Non ci sono bende, resine, unguenti, organi rimossi o sacerdoti incaricati di preparare il corpo per l’aldilà, e non c’è neppure il clima caldo e arido che associamo istintivamente alle mummie egizie. Ci sono invece un piccolo borgo fortificato del Friuli-Venezia Giulia, il pavimento di una chiesa, alcune antiche sepolture e una combinazione di condizioni naturali tanto particolare da aver trasformato dei comuni defunti in qualcosa che nessuno aveva previsto: mummie spontanee, con pelle, arti e tratti anatomici sopravvissuti per secoli alla decomposizione.

È questo il mistero delle Mummie di Venzone, custodite oggi nella cripta della Cappella cimiteriale di San Michele, accanto al Duomo di Sant’Andrea Apostolo. Cinque corpi sono attualmente esposti al pubblico, ma nel corso del tempo quelli rinvenuti nelle tombe della chiesa e nelle sue immediate vicinanze furono quasi quaranta, abbastanza da trasformare un fenomeno apparentemente casuale in uno dei casi di mummificazione naturale più singolari d’Italia.

La parte più sorprendente della storia, però, è che nessuno cercò di conservarli.

Lo fece la natura.

Tutto cominciò nel 1647 con un corpo che non avrebbe dovuto essere così

Nel 1647, durante alcuni lavori di ampliamento del Duomo di Venzone, venne aperta una tomba risalente al XIV secolo. All’interno non apparve lo scheletro che ci si sarebbe aspettati dopo quasi trecento anni, ma il corpo disseccato di un uomo che conservava ancora una parte consistente dei tessuti.

La postura e una evidente curvatura della schiena gli valsero il nome con cui sarebbe diventato celebre: il Gobbo di Venzone. È la più antica delle mummie note del paese e il suo sepolcro medievale si trovava sotto quella che oggi è la Cappella del Rosario.

Il ritrovamento del Gobbo fu soltanto l’inizio. Nei secoli successivi, e in particolare durante le riesumazioni compiute nell’Ottocento, dalle tombe ricavate sotto e intorno al Duomo emersero altri cadaveri che presentavano lo stesso fenomeno, fino a raggiungere un numero complessivo vicino alla quarantina. Non erano, però, tutti medievali: mentre il Gobbo proveniva da una sepoltura trecentesca, le altre mummie conservate sono perlopiù riconducibili al XVIII e al XIX secolo, e nel complesso le salme associate al fenomeno di Venzone coprono un arco cronologico che va dal 1348 al 1881.

Ed è proprio questo a rendere il caso scientificamente ancora più interessante, perché la mummificazione non sembra essere stata l’effetto irripetibile di una singola sepoltura medievale, ma un processo verificatosi più volte nello stesso ambiente.

Nessuno li aveva imbalsamati

Quando un corpo viene sepolto, batteri, enzimi e microorganismi cominciano rapidamente a trasformarne i tessuti, mentre umidità e temperatura influenzano la velocità con cui avviene la decomposizione. La mummificazione naturale rappresenta, in sostanza, un’eccezione a questo processo: se l’acqua presente nei tessuti viene eliminata abbastanza velocemente, l’attività biologica responsabile della decomposizione può essere fortemente rallentata e la pelle finisce per seccarsi e aderire allo scheletro. Gli studi forensi mostrano che particolari ambienti asciutti, ventilati o confinati possono produrre fenomeni di mummificazione anche senza alcun intervento umano.

A Venzone qualcosa del genere avvenne sotto il pavimento della cattedrale, ma con un’efficacia straordinaria.

Secondo le ricostruzioni tramandate localmente, il processo poteva completarsi mediamente entro il primo anno dalla sepoltura, lasciando i corpi completamente disidratati e ricoperti da una pelle sottile e pergamenacea. Una volta eliminata abbastanza rapidamente l’umidità necessaria alla proliferazione dei microorganismi responsabili della putrefazione, ciò che normalmente sarebbe scomparso poteva così conservarsi per secoli.

Ma perché proprio lì?

Il fungo che avrebbe “mangiato” l’acqua dei cadaveri

Per molto tempo il principale sospettato ha avuto un nome quasi da romanzo gotico: Hypha bombicina Pers.

Si tratta della muffa che, secondo la spiegazione tradizionale riportata ancora oggi dal sito turistico di Venzone e dal Ministero della Cultura, si sarebbe sviluppata all’interno di alcune tombe, contribuendo a sottrarre umidità ai tessuti e quindi a ostacolarne la decomposizione.

È una spiegazione affascinante, al punto che negli anni è diventata quasi inseparabile dalla storia delle mummie: un fungo invisibile che entra in azione nel buio delle tombe e trasforma lentamente un corpo in una sorta di involucro disseccato, senza che nessuno abbia programmato nulla.

La realtà scientifica è però probabilmente più complessa.

Uno studio pubblicato nel 2016 che confrontava diverse popolazioni di mummie naturali italiane cita proprio il caso di Venzone e sottolinea come il processo sia stato favorito dal microclima delle tombe, dall’aerazione e dalla porosità della pietra calcarea, insieme alla presenza della muffa indicata nelle ricostruzioni storiche. In altre parole, difficilmente esiste un unico responsabile: è più plausibile immaginare un equilibrio eccezionale tra struttura delle sepolture, circolazione dell’aria, capacità delle superfici di assorbire l’umidità e attività microbiologica.

È proprio la combinazione a essere straordinaria. Non una formula inventata dall’uomo, ma un piccolo laboratorio naturale rimasto inconsapevolmente attivo sotto una chiesa.

