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Foglie che ingialliscono già ad agosto. Il fenomeno del foliage anticipato sta interessando la vegetazione di alcune arre della provincia di Varese. In Valceresio, per esempio, il panorama sembra quello tipico dell’autunno.
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È il segnale di come il cambiamento climatico stia mettendo sotto stress il patrimonio arboreo del territorio. Ne abbiamo parlato con il professor Bruno Cerabolini, docente di botanica all’Università dell’Insubria, che da anni osserva l’evoluzione della vegetazione varesina.
Perché le piante si proteggono perdendo le foglie
Il meccanismo è simile a quello di una barca che riduce la vela quando il vento soffia troppo forte: le piante, quando traspirano troppo e non possono permettersi di perdere altra acqua, si liberano di parte o di tutto il fogliame. Quello a cui si assiste ora, però, è un fenomeno di perdita quasi totale e anticipata delle foglie, un adattamento tipico degli ambienti tropicali più che di quelli temperati. Un comportamento che si può osservare nei boschi secchi e nelle savane tropicali, dove le piante perdono il fogliame prima della stagione sfavorevole — non a causa del freddo, ma della siccità. Anche le nostre latifoglie sono decidue, ma per un motivo diverso: perdono le foglie quando arriva il freddo. Il rischio, oggi, è che debbano imparare a perderle anche per la siccità, ritrovandosi con periodi molto più corti in cui portano il fogliame.
Le specie più esposte
Non tutte le piante rispondono allo stesso modo. Una regola empirica è che più grandi sono le foglie, più la pianta rischia in caso di stress idrico. I castagni, ad esempio, sono tra le specie decidue da monitorare con più attenzione: se si dovesse stilare una lista di vulnerabilità preventiva, andrebbe costruita partendo proprio dalle latifoglie con le foglie più grandi.
Il discorso cambia per i sempreverdi, che vanno distinti in due categorie. Ci sono quelli che arrivano da climi dove “va sempre bene”, come alcune specie tipicamente mediterranee, capaci al massimo di diventare “spoglianti” — perdono le foglie vecchie e le rimpiazzano quasi immediatamente con quelle nuove, senza attraversare un’intera stagione spogli. È il comportamento, ad esempio, di alcune querce pugliesi e lucane. Si sta notando, nelle nostre zone, anche nel nocciolo, che oggi arriva a tenere le foglie vecchie fino a dicembre o gennaio, mezze verdi, mentre già apre le gemme di quelle nuove: probabilmente il nocciolo si sta adattando ai cambiamenti climatici.
Quando il foliage anticipato è pericoloso
Tutto dipende dal bilancio energetico della pianta. Se una pianta ha già saturato il proprio bilancio in positivo prima della perdita anticipata delle foglie, può permettersi la chiusura precoce senza grossi rischi. Il problema è che perdere le foglie già ad agosto, invece che a ottobre o novembre, può rappresentare un danno reale, perché le temperature miti dell’autunno permetterebbero ancora alla pianta di sfruttare il fogliame per produrre energia.
Le conseguenze: un declino che si misura in anni, non in mesi
Le piante hanno nel tronco notevoli riserve di sostanze energetiche e possono sopravvivere anche a lungo con un bilancio energetico in negativo prima di essere intaccate davvero. È il caso di alcuni grandi cedri di Varese, che dopo un danno possono impiegare quattro o cinque anni prima di iniziare a ingiallire, e la morte arriva solo dopo cinque o sei anni. Per questo, valutare l’impatto reale di un evento come la siccità e il foliage anticipato richiede tempo: non è detto che gli effetti peggiori si vedano subito.
Come sta cambiando la vegetazione della provincia
Il quadro che emerge è quello di una vegetazione che sta lentamente riorganizzando i propri equilibri. Le querce, simbolo del paesaggio varesino, insieme a castagni e faggi soffrono di un fenomeno di declino — il cosiddetto “oak decline” — segnalato già a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, dovuto a più concause: inquinamento, siccità, cambiamento climatico. Questo significa che i danni degli episodi di stress recenti si sommano a un deperimento che va avanti da decenni, aggravando ulteriormente la situazione dei querceti di pianura e di collina bassa.
