Nota stonata emozione trovata | BRESCIA VISTA DALLA PSICOLOGA



Dove le parole non arrivano
la musica parla
(Ludwig van Beethoven)

intervista di Irene Panighetti a Doriana Galderisi* – E allora musica sia dottoressa Galderisi! Con Lei oggi ragioniamo sugli effetti della musica sulla nostra psiche, nel nostro animo ovvero… quando ascoltiamo una canzone può succedere che un’emozione enorme ci travolga: perché? Che potere ha la musica sulle nostre emozioni, percezioni e stati d’animo?

Buongiorno a Lei e a chi ci legge, facendo risuonare in sé le nostre parole! Oggi ci occupiamo quindi di musica, un elemento molto presente e molto importante nella vita di tutti noi. Come Lei ha ben detto la musica ci emoziona, ma chiediamoci perché… a risponderci sono le neuroscienze.

Il primo aspetto evidenziato dagli studi è come la musica sappia intrecciare la memoria, gli stati d’animo e le emozioni con il corpo: un esempio? Ci può capitare che mentre ascoltiamo una melodia o una canzone e ci venga quasi naturale anticipare il suono che arriverà. Questo è un esempio che ci fa capire come, quando noi ascoltiamo della musica o delle canzoni, il nostro cervello non lo fa passivamente, bensì anticipa la nota, l’accordo, il ritornello e, se una canzone è conosciuta, ecco che la predizione diventa molto, molto, molto più precisa. E, come ci dice David Huron che ha approfondito i fondamenti percettivi e cognitivi delle condotte e delle regole musicali, quando la canzone conferma quello che si è in qualche modo previsto, magari con un cambio di intensità, con un leggero scarto, ecco che si attiva a livello neurologico il sistema della ricompensa. E questo genera i brividi, ovvero quella sensazione bellissima di rilassamento e, in un certo senso, di elettricità.

A spiegarci ulteriormente perché la musica ci commuove, ci emoziona, ci trasporti in una dimensione emotiva e anche psicologica particolarmente intensa, ci sono i meccanismi individuati dallo psicologo Patrik N. Juslin, il quale ne individua vari. Uno di questi si verifica quando noi giudichiamo bella una musica, che ci coinvolge, perché entra in gioco il giudizio estetico, ovvero, quando noi giudichiamo una musica bella, una musica profonda, coinvolgente, ecco che le aree limbiche, che sono quelle legate appunto alle emozioni, si attivano immediatamente, creando un coinvolgimento.

In secondo luogo una canzone o una melodia costituiscono una sorta di rimando autobiografico: quando sentiamo quella data canzone, quella nota, quell’accordo può capire che la mente torni, per esempio, a quando eravamo in riva al mare con la persone che amavamo, o quando eravamo in auto con mamma e papà e cantavamo insieme andando a scuola… in altre parole si attiva la memoria episodica: l’emozione viene dal ricordo che la canzone attiva e non dalla canzone, che serve come leva per slatentizzare il ricordo.

Un terzo meccanismo è quello del contagio emotivo: quando noi riconosciamo un’emozione nella struttura della musica, ad esempio sentiamo che quella musica è triste, ecco che tutto il nostro funzionamento, in un certo senso si sintonizza su quel canale, sul canale della tristezza. Come sostiene lo scrittore Alessandro D’Avenia: “A volte nella musica si trovano le risposte che cerchi, quasi senza cercarle. E anche se non le trovi, almeno trovi quegli stessi sentimenti che stai provando. Qualcun altro li ha provati. Non ti senti solo. Tristezza, solitudine, rabbia.”

A volte la musica triste paradossalmente ci fa stare meglio. Come mai? Perché è come se la musica triste validasse le emozioni, dicendoci che quello che noi sentiamo è autentico, si può sentire, è legittimo. Quando siamo giù di morale, sentire qualcuno che canta esattamente quello che sentiamo noi ci fa sentire meno soli e, in tale stato d’animo, star meglio diventa più facile. Inoltre quando ascoltiamo una musica triste ci sentiamo liberi di piangere, disperarci, insomma di far fuoriuscire tutta una serie di emozioni congelate o represse, senza delle conseguenze reali.

