Settembre arriva con un paradosso per i risparmiatori italiani. Da una parte l’inflazione continua a erodere il valore del denaro lasciato fermo, dall’altra il ritorno dei tassi su livelli più elevati ha restituito interesse a strumenti che per anni sembravano quasi dimenticati, dai Bot ai conti deposito, mentre Borse e oro arrivano all’autunno dopo una corsa che rende più complicato entrare senza interrogarsi sul prezzo che si sta pagando.
La domanda, quindi, non è soltanto dove investire a settembre, ma soprattutto quale funzione debbano avere quei soldi. Liquidità da poter utilizzare tra pochi mesi, capitale da conservare per due o tre anni e risparmio destinato a rimanere investito a lungo non possono essere trattati nello stesso modo. Ed è proprio qui che la fotografia di fine estate diventa interessante.
Lasciare i soldi sul conto oggi ha un costo
Il primo numero da guardare non arriva dalle Borse, ma dall’Istat. A luglio l’inflazione italiana si è attestata al 2,9% su base annua, in lieve rallentamento rispetto al 3% di giugno ma comunque su livelli sufficienti a incidere sul potere d’acquisto di quella parte di patrimonio che rimane completamente improduttiva.
Il confronto con ciò che mediamente le banche riconoscono sulla liquidità è eloquente. Secondo il Rapporto mensile ABI, a giugno il tasso medio sui conti correnti era pari allo 0,31%, mentre sui nuovi depositi a durata prestabilita si saliva al 2,31%. Il tasso medio sul totale dei depositi bancari si attestava invece allo 0,67%. Sono medie di sistema, naturalmente, e sul mercato possono esserci offerte differenti, ma la distanza rispetto all’inflazione spiega perché mantenere somme importanti sul conto corrente per semplice inerzia possa tradursi in una progressiva erosione del loro valore reale.
La liquidità resta indispensabile per le spese impreviste e per il denaro che dovrà essere utilizzato a breve, ma nel 2026 torna ad avere senso separare la disponibilità immediata dal capitale che non servirà nei prossimi mesi.
Bot, il breve termine è tornato interessante
È probabilmente sui titoli di Stato a breve che il cambio di scenario appare con maggiore chiarezza. Nell’asta del 12 agosto il Tesoro ha collocato 8 miliardi di euro di Bot a dodici mesi, con un rendimento medio ponderato semplice del 2,768% lordo, in rialzo di otto punti base rispetto all’asta precedente. La domanda ha raggiunto 11,57 miliardi, con un rapporto di copertura pari a 1,45.
Non è un rendimento sufficiente, preso isolatamente, per garantire una protezione dall’attuale inflazione del 2,9%, tanto più considerando la tassazione, ma restituisce al breve termine una remunerazione che negli anni dei tassi prossimi allo zero sembrava appartenere a un’altra epoca.
Per i titoli di Stato italiani resta inoltre il vantaggio della tassazione agevolata al 12,5%, contro il 26% normalmente applicato agli interessi di molti altri strumenti finanziari.
Il Bot, però, non deve essere confuso con un conto corrente. Ha soprattutto senso per somme che si sa di non dover utilizzare prima della scadenza; chi avesse necessità di vendere il titolo anticipatamente dovrebbe invece confrontarsi con il prezzo espresso dal mercato in quel momento.
Il Btp sopra il 4% torna a farsi guardare
Sul tratto più lungo della curva il numero è ancora più evidente. Alla chiusura del 24 agosto il rendimento del Btp decennale italiano si attestava al 4,07%, mentre quello del Bund tedesco di pari durata era al 3,25%. Lo spread fra i due titoli ha terminato la seduta a 82 punti base.
Quel rendimento sopra il 4% ha un indubbio potere di attrazione per il risparmiatore abituato per anni a rendimenti molto più modesti, ma è anche il punto in cui bisogna evitare uno degli equivoci più frequenti: rendimento elevato e assenza di rischio non sono sinonimi. Chi acquista un’obbligazione a lunga scadenza con l’intenzione di mantenerla fino al rimborso si trova in una situazione diversa da chi potrebbe essere costretto a venderla prima, perché il prezzo del titolo può muoversi anche sensibilmente al variare dei tassi di interesse.
E proprio i tassi restano una delle grandi variabili dell’autunno. Dopo il rialzo di 25 punti base deciso a giugno, a luglio la BCE ha lasciato invariato al 2,25% il tasso sui depositi, al 2,40% quello sulle operazioni di rifinanziamento principali e al 2,65% quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale, ribadendo di non voler anticipare un percorso prestabilito per le prossime decisioni.
