Roma, 17 giugno 2026 – È partito il più grande studio europeo sulla cardiotossicità dei farmaci oncologici. L’obiettivo è di individuare i pazienti più vulnerabili prima che il danno cardiaco associato alle terapie oncologiche diventi clinicamente evidente”, spiegano i ricercatori.
Si tratta di COMPASS, la più importante iniziativa europea all’interno del progetto di ricerca e innovazione in campo sanitario ‘Innovative Health Initative’.
Con un budget complessivo superiore ai 50 milioni di euro, COMPASS – acronimo di ‘Cardio-Oncology Multidisciplinary Patient Assistance Solution’ – riunisce un ampio consorzio multidisciplinare che coinvolge una sessantina di partner tra istituzioni cliniche, accademiche e industriali. A coordinarlo saranno il King’s College London e la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma
L’obiettivo della ricerca
“Questo progetto – spiega la co-ricercatrice principale Giovanna Liuzzo, professoressa associata di Medicina Cardiovascolare alla Cattolica e direttrice della UOSD Sindromi Coronariche Acute del Gemelli – ha l’obiettivo di individuare i pazienti più vulnerabili prima che il danno cardiaco associato alle terapie oncologiche diventi clinicamente evidente”.
All’interno del consorzio, Giovanna Liuzzo è responsabile delle attività di identificazione precoce del rischio di cardio-tossicità, mediante biomarcatori e parametri fisiologici. Il project manager del progetto sarà il dottor Saverio Gravina della direzione scientifica, Grant Office del Policlinico Gemelli.
Riconoscere i segnali di rischio con l’IA
“Grazie all’intelligenza artificiale – spiega la professoressa Liuzzo – analizzeremo sia i pazienti arruolati prospetticamente, sia ampie coorti storiche di lungo-sopravviventi”.
“Integreremo dati clinici, biomarcatori innovativi, analisi genomiche e informazioni provenienti da dispositivi wearable (quali frequenza cardiaca, variabilità della frequenza cardiaca e molto altro), attraverso algoritmi di intelligenza artificiale, in grado di riconoscere precocemente i segnali di rischio e costruire modelli predittivi personalizzati”, continua la co-ricercatrice.
“Proteggere il cuore senza compromettere l’efficacia delle cure”
“Un aspetto centrale del progetto sarà proprio la caratterizzazione biologica dei pazienti. L’obiettivo è consentire una vera medicina di precisione, proteggendo il cuore senza compromettere l’efficacia delle cure oncologiche e riducendo il rischio di interruzione delle terapie”.
I pazienti saranno valutati prima, durante e dopo la terapia oncologica mediante un approccio multimodale che combina imaging cardiovascolare, biomarcatori e tecnologie digitali. Un ruolo centrale sarà svolto dall’ecocardiografia, la metodica più diffusa e scalabile, arricchita da nuovi software capaci di identificare alterazioni cardiache molto precoci, insieme a tecniche avanzate come TAC cardiaca e risonanza magnetica. Saranno inoltre studiati nuovi marcatori di danno miocardico, ottenuti mediante biopsia liquida e il contributo della genetica e della farmacogenetica alla suscettibilità individuale e alla risposta ai trattamenti.
“Il cuore innovativo del progetto – dice ancora la professoressa Liuzzo – sarà la realizzazione di una piattaforma europea condivisa che integrerà dati raccolti nei diversi Paesi partecipanti. Questo ‘repository’ rappresenterà una risorsa unica per sviluppare nuove strategie di prevenzione, diagnosi precoce e gestione personalizzata della cardiotossicità, con l’ambizione di trasformare il modo in cui vengono seguiti i pazienti oncologici dal punto di vista cardiovascolare e di rendere le cure sempre più sicure, efficaci e personalizzate”.
Perché si studiano i biomarcatori
Per quanto riguarda i biomarcatori di imaging, l’esame di base resta l’ecocardiografia, anche nelle sue applicazioni più avanzate. “Ma oggi, grazie ad altre metodiche di imaging, quali PET e risonanza magnetica (RMN) – spiega il professor Luigi Natale, associato di Radiologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore del Centro Avanzato di Radiologia (ARC) del Gemelli – siamo in grado di studiare anche i cosiddetti biomarcatori funzionali e il danno tessutale, sui quali l’ecocardiografia aggiunge poco”.
A seconda dei diversi Work Package (l’unità in cui viene suddiviso il progetto) interessati, nel COMPASS ci sono gruppi che si occupano dello studio del danno aterosclerotico precoce, attraverso la TAC coronarica (sia valutando il calcio coronarico, che le placche instabili).
Il livello di sofferenza del cuore dopo le cure
“Per quanto riguarda gli studi di risonanza magnetica – prosegue il professor Natale – ci saranno due modelli fondamentali: quello della classica tossicità da antracicline e quello della miocardite indotta dagli immune checkpoint inhibitors (immunoterapia). La RMN è infatti in grado di documentare sia l’edema tessutale, che i danni irreversibili – necrosi ed eventuale sviluppo di fibrosi sostitutiva, di cicatrici – accanto a parametri funzionali più sofisticati e riproducibili di quanto misurabile con l’ecocardiogramma (volume, frazione d’eiezione, strain)”.
“Per quanto riguarda lo strain (il danno a carico sul muscolo cardiaco) alcune informazioni possono essere ottenute solo in risonanza magnetica, come quelle che riguardano la deformazione delle fibre intra-miocardiche (e non soltanto la dislocazione del contorno endo ed epicardico); questo viene fatto sia in condizioni di base che sotto stress ‘fisiologico’, come quello legato all’iperventilazione e quindi alla riduzione della CO2”.
“Sempre in RMN, è poi possibile studiare la fibrosi interstiziale indotta dal danno cellulare, attraverso la misurazione del volume extracellulare, con tecniche di mappatura dei tempi di rilassamento (proprietà tessuto-specifiche), ed il danno micro-vascolare, attraverso tecniche di quantificazione del flusso miocardico, in condizione di base e sotto stress farmacologico. L’ultimo passaggio che viene fatto per la valutazione del danno tessutale è lo studio dell’ossigenazione del miocardio, che riflette un danno microvascolare, sia in condizioni di riposo, che sotto stress iperventilatorio”, conclude Natale.
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