Una capsula del tempo fatta di pelle e ossa

Ed è qui che le Mummie di Venzone smettono di essere soltanto una curiosità macabra.

Uno scheletro può dire moltissimo agli antropologi: sesso biologico, età approssimativa, traumi, alcune malattie, condizioni di vita e perfino attività ripetute per anni possono lasciare segni sulle ossa. Una mummia naturale, però, conserva qualcosa in più, perché insieme allo scheletro possono sopravvivere pelle e altri tessuti molli, aumentando enormemente le informazioni disponibili per ricostruire la vita di una popolazione del passato. La paleopatologia contemporanea utilizza infatti radiografie, tomografie computerizzate e altre tecniche non invasive proprio per studiare questi corpi senza distruggerli.

Il morto, in altre parole, diventa involontariamente una capsula del tempo biologica.

E nel caso del Gobbo quella capsula porta direttamente a una sepoltura del Trecento, quando Venzone era un centro fortificato collocato lungo una fondamentale via di passaggio fra il mondo germanico e la pianura friulana, protetto da mura che ancora oggi definiscono l’aspetto del borgo.

Chi fosse davvero quell’uomo non lo sappiamo con certezza. Non conosciamo i pensieri che ebbe, le persone che amò o il giorno esatto della sua morte, ma il suo corpo possiede qualcosa che normalmente il tempo avrebbe cancellato completamente e che invece, per una concatenazione casuale di eventi naturali, arrivò fino agli uomini del Seicento e poi fino a noi.

Quando le mummie divennero una celebrità europea

Una scoperta del genere non poteva naturalmente rimanere confinata a Venzone.

Durante l’Ottocento alcune mummie furono trasferite per essere osservate e studiate fuori dal Friuli, e le fonti locali ricordano esemplari inviati a Padova, Vienna e Parigi. La loro fama crebbe al punto che attorno ai corpi nacque presto anche un inevitabile repertorio di racconti, curiosità e leggende.

Tra i visitatori illustri compare persino Napoleone Bonaparte. Qui, tuttavia, bisogna distinguere la storia documentata dalla tradizione locale: numerose ricostruzioni friulane raccontano che Napoleone, venuto a conoscenza delle insolite salme mentre si trovava nella regione, volle personalmente vederle. Il racconto viene spesso collegato alla presenza di Bonaparte in Friuli nel periodo del Trattato di Campoformio del 1797; non ci sono invece elementi sufficientemente solidi per presentare come certa la data del 1807 che compare in alcune versioni divulgative della storia.

Il particolare, anche senza trasformarlo in una certezza che le fonti non permettono, racconta comunque quanto le mummie fossero già diventate un fenomeno capace di uscire dai confini del piccolo borgo.

Il terremoto che rischiò di distruggerle una seconda volta

Poi, quasi tre secoli dopo il primo ritrovamento, fu la terra stessa che le aveva conservate a mettere in pericolo ciò che restava della collezione.

Il 6 maggio 1976, il devastante terremoto del Friuli colpì duramente Venzone e distrusse gran parte del paese. Anche il complesso religioso venne gravemente danneggiato. Tra le macerie della Rotonda di San Michele furono recuperate 15 delle 21 mummie che vi erano allora custodite e, nonostante il crollo, i corpi risultarono sostanzialmente integri.

È quasi una seconda vita della loro storia: uomini e donne sopravvissuti biologicamente alla decomposizione per secoli riuscirono a superare, almeno in parte, anche uno dei terremoti più distruttivi della storia italiana contemporanea.

Oggi cinque di quei corpi sono visibili nella cripta della Cappella di San Michele, costruzione del XIII secolo situata nel sagrato del Duomo, dove l’esposizione permanente permette di osservarli a pochi metri di distanza.

Il vero mistero delle Mummie di Venzone

Forse è proprio qui che la storia diventa più suggestiva, perché a differenza delle grandi mummie dell’antichità non c’è nessuna ricerca deliberata dell’immortalità.

Gli Egizi svilupparono per millenni tecniche elaborate per sottrarre il corpo alla decomposizione, intervenendo sui cadaveri perché la loro conservazione aveva un significato religioso. A Venzone nessuno progettò nulla del genere. Quegli uomini vennero semplicemente sepolti secondo le pratiche del loro tempo e, sotto il pavimento della chiesa, temperatura, aria, pietra e microorganismi fecero accidentalmente ciò che altrove richiedeva conoscenze, rituali e preparazioni complesse. La distinzione tra mummificazione naturale e artificiale è infatti fondamentale negli studi antropologici contemporanei.

E forse è anche per questo che i corpi di Venzone continuano a inquietare più di una mummia avvolta nelle bende: non dovevano diventare mummie.

Non erano re, faraoni o personaggi destinati a essere conservati per l’eternità, ma persone morte in un piccolo centro del Friuli che avrebbero dovuto seguire lo stesso destino biologico di milioni di altri uomini e donne vissuti nei secoli passati. Invece una tomba medievale, un microclima fuori dall’ordinario e una concatenazione di condizioni naturali hanno sospeso quel processo, lasciando che almeno una parte dei loro corpi attraversasse centinaia di anni.

Il vero mistero di Venzone, allora, non è soltanto capire quale percentuale del fenomeno sia dovuta alla muffa, alla pietra o alla ventilazione delle tombe, ma osservare quanto sottile possa essere il confine tra ciò che il tempo cancella e ciò che, per puro caso, decide di conservare.


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Marianna Baroli

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