Infine c’è il concetto dell’Arousal, che è il livello di “allerta” del sistema nervoso e che ci dice che con la musica noi regoliamo il nostro livello di attivazione: una musica forte ci dà energia, una musica lenta ci calma.

Oggi molto spesso la musica è prodotta con l’intelligenza artificiale. C’è differenza dal punto di vista psicologico tra ciò che si prova rispetto alla musica realizzata da un musicista in carne e ossa?

Eccome che c’è differenza! Ma l’aspetto interessante è la differenza non tanto per le note, ma per il modo in cui il nostro cervello legge se dietro alle note c’è un essere umano oppure no. Quando ascoltiamo la musica e la percepiamo umana la riteniamo più vera: il cervello cerca i segnali di presenza fisica, come un leggero ritardo, un sospiro, la voce che cambia… tutti segnali che indicano la presenza di un corpo, di una persona. Con l’intelligenza artificiale invece questi micro segnali mancano: a musica è corretta però è neutra e, come ci dicono tanti studi, tra cui le ricerche che si raggruppano nella denominazione dell’intentionality detection, questo fa venir meno tutto il sistema di coinvolgimento sociale.

Inoltre, come abbiamo detto poco fa, quando si ascolta la musica il nostro cervello cerca di arrivare alla nota, alla parola, prima ancora che sia detta, cercando conferme e attivando il sistema di ricompensa e di predictive coding cioè la codifica predittiva; con l’intelligenza artificiale invece c’è perfezione, quindi il sistema di ricompensa si attiva molto meno e abbiamo meno piacere nell’ascolto. Inoltre in questo “gioco” dell’anticipazione accade che il picco emotivo si ha, secondo gli studi di neuroscienze, qualche secondo prima che la nota arrivi, quindi è come se il cervello sapesse, tra virgolette, sapesse che quella nota sta arrivando. Questo circuito è interessante perché si attiva anche con il cibo, con il sesso, con i soldi e per questo è molto fisico, viene la pelle d’oca, batte il cuore, si provano brividi, cala la temperatura. Possiamo quindi sintetizzare dicendo che l’imperfezione attiva di più le aree emozionali rispetto alle stimolazioni che arrivano al cervello troppo limpide.

La psicologia estetica, cioè quella branca della psicologica che studia processi emotivi, cognitivi, comportamentali legati alla percezione della bellezza e a tutto ciò che consente di esprimere la propria personalità, ci dice che il piacere estetico negli umani ha un andamento a U rovesciata, cioè: gli input, gli stimoli troppo semplici ci annoiano, quelli troppo caotici ci stressano, il punto ottimale è una moderata complessità e un pochino di mistero, di ambiguità. Ecco, la voce umana, con i suoi difetti, sta in quel punto lì, sta proprio nella complessità moderata con un po’ di ambiguità, mentre l’intelligenza artificiale invece sta sul lato del troppo perfetto, quindi è meno coinvolgente. Se, come dice Platone, “la musica è per l’anima quello che la ginnastica è per il corpo”, capiamo bene come l’intelligenza artificiale esuli da tutto ciò.

Chiuderei questa risposta citando il concetto giapponese del Wabi Sabi, fondato sull’accettare la transitorietà e l’imperfezione, che insegna a trovare la bellezza nelle cose imperfette, caduche. In contrapposizione con l’idea di perfezione che abbiamo noi occidentali, questo concetto unisce l’idea di Wabi, cioè semplicità, essenzialità, armonia con l’idea di Sabi che invece è la bellezza dell’invecchiamento, dell’usura. Conoscere questo concetto ci fa capire come mai una musica nata dalla perfezione dell’intelligenza artificiale non soddisfa un essere per definizione imperfetto come l’essere umano.