I pericoli per il patrimonio arboreo storico e monumentale
Nella Città Giardino, ricca di piante storiche e monumentali, non tutte le specie corrono lo stesso rischio. Cedri e sequoie, ad esempio, non sono in pericolo: vivono normalmente su montagne dal clima praticamente mediterraneo, come quelle della California. Il problema riguarda piuttosto l’arrivo di tante specie di climi più caldi che negli anni sono state introdotte nei giardini varesini e che oggi, paradossalmente, si trovano avvantaggiate, mentre altre, come i carpini, sono più in difficoltà e rischiano di essere progressivamente escluse dalle scelte future di piantumazione.
Come proteggere le piante monumentali e quelle più storiche
Per chi ha già un giardino piantumato, il consiglio principale è quello delle innaffiature di soccorso, dove è consentito. Un accorgimento fondamentale è però evitare di fertilizzare durante le stagioni calde e secche: farlo equivale a mettere sale nel terreno, aumentando la concentrazione di sali nel suolo intorno alle radici con effetti dannosi.
Meglio puntare su un’irrigazione lenta, a goccia, piuttosto che abbondante e sporadica: su un terreno secco un’annaffiatura intensa non produce un effetto proporzionale all’acqua data, mentre un apporto lento e costante, unito a una pacciamatura di foglie e cortecce che trattiene l’umidità nel terreno, aiuta le piante a non essere esposte al disseccamento immediato. In generale, sarebbe meglio abbandonare la “mania di pulire” i giardini e lasciare che la natura si protegga da sola.
Le piante infestanti in proliferazione
Il cambiamento climatico sta favorendo anche la diffusione di specie infestanti. Bambù e paulonia, piante spesso promosse per la loro capacità di assorbire carbonio, si stanno diffondendo rapidamente in provincia di Varese, dove ormai è facile notare gli esemplari di paulonia dalle grandi foglie. Ma la specie più problematica resta l’ailanto, considerato la pianta più invasiva d’Europa e ormai diffusissimo anche in Italia, capace di adattarsi con estrema facilità ai nuovi equilibri climatici a scapito delle specie autoctone.
Quali piante prevedere nella progettazione di nuovi giardini e parchi
Per chi deve progettare nuovi spazi verdi, il consiglio è puntare su specie “ponte”, capaci di stare a cavallo tra il clima temperato delle medie latitudini e quello mediterraneo o submediterraneo. Come l’acero campestre — un tempo utilizzato anche per le siepi — e l’orniello, il frassino minore, che si sta dimostrando molto più resistente del frassino maggiore. Quest’ultimo, in provincia di Varese, ha subito perdite drastiche, probabilmente legate anche all’abbassamento della falda, avendo bisogno di grandi quantità d’acqua.
L’adattamento al cambiamento climatico può essere affrontato con la resistenza — cercando di mantenere intatti gli ecosistemi, ormai però già molto compromessi — o con la resilienza, cioè trovando nuove soluzioni. Quest’ultima strada, però, apre anche la porta al rischio dell’improvvisazione, se non condotta con rigore: introdurre nuove specie senza una valutazione attenta rischia di creare ulteriori squilibri, come già sta avvenendo con la diffusione di piante come bambù e paulonia.
Perché non va più considerato il prato all’inglese
Un capitolo a parte riguarda i prati, ormai sempre più stressati dalla siccità. Le graminacee che compongono il tradizionale prato all’inglese hanno un apparato radicale superficiale: senza annaffiature costanti, semplicemente non riescono a sopravvivere. Non a caso i prati si stanno progressivamente riempiendo di piante a radice fittonante, capaci di scendere più in profondità per cercare l’umidità, come il dente di leone. È una vera e propria consociazione naturale, in cui le specie con radici più profonde stanno progressivamente sostituendo l’erba da prato.
Per questo, secondo il professore, il prato all’inglese va abbandonato non solo nella gestione del verde esistente, ma anche nella progettazione futura, a favore di soluzioni alternative come tappezzanti e arbusti, più adatte a un clima che sta cambiando più rapidamente di quanto la nostra vegetazione tradizionale sia in grado di seguire.
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