peccato che, a distanza di appena due settimane, dovrà smentire se stesso segnalando che, esaltato dall’appello radiofonico degli occupanti tedeschi del 9 settembre a sostegno di un nuovo governo fascista, Garambone era corso sul balcone e si era messo a urlare  “Pianteremo la forca a quei vigliacchi traditori” e poi “Duce! Duce! Anche noi ci arruoleremo volontari!”                  Non lo farà né lui né nessuno degli altri imboscati che lo attorniavano. L’ex podestà farà qualche giorno di carcere, il comandante dei carabinieri sarà trasferito. Non certo per quella garanzia prestata con tanta sicurezza!                                                                                                            Sui vari fronti, invece, ai nostri soldati fu chiesto dai nazisti se restavano fedeli a Mussolini o si schieravano con “i traditori” Badoglio e Savoia. Anche sul fronte greco e anche mio padre si dichiarò favorevole a questi ultimi e fu perciò fatto prigioniero e internato in Germania. Per non sottostare a nessun vincolo sul trattamento da riservare ai prigionieri, i predoni tedeschi crearono la speciale categoria degli Internati Militari Italiani. Circa 700 mila giovani assoggettati a lavori schiavistici.                                                                                          

Da quanto ho potuto ricostruire mio padre finì a Mühlberg (Elbe), vicino a Dresda, che risulta liberata dall’armata rossa nell’aprile 1945 per cui non so che dire dell’annotazione del foglio matricolare che lo vorrebbe libero già a febbraio. Ad ogni modo, né veri nemici, né veri alleati, gli italiani furono fra gli ultimi a essere rimpatriati. Mio padre rivide casa sua il 27 settembre, quasi cinque anni dopo averla lasciata.                                                                         Evidentemente i giorni più amari furono quelli della prigionia: più di due anni. E i più terribili gli ultimi mesi di quel feroce inverno.                                                                                                                  La giovinezza e quelli che avrebbero dovuto essere i migliori anni della sua vita gli erano stati rubati. Ne fu ripagato, nel giugno 1985, da una comunicazione del ministro della difesa Giovanni Spadolini che gli annunciava il conferimento del “diploma di onore di combattente per la libertà d’Italia 1943-1945”. Con una circolare a stampa in cui non ci si degnava neppure di indicare con nome e cognome il destinatario di un tale onore. Di riconoscimenti in denaro neanche a parlarne. Se si fosse aperto un contenzioso fra gli stati tenuti a pagare danni di guerra, se ne sarebbero viste di belle. E poiché anche noi brava gente avevamo qualche peccatuccio, a esempio verso la Jugoslavia, ma non solo, zitto tu e zitto io.                                                                                                                   Ecco, mi rendo conto che questa mia esposizione non è lineare, né completa, ma ho voluto richiamare alcune cose prima di venire al fatto che mi ha indotto a farla.                                                              Che è questo: mentre mio padre -e con lui centinaia di migliaia di altrii- buttavano il sangue nel lager di  Mühlberg (Elbe), vicino a Dresda, ogni giorno  rischiando di morire per un sì o per un no  -come dirà Primo levi-, i fascisti che per vent’anni s’erano atteggiati a sacerdoti del patriottismo fino al ridicolo, fino a indurre molti a una reazione di rigetto verso lo stesso concetto di patria, quando si presentò l’occasione di contribuire a restituirle un minimo di dignità,  non solo non lo fecero ma invitarono anche gli altri a non farlo.                                                                                                                          E neanche questo bastò poiché dopo, dopo che l’Italia ritrovò la sua unità anche grazie alla lotta partigiana e al contributo dato alla liberazione dal nostro ricostituito esercito,  i fascisti torneranno a ripresentarsi come i celebranti della religione della patria impadronendosi di ricorrenze come il 4 novembre e dintorni, raccogliendosi attorno all’ex repubblichino Giorgio Almirante, reclutando ex alti ufficiali per il suo partito, monopolizzando o servizi segreti, ordendo trame sulle quali non si farà mai piena luce.

Ma ecco cosa dicevano nel gennaio 1945 gli eroi del sabato fascista che in alcuni dei nostri paesi daranno luogo al movimento “Non si parte”. A partire dagli studenti universitari pisticcesi:

Dalla sede del circolo universitario di Pisticci, addì 28 gennaio 1945

La stragrande maggioranza degli universitari di Puglia e Lucania riunita nell’ateneo barese, presa visione della dichiarazione del comitato centrale di liberazione nazionale circa la partecipazione in armi dell’Italia alla guerra e constatato l’avvenuto richiamo di ben undici classi, ha approvato il seguente ordine del giorno.=

Considerato che la dichiarazione del C.L.N. fatta in nome del popolo che non consultato, non ha quindi espresso alcuna voce in questo senso.= Non rispecchia affatto la volontà del popolo italiano, la ritiene assolutamente arbitraria, mentre deplora vivamente che, malgrado le devastazioni e le miserie a cui siamo stati condotti da chi si arrogava il diritto di parlare e di agire in nome della nazione, nuovi governanti che si fregiano del titolo di democratici, commettono lo stesso delitto.

Constatato che dopo circa 17 mesi dalla conclusione dell’armistizio se ne tengono ancora gelosamente nascoste le clausole, mentre si vanno adducendo motivi di carattere militare che, se in un primo tempo validi, divengono però facilmente individuabili solo se si ammetta che le condizioni di detto armistizio possono essere per noi estremamente gravose;

Considerata l’assoluta assenza di fatti concreti tesi a garantire non solo la nostra futura posizione ma perfino la nostra integrità territoriale, faticosamente acquistata attraverso il sacrificio di tante generazioni;

Rilevato, al contrario, il verificarsi di fatti (come, ad esempio le dichiarazioni del Premier inglese e del ministro Eden alla camera dei comuni) anziché acquietare, accrescono i dubbi, i timori e le preoccupazioni nutrite dal popolo italiano per il suo domani;

A prescindere da qualsiasi considerazione inerente i loro interessi, si dichiara – PRECISAMENTE – contrario ad una partecipazione italiana in armi alla guerra e a un conseguente sanguinoso sacrificio che non sia preceduto da elementi ampiamente chiarificatori della nostra posizione e da solenni garanzie per l’avvenire della patria.=

Rilevato dalla stampa le richieste inoltrate dagli universitari romani al Governo ed avendo fondatissime ragioni di credere alla solidarietà più stretta con essa della maggior parte degli universitari romani come quelli di altre università, denunzia l’illegale provvedimento di una strettissima minoranza ed invita gli universitari di Roma e di tutta l’Italia a far sentire la vera voce.=

Protesta la sua decisa volontà di non provocare disordini in un momento così delicato della vita nazionale, ma si fa un dovere d’avvertire dinanzi all’Italia tutta e dinanzi alla storia gli attuali governanti d’Italia del sanguinoso fardello di responsabilità che deriva dalle loro decisioni.

 

Nota: Ho più volte cominciato a scrivere alcune cose su questo tema per poi cancellarle. Affrontando il rischio di sembrare esibizionista mi sono poi deciso a renderle pubbliche

Il documento degli universitari di Pisticci è contenuto in Allied Commission Committee e disponibile in microfilm preso l’Archivio Centrale di Stato in Roma. Siccome è in alcuni punti la copia è   sbiadita non se ne assicura l’integrale ed esatta trascrizione.


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 Cristoforo Magistro

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