La gogna online può trasformare accuse, sospetti e vicende private in condanne anticipate. Ma quando la reputazione viene distrutta prima della verità giudiziaria, chi restituisce una vita spezzata?
Da Tortora a Marrazzo fino a Ranucci: quando il processo mediatico arriva prima della sentenza, può accadere di tutto. Anche di condannare innocenti ben prima del processo vero. E di rovinarli per tutta la vita.
Enzo Tortora, Piero Marrazzo e Sigfrido Ranucci sono solo tre delle diverse storie che toccano personaggi inquisiti (o anche solo sospettati), rovinati dal clamore mediatico, e oggi processati sui social.
Tre giornalisti, tre storie diverse, una stessa domanda: quanto può essere devastante un processo mediatico? Cosa significa quando la sentenza arriva ben prima della verità giudiziaria?
Enzo Tortora, conduttore popolarissimo di Portobello, fu travolto nel 1983 da accuse di camorra e traffico di droga. Condannato in primo grado a dieci anni, fu assolto in appello e la Cassazione confermò l’assoluzione nel 1987. Nel frattempo aveva perso quattro anni di vita, libertà, reputazione e lavoro.
Nel 1984, ancora sotto inchiesta, fu eletto al Parlamento europeo nelle liste del Partito Radicale.
Piero Marrazzo, giornalista televisivo, lasciò la Rai per la politica e nel 2005 fu eletto presidente della Regione Lazio. Nel 2009 fu travolto da uno scandalo legato alla sua vita privata e si dimise. Ma il profilo penale della vicenda riguardava soprattutto il ricatto e il coinvolgimento di alcuni carabinieri. Il processo si è concluso con pesanti condanne ai carabinieri (a due di loro condanna a 10 anni di reclusione, gli altri a 6 e 3 anni di reclusione). Ai militari sono stati contestati i reati di concussione, rapina, ricettazione e violazione della legge sugli stupefacenti, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Una vicenda privata non coincide necessariamente con una responsabilità penale. Ma per Marrazzo ha rappresentato una vicenda di condanna mediatica prima del processo.
E veniamo al caso Ranucci, diventato il “caso Report”.
Lui è uno dei volti più riconoscibili del giornalismo d’inchiesta italiano. Da anni conduce Report, raccontando storie di mafia, corruzione, traffici illeciti, poteri economici e politici. Oggi è al centro di una vicenda paradossale: è vittima di un attentato e, mentre l’inchiesta cerca di ricostruirne responsabilità e movente, intorno alla sua figura si moltiplicano interpretazioni, letture politiche e inquietanti insinuazioni. E da qui quella certa stampa di parte ha subito emesso la condanna, immediatamente avallata dal tribunale del popolo che si trova sui social.
Ed è proprio qui che occorre fermarsi.
La Procura di Roma indica Valter Lavitola come presunto mandante dell’attentato. Lavitola, davanti al gip, ha ammesso di essere il mandante, fornendo però una propria versione del movente, che dovrà essere valutata nel procedimento e che ha subito lasciato perplessi gli inquirenti.
Il dato fondamentale resta un altro: Ranucci non è accusato di essere l’autore o il mandante dell’attentato. È la vittima di un attentato pensato altrove, con mandanti ancora più in alto. Con obiettivi ancora da definire, ma già chiari.
Ranucci, da vittima a colpevole senza esserlo e senza che gli inquirenti lo abbiano certificato, forse nemmeno immaginato.
Questo non significa che Ranucci sia intoccabile. Ma una cosa sono le domande, un’altra le insinuazioni. Una cosa sono i fatti, un’altra le interpretazioni. E soprattutto una cosa è un’inchiesta giudiziaria, un’altra sono i processi sommari. L’inchiesta è ancora all’inizio. Senza dubbio se ne vedranno delle belle.
La lezione di Tortora
Il precedente più drammatico resta quello di Enzo Tortora, popolarissimo giornalista tv. Il 17 giugno 1983 fu arrestato con accuse pesantissime. Le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia lo indicarono addirittura come appartenente alla Nuova Camorra Organizzata. Le immagini dell’arresto con tanto di manette fecero il giro d’Italia: il volto di Tortora dietro le sbarre diventò una notizia d’apertura dei TG e di tutta la stampa nazionale. E da qui immediatamente si trasformò in una sentenza di colpevolezza per Tortora.
Fu condannato in primo grado a dieci anni. Poi arrivò la verità giudiziaria definitiva: assolto in appello nel 1986, assoluzione confermata dalla Cassazione nel 1987.
Quattro anni. Quattro anni di libertà perduta, reputazione distrutta, lavoro interrotto, vita sconvolta.
Tortora tornò in tv per riprendere Portobello, ma non era più l’uomo di prima. Morì nel 1988. Il carcere, il dolore, la rabbia e l’amarezza di un uomo innocente lo portarono alla morte.
La sua vicenda è diventata il simbolo dell’errore giudiziario e della devastante capacità del processo mediatico di precedere quello giudiziario.
Tornando un attimo al caso Marrazzo c’è da fare una distinzione fondamentale: una debolezza privata può avere conseguenze politiche e personali senza trasformarsi automaticamente in un reato.
Nel rumore della cronaca, questa differenza troppo spesso scompare.
Raccontare, non condannare
La stampa deve fare e raccontare le inchieste. