Roma, 19 giugno 2026 – La discussione sul prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 (QFP) è entrata nel vivo nella seconda giornata del Consiglio europeo del 18-19 giugno, nella quale i leader hanno discusso per la prima volta sulla base di una serie di cifre più dettagliate: il cosiddetto “negotiating box”, presentato lo scorso 11 giugno dalla presidenza cipriota, che ha fornito alle capitali l’indicazione più chiara finora su come potrebbe essere ripartito un piano di bilancio da quasi 2.000 miliardi di euro.
Bruxelles punta a raggiungere un accordo sul prossimo QFP entro il 2026, prima delle cruciali elezioni presidenziali che si terranno in Francia nella primavera del 2027 e che vedranno tra i possibili candidati di punta il leader del Rassemblement National Jordan Bardella.
Secondo diversi analisti, difficilmente la proposta della presidenza cipriota del Consiglio UE, che prevede un taglio del 2% rispetto alla proposta della Commissione, resterà esente da ulteriori riduzioni.
Sul piano istituzionale, la Commissione europea ha rivendicato un primo avanzamento politico. Al termine del Consiglio europeo, la presidente Ursula von der Leyen ha affermato che i leader hanno raggiunto un accordo sulla nuova architettura del bilancio pluriennale dell’UE, definendolo “un importante passo avanti”. Secondo von der Leyen, il risultato dimostra che gli Stati membri condividono l’ambizione della Commissione di costruire “un bilancio più semplice e a prova di futuro”, in grado di mettere l’Europa nelle condizioni di competere, rafforzare sicurezza e difesa e aumentare la sua capacità di agire in un mondo sempre più complesso.
La presidente della Commissione ha sottolineato anche che il futuro QFP dovrà continuare a sostenere agricoltori, regioni e comunità in tutta l’Unione, cercando così di tenere insieme le nuove priorità strategiche e le politiche tradizionali di spesa. Von der Leyen ha inoltre indicato come ulteriore passo avanti il fatto che, per la prima volta, i leader abbiano potuto discutere sulla base di un quadro negoziale con cifre concrete, grazie al lavoro della presidenza cipriota del Consiglio UE.
Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha invece insistito sul nodo delle risorse proprie, indispensabili per rendere sostenibile il prossimo bilancio pluriennale. Al termine del vertice, Costa ha spiegato che il Consiglio europeo ha incaricato la futura presidenza irlandese del Consiglio dell’UE di accelerare i lavori sulle nuove entrate, con l’obiettivo di arrivare a un avanzamento concreto entro ottobre. “Abbiamo bisogno di queste entrate aggiuntive per un accordo a dicembre”, ha affermato Costa, presentando la chiusura del negoziato entro la fine del 2026 come una “responsabilità condivisa”.
Per Costa, rispettare questa tabella di marcia è essenziale per evitare interruzioni nei flussi di finanziamento verso cittadini, imprese e agricoltori. La questione delle nuove risorse proprie resta però uno dei nodi più delicati del negoziato, perché incrocia il rimborso del debito NextGenerationEU, la richiesta di non comprimere le politiche tradizionali e la necessità di finanziare le nuove priorità dell’Unione senza aumentare eccessivamente i contributi nazionali.
Frugali e “Amici della Coesione”
Lo scontro, come in ogni negoziato sul QFP, vede contrapposti i Paesi cosiddetti “frugali”, desiderosi di contenere i contributi nazionali al bilancio dell’UE, e gli Stati che beneficiano maggiormente delle politiche tradizionali di spesa europea, come la Politica agricola comune e i fondi di coesione. A questa divisione si aggiunge il confronto su come finanziare le nuove priorità dell’Unione, dalla difesa alla competitività, fino all’autonomia strategica.
Secondo quanto riferito da diverse testate, tra cui Euractiv.com, i Paesi che maggiormente si oppongono alla proposta della presidenza cipriota e che chiedono ulteriori tagli sono Paesi Bassi, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia e Germania.
Il gruppo si oppone fermamente anche all’idea di nuovi prestiti comuni o di debito condiviso, così come al rifinanziamento del debito contratto durante l’era Covid, che dovrebbe essere rimborsato a partire dal 2028 e ammonterebbe a 168 miliardi di euro nell’arco di sette anni.
