L’Orologio di Leonardo Sacco segna sempre l’ora di una Rivoluzione incompiuta


Dopo quanto ha scritto Mimmo Calbi, presidente dell’Associazione ”Adriano Olivetti” di Matera sul libro di Leonardo Sacco ” L’orologio della Repubblica ” a valle di una nota di Filippo Laporta su ”La Repubblica” in merito alle riflessioni leviane circa le ”promesse” non mantenute da politica e intellettuali nel dopoguerra verso le genti del Sud, immaginiamo che il ”direttore” di Basilicata stia commentando :”…l’avevo detto e scritto…i fatti e i protagonisti erano quelli…”. Il resto ce lo narra Mimmo Calbi mettendo il dito nella piaga sulla incompletezza, superficialità?, con la quale era stata acquisita la produzione culturale e non solo di Carlo Levi. Tema evidenziato da Leonardo Sacco, che assegna a ciascuno dei protagonisti dell’epoca (sia quelli citati esplicitamente che altri non menzionati ma fatti emergere, comunque) che hanno avuto tante parte in una possibile Rivoluzione meridionale rimasta incompiuta. Come è la ”Questione” che penalizza il Sud in concomitanza con la nascita dello Stato Unitario, ampiamente descritta dai tanti saggi critici e di denuncia di Pino Aprile e di altri. Servirebbe ridare la corda all’Orologio leviano e sacchiano. Mica facile. L’occasione, non ci sono né date e né modalità gestionali, sarebbe la fruibilità del patrimonio documentale e bibliotecario lasciato da Leonardo Sacco per la cifra simbolica di 1 euro alla Regione Basilicata e affidato al Comune di Matera affinché lo valorizzi. Pare, ma siamo come san Tommaso, che siamo a una svolta, da quanto annunciato dagli amministratori comunali a Mimmo Calbi. Peccato si sia perso tempo anche per la sede, quella dell’ex asilo di via Dante al rione Spine Bianche, quartiere storico realizzato con la prima legge speciale sui rioni Sassi. Ricordiamo il silenzio o quasi della passata consiliatura sulla richiesta dell’Associazione ”Adriano Olivetti” di poter operare in quel luogo che ospiterà ” La Biblioteca Sacco”. Venne fuori dell’altro con il solito anglicismo vuoto a perdere del ” Visitor urban center”. Poche cose e ora senza funzioni. Il ”direttore” da lassù ride con ironia con il consueto ”…l’avevo detto e scritto…” Un altro giro di lancette per l’orologio della storia sacchiana.

LE RIFLESSIONI DI MIMMO CALBI
Giorni or sono, in un articolo di Filippo La Porta apparso su «La
Repubblica» («Carlo Levi non si è fermato a Eboli») sull’irriducibilità
appunto di Levi al solo “Cristo si è fermato a Eboli” il critico ha avuto la bontà di citare il ‘nostro’ Leonardo Sacco, autore del più documentato e profondo saggio su «L’Orologio» di Carlo Levi, “L’Orologio della Repubblica Carlo Levi e il caso Italia”, Basilicata editrice 1999. Un libro che, non avendo
Sacco dal ‘45 mai smesso di seguire e ‘patire’ il caso Levi, ha certificato e
documentato ma senza pedanteria l’inadeguata acquisizione dell’
opera del pittore torinese nelle cicliche campionature letterarie. Attraverso
infatti tutta una dovizia di particolari, Sacco racconta il contesto
storico-letterario nel quale Levi scrisse «L’Orologio», evidenziando fra l’
altro gli aspetti nuovi e contraddittori tra cultura e politica, tipici di quei
primi anni del secondo dopoguerra. Essendo poi, com’è noto, il romanzo
leviano folto di personaggi celanti sotto mentite spoglie protagonisti della
vita politica e artistica dei primi anni della Repubblica, Sacco non solo li
“riconosce”, ma ne approfondisce vicende e giudizi nella logica dei
rapporti che Levi intrattenne con tutti costoro.

