Sono abbastanza sicuro che alcuni di voi ricordano a memoria parecchi dei cheat code utilizzati nei videogiochi. Per esempio, io ho ancora in testa tutti quelli di The Sims, ma anche diverse sequenze su PS2 dove su GTA mi divertivo un mondo.
C’erano cheat che curavano, che offrivano armi e poi se ci sentivamo particolarmente creativi, un’altra sequenza faceva precipitare letteralmente dal cielo un carro armato Rhino nel bel mezzo di Grove Street.
Osservando l’evoluzione del mercato dei videogiochi di oggi mi sono reso conto che quell’epoca d’oro, fatta di codici segreti scritti a penna sui diari di scuola o ritagliati dalle pagine delle riviste specializzate, è ormai morta e sepolta.
Di fatto i Cheat Code esistono ma sono stato sostituiti con le microtransazioni, Pass Battaglia e valute virtuali. L’anarchia pura e spensierata del “cazzeggio” è stata imbrigliata, sterilizzata e trasformata nel modello di business più redditizio del Ventunesimo secolo. L’unico, vero trucco rimasto a disposizione del giocatore moderno consiste in una sequenza di sedici cifre, una data di scadenza e un codice CVV: quelli della propria carta di debito/credito.
L’anarchia come forma d’arte e di estensione vitale
La narrativa odierna, spesso veicolata dai publisher, tende a sminuire l’uso dei cheat come una scorciatoia per giocatori pigri, un modo per rovinare l’esperienza pensata dagli sviluppatori. Niente di più falso.
I trucchi non erano (solo) un mezzo per superare un livello troppo difficile. Ma bensì una valvola di sfogo, una vera e propria sandbox prima ancora che il termine diventasse di moda. Titoli come Grand Theft Auto: San Andreas, Age of Empires (con il suo indimenticabile HOW DO YOU TURN THIS ON per far apparire una fuoriserie spara-missili nel medioevo) o The Sims (con il salvifico Motherlode o Rosebud) offrivano due giochi al prezzo di uno.
Da una parte c’era la campagna principale, con le sue regole, la sua progressione e le sue sfide. Dall’altra, inserendo un codice, il gioco si trasformava in un parco giochi per divinità annoiate. Si attivava la modalità “teste giganti”, si facevano volare le automobili, si dotavano i pedoni di lanciarazzi scatenando rivolte urbane, si costruivano ville faraoniche senza dover passare ore a far lavare i piatti al proprio Sim. I cheat erano un collante sociale, un segreto condiviso che prolungava a dismisura la longevità di un titolo.
La morte dei cheat code non è avvenuta dall’oggi al domani. È stata un’erosione lenta, mascherata dietro giustificazioni apparentemente valide. Il primo, letale colpo è stato sferrato dall’avvento degli Obiettivi (su Xbox 360) e dei Trofei (su PlayStation 3). L’introduzione di una metrica globale per misurare il prestigio e il completismo dei giocatori ha reso incompatibile l’esistenza dei trucchi.
La logica è ancora ferrea: se un giocatore può sbloccare l’obiettivo “Finisci il gioco a difficoltà Massima” semplicemente attivando l’invincibilità, il valore stesso dell’obiettivo viene annullato. Pertanto, i pochi sviluppatori che ancora inserivano i trucchi iniziarono a disabilitare il salvataggio o i trofei al momento della loro attivazione.
La morte dei cheat code non è avvenuta dall’oggi al domani
Il secondo colpo è arrivato con la standardizzazione del multiplayer online. In un ambiente competitivo, il trucco diventa cheating nel senso più criminale del termine, un software di terze parti (aimbot, wallhack) che distrugge l’ecosistema. Questo ha spinto le aziende a blindare il codice sorgente dei giochi, sigillando ogni possibile falla per garantire l’integrità dei server.
Tuttavia, queste motivazioni, per quanto legittime sotto il profilo dell’equità del gioco, sono state rapidamente fagocitate e distorte dall’ufficio marketing. Le aziende si sono rese conto di una dinamica psicologica: l’impazienza dei giocatori, il loro desiderio di aggirare le regole o personalizzare l’esperienza, non era un problema da risolvere. Era un pozzo petrolifero da trivellare.
Creare il problema per venderti la soluzione
Siamo così entrati nell’era del “Game Design Ostile” o coercitivo. Se in passato i videogiochi erano bilanciati per essere divertenti, e i trucchi venivano aggiunti come bonus per variare l’esperienza, oggi il paradigma è stato brutalmente rovesciato. Molti titoli, in particolare i cosiddetti “live service” e gli immensi giochi di ruolo a mondo aperto, vengono deliberatamente programmati per essere tediosi, ripetitivi e artificialmente dilatati.