I Paesi del gruppo dei “frugali” hanno invece appoggiato la nuova struttura di bilancio proposta dall’esecutivo europeo, che prevede l’accorpamento di fondi oggi separati in grandi strumenti più flessibili, in particolare piani nazionali e regionali unici per ciascuno Stato membro. La revisione proposta da Bruxelles punta inoltre a spostare risorse verso competitività, difesa, sicurezza, transizione verde e digitale, riducendo la frammentazione dei programmi tradizionali, ma aumentando anche il controllo della Commissione sull’attuazione delle priorità.
Un tema che divide i cosiddetti “frugali” dal resto dei Paesi UE riguarda il meccanismo dei “rebates”, ovvero le correzioni sui contributi nazionali al bilancio UE di cui, nell’attuale ciclo di bilancio, beneficiano Danimarca, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Germania. Diversi Paesi, con in testa l’Italia, chiedono la fine di questo sistema, definito “anacronistico”. Il governo italiano sostiene che, se il meccanismo non sarà abolito, anche Roma chiederà di beneficiarne, in quanto terzo contributore netto dell’Unione.
Come ricorda Euractiv.com, inizialmente la Commissione aveva proposto di abolire completamente il sistema degli sconti nel prossimo ciclo di bilancio, ma il meccanismo è ricomparso nel testo presentato a dicembre dalla Danimarca, allora detentrice della presidenza del Consiglio UE.
Sul fronte opposto si collocano i cosiddetti “Amici della Coesione”, un’alleanza informale che ha ormai raggiunto 16 Paesi e di cui fanno parte Italia e Spagna. Il gruppo fa pressione per un piano di spesa più ampio, contrario ai tagli alle politiche tradizionali, come la Politica agricola comune (PAC) e i fondi di coesione, e favorevole a un piano di rimborso graduale del Recovery and Resilience Facility.
Nel mezzo si colloca invece la Francia, che difende un bilancio capace di finanziare le nuove priorità, sostiene l’idea di un debito comune e appoggia la possibilità di studiare nuove risorse proprie. Parigi è inoltre favorevole alla fine del sistema dei rebates e si batte per preservare la PAC, una storica priorità del governo francese, anche alla luce del peso politico del settore agricolo.
Germania e Austria vogliono ulteriori tagli
Arrivando il 19 giugno al Consiglio europeo, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha espresso chiaramente la posizione della Germania, sostenendo che la proposta attualmente sul tavolo è “decisamente troppo elevata” e che le cifre andrebbero “ridotte”.
Merz ha ribadito con forza anche il no di Berlino a nuove forme di debito comune. “Non possiamo permettercelo. Per questo motivo la posizione tedesca in merito è molto chiara. La condivido anche con tutta una serie di altri Stati membri dell’Unione europea. Non si tratta della maggioranza, ma dobbiamo giungere a un risultato unanime”, ha affermato. Secondo il cancelliere tedesco, “l’importo astratto previsto dall’attuale proposta è di gran lunga troppo elevato” ed è quindi “necessario presentare una nuova proposta”.
Anche il cancelliere austriaco Christian Stocker ha definito l’attuale bozza inadeguata. Secondo l’esponente del Partito popolare austriaco, più risorse non significano automaticamente un’Europa più forte. Pur sostenendo che sia “troppo presto” per parlare di cifre, Stocker ha ribadito la necessità di tagli più consistenti alla proposta di bilancio 2028-2034. Allo stesso tempo, ha sottolineato che per l’Austria è importante garantire fondi sufficienti all’agricoltura e alle regioni.
Le spese amministrative delle istituzioni UE
Di recente l’Austria si è posta alla guida di un gruppo di nove Paesi UE che contestano l’aumento delle spese amministrative delle istituzioni europee, che nel prossimo QFP ammonterebbero a oltre 100 miliardi di euro.
Lo scorso febbraio, Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Estonia, Lettonia, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi hanno chiesto alla Commissione europea di rinunciare al piano di assumere circa 2.500 nuovi funzionari nel prossimo QFP, sottolineando il costo stimato di circa 1,4 miliardi di euro nell’arco dei sette anni.