La musica è spesso usata anche per obiettivi terapeutici e in questo caso si parla di musicoterapia. Cos’è esattamente, quali sono gli effetti e per quali difficoltà è particolarmente indicata?

L’uso della musica a scopo terapeutico è ormai un diffuso metodo, guidato da un professionista competente che usa i suoni, i ritmi, la melodia e l’improvvisazione, come strumento di relazione, di cambiamento, di cura. Sono sempre di più le persone che seguono questo tipo di intervento, in particolare coloro i quali hanno problemi a comunicare con le parole, come chi ha subito un trauma o chi è affetto da demenza, o da disturbi dello spettro autistico. Per loro la musica diventa un canale di relazione preverbale e questo è molto importante.

Il terapeuta si sintonizza sul ritmo, sull’intensità, crea quello che viene chiamato attunement cioè, appunto, la sintonizzazione emotiva e affettiva, quindi la capacità di entrare in connessione che permette di entrare in empatia con lo stato mentale dell’altra persona; questo rispecchiamento attiva nel paziente la sensazione di essere compreso, di essere aiutato, di essere visto in assenza di giudizio.

Inoltre il modello della stimolazione multimodale ci dice che la musica è l’unico stimolo che attiva contemporaneamente corteccia uditiva, motoria, limbica, prefrontale, in altre parole che può bypassare le aree danneggiate del cervello e andare a intercettare reti neurali alternative reclutandole per gli obiettivi di cura.

Ancora: la musica aumenta dopamina, endorfine, ossitocina, l’ormone del legame, quindi gli effetti sono riduzione dell’ansia, del dolore, aumento della motivazione.

La musica regola le emozioni, permette di contenere, modulare, esprimere emozioni troppo grandi per essere dette: è un po’ una sorta di canale catartico che ha contemporaneamente in sé la validazione delle emozioni. In sintesi: la musica come terapia funziona perché non chiede di parlare di come si sta, bensì chiede di sincronizzarsi. La musica, sosteneva Johann Sebastian Bach, «aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori».

Sono tanti gli studi che si occupano degli effetti della musicoterapia sull’Alzheimer avanzato: le canzoni in particolare hanno il potere di riattivare identità e memoria anche quando il linguaggio verbale è andato perduto, perché vanno ad attivare aree come l’ippocampo, l’area principale dell’apprendimento e tutto il sistema di connessione dei ricordi, memoria autobiografica e senso del sé. L’efficacia della musicoterapia è quindi più alta dove il problema riguarda funzioni che la musica coinvolge in modo diretto: in casi di demenze o Alzheimer la musica recupera temporaneamente, e sottolineo temporaneamente, la memoria autobiografica, ha il potere di ridurre l’agitazione e di migliorare l’umore; nei casi di Parkinson e di ictus può migliorare l’equilibrio, la deambulazione anche il linguaggio. Nell’autismo sviluppa l’attenzione condivisa e la comunicazione non verbale, in altri ambiti meno patologici può comunque aiutare a ridurre depressione e l’ansia, consente anche uno sblocco maggiore in alcune situazioni traumatiche perché, come già detto, la musica può far processare emozioni senza doverle dire subito.

A tutto ciò si aggiungono gli effetti positivi della musica prima della nascita, quando si è ancora nella “pancia della mamma” e sentire cantare la voce materna stabilizza i bambini soprattutto anche quelli che nascono prematuri.

Ecco quindi perché, con Friedrich Nietzsche, credo che “Senza musica la vita sarebbe un errore”: per questo ora vi lascio in silenzio a meditare sul contributo odierno, ricordando che,  “Dopo il silenzio, ciò che meglio descrive l’inesprimibile è la musica.” Aldous Huxley

Grazie per l’attenzione ci ritroviamo tra 15 giorni

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 Redazione BsNews.it

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