Il mondo che ne emerge,
oltre le agiografie e le comode e tardive palinodie, è un mondo spigoloso e
vitale, dove ideali e meschinità convivevano; dove invidia, incomprensioni
e rancori irrobustivano le rivalità politiche, le diverse sensibilità culturali e
le differenze caratteriali. Da Bobi Bazlen a Carlo Muscetta, da Vittorio Foa
a MarioSoldati, Da Emilio Lussu a Altiero Spinelli, da Emilio Sereni a Mario
Alicata, da Leo Valiani a Manlio Rossi-Doria, sono innumerevoli i “padri
della Repubblica” presenti nel romanzo di Levi e quelli che non lo sono da
protagonisti sotto falso nome lo sono sullo sfondo con il proprio( Nenni, De
Gasperi, Togliatti).

La ricostruzione delle vicende del romanzo leviano permette a Sacco
di confrontare, come ha sostenuto Marcello Flores, «in una dimensione e
ottica nuove, le culture politiche e la produzione culturale dell’
epoca,rivisitando la questione storiografica più volte approfondita del rapporto
con il mondo comunista e gli uomini del partito d’azione.» Si prenda, un
esempio fra tanti possibili, la vicenda relativa al “caso Scotellaro”
, dedotto da Alicata dal “caso Levi” con argomentazioni muscettiane, ma
accentuate calcando la mano soprattutto sulla seconda parte de L’Orologio
, che Alicata definisce «autobiografia di Levi», e alla quale il critico
comunista riconosce tutt’al più un valore cronachistico, pettegolo,
“privato”.

Al pari di altri intellettuali «falliti in un loro primo tentativo di
prendere contatto con il popolo», Carlo Levi sarebbe caduto in una
«posizione qualunquisteggiante e anarcoide», per «approssimazione e
immodestia». Infatti la nuova, maschia offensiva di Alicata trae spunto
dalla pubblicazione di due opere postume di Rocco Scotellaro,E’ fatto giorno,
, vincitore del premio Viareggio ‘54, e Contadini del Sud. Su quest’
ultimo si concentra la polemica e sugli intellettuali di «Basilicata», che
venendo da una tradizione non trascurabile hanno affinato alcuni dei più
validi esponenti delle nuove leve del meridionalismo, con i quali il
settimanale lucano partecipa al dibattito politico e culturale. Alicata,
sostenendo che sarebbe un “errore” attribuire a un valore scientifico a Contadini del Sud, colpisce Manlio Rossi-Doria, il cui nome, annota Sacco,«è sempre preceduto dalla distanziante qualifica di “professore”
. Il dissenso di Alicata è «drastico e netto», giungendo finanche a sospettare
che Rossi-Doria abbia influenzato in vita e caricato nella prefazione del
libro, il pensiero di Scotellaro. Il quale, secondo il critico de «L’
Unità», non aveva ancora un mondo culturale e sentimentale «concluso e definito in
questa o quella direzione». Di più, si arrischia a sostenere che il travaglio
di Rocco concerneva proprio la scelta per la «rivoluzione democratica del
Mezzogiorno» tra le due vie:quella necessaria di Gramsci dell’
alleanza con la classe operaia, oppure quella di «altre vie misteriose ed autonome»
(alludendo agli altri scrittori meridionalisti).

Domenica dieci maggio, alla fine della mattinata d’esordio della “settimana olivettiana”, sono stato avvicinato dal sindaco e da due assessori che mi annunciavano, in quanto presidente, nel più breve tempo
possibile la collocazione, catalogazione e digitalizzazione del patrimonio
librario di Sacco nell’immobile di Spine Bianche, da più parti a tal fine
promesso all’Associazione culturale Adriano Olivetti.
Ho pensato, forse sull’onda di un sentimento di sincera commozione,
e grazie ad una inedita sensibilità del Sindaco, della Giunta e del Consiglio
comunale, che forse, dopo un quindicennio s’intravedeva una soluzione
della pirandelliana vicenda della biblioteca-Sacco.


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 Franco Martina

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