La critica dei nove è che Bruxelles non possa chiedere disciplina di bilancio agli Stati membri e, allo stesso tempo, aumentare il proprio apparato amministrativo. Il ministro tedesco per l’Europa, Günther Krichbaum, ha definito “fuori dalla realtà” l’ipotesi di rafforzare gli organici mentre i governi nazionali sono chiamati a tagliare la spesa pubblica. La ministra austriaca per l’Europa, Claudia Bauer, ha sostenuto che la credibilità della Commissione nel chiedere disciplina fiscale agli Stati membri dipende anche dalla sua capacità di applicare gli stessi principi al bilancio europeo.
L’Italia non risulta tra i firmatari della lettera dei nove Paesi, ma la posizione del governo italiano appare in parte convergente. La premier Giorgia Meloni ha infatti contestato in più occasioni le spese di funzionamento della macchina amministrativa europea, criticando in particolare il progetto da oltre 800 milioni di euro per la ristrutturazione di uno degli edifici del Consiglio dell’UE a Bruxelles, giudicato un segnale sbagliato nei confronti dei cittadini in una fase in cui agli Stati membri viene chiesto di contenere la spesa pubblica.
Lo scontro con il Parlamento europeo
Alla divisione interna agli Stati membri si aggiunge la siderale distanza tra le posizioni del Consiglio e del Parlamento europeo sul prossimo QFP. Il 12 giugno, i principali correlatori dell’Eurocamera sul bilancio pluriennale 2028-2034, l’eurodeputato del Partito popolare europeo Siegfried Mureșan e la socialista Carla Tavares, hanno respinto la bozza di posizione negoziale presentata dalla presidenza cipriota del Consiglio UE, giudicandola inadeguata rispetto alle esigenze dell’Unione e dei cittadini europei.
In una nota diffusa dal Parlamento europeo, i due relatori hanno preso atto del nuovo pacchetto negoziale, ma hanno avvertito che il testo solleva “serie preoccupazioni” sulla capacità dell’UE di rispettare i propri impegni e di rispondere alle sfide che i cittadini europei si trovano ad affrontare. La proposta cipriota prevede una riduzione complessiva di circa il 2% rispetto alla bozza originaria della Commissione europea, che aveva messo sul tavolo un bilancio pari a 1.760 miliardi di euro a prezzi 2025, equivalente all’1,26% del Reddito nazionale lordo dell’UE, includendo nei massimali anche il rimborso del debito NextGenerationEU. Il pacchetto rivisto risulta così inferiore di circa 32,8 miliardi di euro rispetto alla proposta presentata dalla Commissione nel luglio 2025.
La linea della presidenza cipriota si colloca però in netto contrasto con la posizione del Parlamento europeo, che chiede un QFP molto più ambizioso, pari a circa 1.940 miliardi di euro: quasi 200 miliardi in più rispetto alla proposta della Commissione. Per l’Eurocamera, l’aumento delle priorità strategiche dell’Unione — dalla difesa alla competitività, dalla transizione verde e digitale alla gestione delle crisi — non può essere finanziato comprimendo ulteriormente le politiche tradizionali o scaricando il peso del rimborso del debito comune sui programmi europei.
Il messaggio del Parlamento europeo è stato ribadito anche dalla presidente Roberta Metsola nel suo intervento davanti ai leader al Consiglio europeo. Sul futuro bilancio europeo, Metsola ha assicurato che l’Eurocamera sarà “costruttiva” nei negoziati, ma “difenderà anche la propria posizione”. La presidente ha chiesto un coinvolgimento tempestivo del Parlamento nel processo negoziale e ha sollecitato un’accelerazione della discussione sulle nuove risorse proprie.
“Siamo tutti d’accordo sulla necessità di un bilancio ambizioso. Siamo tutti d’accordo sul fatto che debba essere commisurato alla portata delle sfide che ci troviamo ad affrontare”, ha affermato Metsola, mettendo in guardia dal rischio che le “vecchie divisioni” tra Stati membri facciano perdere di vista il terreno comune. La presidente si è detta ottimista sulla possibilità di cercare di raggiungere un accordo entro la fine dell’anno, se il negoziato procederà con questo spirito.
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