Alfredo Maiolese

“Un piccolo Stato non è una piccola sovranità”. Lo afferma Alfredo Maiolese, segretario generale e ambasciatore at large della World Organization of States International Parliament for Safety and Peace (Organizzazione Mondiale degli Stati – Parlamento Internazionale per la Sicurezza e la Pace) esprimendo una riflessione sull’attività dell’Onu ed un pensiero su quelli che definisce “Stati che la bloccano in continuazione”.

“Come World Organization of States – WOS-IPSP, organizzazione intergovernativa impegnata nella promozione della pace, della sicurezza globale, del dialogo tra gli Stati e della cooperazione internazionale – dice l’ambasciatore Maiolese – abbiamo avviato la One State, One Vote Initiative, una riflessione sul futuro del multilateralismo e sul principio di uguaglianza sovrana degli Stati”. 

Iniziativa notevole e di spessore, tuttavia in questo modo state forse mettendo in discussione l’attuale sistema delle Nazioni Unite?

Non è questo l’obiettivo. Le Nazioni Unite rimangono un pilastro indispensabile del multilateralismo. Ma sono trascorsi più di ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e il mondo del 1945 non esiste più. Asia, Africa, mondo arabo e America Latina hanno assunto un peso completamente diverso. Economia, tecnologia, intelligenza artificiale, energia e nuovi equilibri geopolitici stanno trasformando rapidamente le relazioni internazionali. Sostenere le Nazioni Unite significa anche avere il coraggio di discutere come rafforzarle e adattare il multilateralismo al mondo che cambia.

Pare che uno dei temi più delicati e sui quali state meditando sia il diritto di veto. Per voi rappresenta un limite?

Il veto nasce da precise condizioni storiche e da un equilibrio costruito dopo una guerra mondiale. Quelle ragioni devono essere comprese e rispettate. Ma rispettare la storia non significa considerare immutabile ogni meccanismo nato dalla storia. Le guerre degli ultimi anni hanno evidenziato difficoltà che erano già presenti. Quando esiste una crisi grave e la comunità internazionale fatica ad agire, dobbiamo avere il coraggio di interrogarci sull’efficacia degli strumenti disponibili. Non è una battaglia contro qualcuno. È una riflessione sul futuro

Ma in pratica, cosa significa “One State, One Vote”?

Significa partire da un principio molto semplice: un piccolo Stato non è una piccola sovranità. 

Non vogliamo togliere voce alle grandi potenze. Vogliamo dare maggiore voce a tutti. Popolazione, territorio e forza militare non possono essere gli unici parametri del valore internazionale di uno Stato. Esistono Paesi che contribuiscono attraverso energia, tecnologia, economia, diplomazia, mediazione, posizione strategica, cultura o conoscenza e alcuni possono contribuire semplicemente con una buona idea. La forza di alcuni non dovrebbe rendere irrilevante la voce degli altri

Mentre parliamo di multilateralismo, il mondo sta aumentando gli investimenti militari. Differenze e fibrillazioni che stanno percorrendo il pianeta con pareri diversi e persino contrastanti; tutto ciò non può portare a forte instabilità?

Ogni Stato ha il diritto e il dovere di proteggere la propria popolazione, la propria sovranità e integrità territoriale. Questo non è in discussione. Ma la sicurezza del XXI secolo non può essere misurata soltanto attraverso la capacità militare. Mentre crescono gli investimenti negli armamenti, dobbiamo trovare un equilibrio con le risorse destinate ad acqua, istruzione, salute, infrastrutture, ambiente, sviluppo e giustizia sociale. Una popolazione senza acqua, una generazione senza opportunità e una società segnata da profonde disuguaglianze non possono essere realmente sicure. Difesa e sviluppo non sono necessariamente alternative: sono dimensioni diverse della stessa sicurezza.

Nello scenario mondiale mai come ora ambiente ed energia sono diventati temi primari e dibattuti a livello internazionale. E’ possibile trovare equilibri?

Possibile se si evitano soluzioni ideologiche o identiche per tutti; ogni regione possiede risorse, economie ed esigenze differenti. Sicurezza energetica, sviluppo, innovazione e responsabilità ambientale devono procedere insieme. Il multilateralismo non deve cancellare le differenze tra i Paesi. Deve permettere loro di cooperare rispettandole.

Le giovani generazioni sono tema di dialogo quotidiano. Ma i problemi esistono oggi. Non c’è rischio di rimandarli al futuro?

E questa è proprio una delle mie maggiori preoccupazioni. Continuiamo a parlare delle generazioni future, ma una parte del disastro è già davanti ai nostri occhi. Le guerre distruggono oggi. La povertà colpisce oggi. La scarsità d’acqua esiste oggi. Bambini e giovani vedono guerre e sofferenze in tempo reale attraverso uno smartphone; non possiamo aspettare un’altra grande tragedia per domandarci se il sistema debba evolvere. La generazione del 1945 ereditò le macerie ed ebbe il coraggio di costruire nuove istituzioni. Noi abbiamo ereditato quelle istituzioni e abbiamo il dovere di preservare ciò che funziona, ma anche il coraggio di migliorare ciò che non risponde più pienamente alla realtà contemporanea.

In sintesi e quasi come uno spot che tutti possano capire, qual’è il messaggio che vuole trasmettere al mondo la WOS-IPSP? vuole rivolgere alla comunità internazionale?

Il mondo è profondamente cambiato e il multilateralismo deve avere la capacità di evolvere con esso. Riflettere sul diritto di veto, sulla rappresentatività e sugli equilibri nati nel dopoguerra non significa mettere in discussione le Nazioni Unite. Significa chiedersi come renderle ancora più efficaci davanti alle sfide del nostro tempo. WOS-IPSP propone un principio semplice: non diminuire la voce di qualcuno, ma aumentare quella di chi oggi viene ascoltato troppo poco, perché un piccolo Stato non è una piccola sovranità. E’ una comunità internazionale nella quale più Stati possono contribuire alle decisioni; non è più debole, è più rappresentativa, più responsabile e, forse, anche più capace di costruire la pace. Dino Frambati

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