È la tirannia del grinding, ovvero costringere il giocatore a ripetere meccanicamente le stesse azioni per ore, giorni o settimane, solo per accumulare abbastanza punti esperienza o valuta virtuale per sbloccare l’armatura desiderata, l’arma più forte o per poter semplicemente proseguire nella trama. Una volta costruito questo gigantesco e noiosissimo ostacolo, l’azienda si presenta con un sorriso smagliante offrendo la soluzione: i famigerati “risparmiatori di tempo”.
Così, chiunque desideri salire di livello più in fretta per sfuggire a quaranta estenuanti ore di raccolta di pelli d’orso virtuali, si trova magicamente davanti a una scorciatoia: l’acquisto di un pacchetto “aumento XP permanente” per una quindicina di euro. Allo stesso modo, il desiderio di ottenere armi infinite o le risorse per potenziare il proprio accampamento in cinque minuti, anziché in cinque logoranti settimane, viene esaudito semplicemente comprando un pacchetto di materiali dal negozio interno del gioco. E per chi vuole evitare la frustrante gavetta in un titolo sportivo per schierare fin dal primo giorno la squadra dei sogni, l’opzione è altrettanto chiara: basta spendere centinaia di euro in pacchetti di carte virtuali o loot box, sperando che l’algoritmo conceda un drop fortunato.
La commercializzazione del Cazzeggio
La monetizzazione sfrenata non ha ucciso solo la progressione veloce, ma anche l’estetica e la follia creativa. Vi ricordate quando inserire un codice sbloccava costumi ridicoli per i personaggi, trasformava i nemici in zombi o permetteva di giocare con skin alternative sbloccate semplicemente superando sfide nascoste?
Oggi, l’estetica è diventata il pilastro portante dei profitti aziendali. In un panorama dominato dal multiplayer, apparire unici è uno status symbol. Il “trucco” per avere la skin fiammeggiante, l’elmo a forma di teschio o l’animazione di ballo irriverente non esiste più: esiste una vetrina virtuale in costante aggiornamento, dove l’illusione della rarità è creata da negozi a rotazione giornaliera che fanno leva sulla FOMO.
L’industria ha capito che l’essere umano, una volta superata l’adolescenza e assorbito dalle responsabilità lavorative, ha sempre meno tempo libero. Ha quindi trasformato quel tempo, o meglio, la mancanza di esso, in un’arma a doppio taglio. “Sappiamo che sei un adulto stanco”, sembrano sussurrare i publisher. “Sappiamo che vuoi solo sentirti potente per le due ore serali in cui accendi la console. Perché non ci dai qualche euro in più per saltare la parte noiosa?”.
È un ricatto psicologico perfetto. Accettandolo, abbiamo permesso che il concetto stesso di “progressione” e “soddisfazione” venisse inquinato dalla logica del pay-to-win o del pay-to-skip.
L’ultimo baluardo del divertimento sovversivo
L’aspetto più desolante di questa metamorfosi è che ha modificato il modo in cui i nuovi giocatori percepiscono il medium. Per un quattordicenne di oggi, l’idea che un gioco per giocatore singolo contenga stringhe di codice nascoste per attivare la “modalità paintball” o per volare è quasi un concetto alieno. La normalità è accedere al negozio premium.
Esistono ancora rare eccezioni, oasi in un deserto di microtransazioni. La comunità dei modder su PC, ad esempio, rappresenta l’ultima vera resistenza a questo sistema. Loro continuano a piegare il codice al proprio volere, creando mondi alternativi, inserendo trenini Thomas al posto di draghi letali, e restituendo al gioco quella dimensione di follia non prezzata che le aziende cercano di debellare. Ma si tratta di un fenomeno relegato a un’infrastruttura aperta (ovvero il PC) e costantemente minacciato da politiche di copyright e tentativi di monetizzazione persino delle mod stesse.
Il funerale dei Cheat Code è quindi il simbolo di una transizione epocale, il passaggio da un medium che celebrava l’infrazione delle regole per puro diletto, a un’industria iper-capitalistica che ha prezzato persino l’impazienza.
I tasti del controller sono ancora lì, identici a vent’anni fa e non cambia il fatto che possiamo premerli in qualsiasi sequenza vogliamo, ma non otterremmo più un carro armato che cade dal cielo (se non nei rari casi, come nella trilogy di GTA), ma una finestra pop-up che ci chiederà gentilmente di confermare la transazione e inserire il PIN della nostra carta. E in questa transazione, a mio parere, abbiamo perso per sempre un frammento inestimabile della magia del nostro passato.
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Andrea Riviera
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