Tradotto per chi investe: bloccare oggi un rendimento per molti anni può risultare interessante se in futuro i tassi dovessero scendere, ma la valutazione cambia se l’inflazione costringesse le banche centrali a mantenere più a lungo una politica monetaria restrittiva.
Piazza Affari ha già corso quasi il 17% nel 2026
C’è poi l’azionario, che rimane uno degli strumenti con maggiori potenzialità di crescita nel lungo periodo ma anche quello nel quale le oscillazioni possono risultare più dolorose per chi investe denaro di cui potrebbe avere bisogno a breve.
Il Ftse Mib ha chiuso il 24 agosto a 52.542,18 punti, in flessione dello 0,24% nella seduta. Alla fine del 2025 l’indice principale di Piazza Affari valeva 44.944,54 punti: il progresso dall’inizio dell’anno è quindi pari a circa il 16,9%.
È una corsa importante, che arriva peraltro dopo un 2025 già molto positivo. Ma dire che la Borsa è salita non significa automaticamente sostenere che sia diventata troppo cara, così come un listino sui massimi non implica necessariamente che sia destinato a scendere.
Il punto riguarda piuttosto l’orizzonte temporale. Entrare sull’azionario con denaro necessario tra sei mesi o un anno significa esporsi alla possibilità che una correzione dei mercati arrivi proprio nel momento in cui quel capitale dovrà essere utilizzato. Per il risparmio destinato al lungo periodo diventa invece più importante diversificare per aree geografiche, settori e tempi di ingresso, evitando di concentrare tutto sul mercato o sulla moda finanziaria che ha appena registrato le performance migliori.
Oro oltre 4.670 dollari: bene rifugio, ma non senza rischio
L’altro grande protagonista della fine dell’estate è l’oro. Il 24 agosto il prezzo spot è salito fino a 4.673,20 dollari l’oncia, toccando il livello più alto da oltre tre mesi. A sostenere la corsa sono stati, tra gli altri fattori, l’indebolimento del dollaro, la discesa dei rendimenti americani e una rinnovata domanda degli investitori.
È proprio questa la funzione che tradizionalmente rende il metallo prezioso interessante all’interno di un patrimonio: non tanto produrre un flusso di reddito, perché l’oro non paga cedole né dividendi, quanto contribuire alla diversificazione e assumere talvolta una funzione di protezione nelle fasi di maggiore tensione finanziaria o geopolitica.
Anche qui, però, c’è un errore da evitare. Considerarlo automaticamente sicuro perché è oro significa ignorare che il suo prezzo può salire e scendere anche in maniera significativa e che, per un investitore europeo, entra in gioco anche l’andamento del cambio tra euro e dollaro. È uno strumento di diversificazione, non necessariamente il luogo nel quale trasferire tutti i risparmi quando aumenta l’incertezza.
La vera strategia di settembre: dare una scadenza ai soldi
È forse questa la differenza più importante rispetto agli anni dei tassi a zero. Oggi non esiste più soltanto l’alternativa fra lasciare il denaro sul conto corrente e accettare il rischio della Borsa: nel mezzo è tornata a esistere una gamma di strumenti capaci di offrire un rendimento nominale.
La prima quota deve restare quella della liquidità, cioè il denaro necessario per spese correnti, emergenze e obiettivi imminenti, per il quale disponibilità e sicurezza vengono prima del rendimento. Per il capitale che non servirà nei mesi successivi si apre invece il terreno di depositi vincolati, Bot e obbligazioni con scadenze coerenti con il momento nel quale quei soldi dovranno essere utilizzati. Infine c’è il patrimonio realmente di lungo periodo, quello che può permettersi di attraversare anche le fasi negative dei mercati e nel quale azioni diversificate e, con funzioni differenti, asset come l’oro possono trovare spazio.
A settembre, insomma, il punto non è indovinare quale sarà l’investimento vincente dell’autunno, ma evitare che denaro destinato a obiettivi completamente diversi rimanga parcheggiato nello stesso posto. Con l’inflazione al 2,9%, i Bot annuali al 2,768% lordo, il Btp decennale sopra il 4% e Piazza Affari in rialzo di quasi il 17% dall’inizio dell’anno, anche non decidere è diventata una decisione finanziaria.
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Rita Galimberti
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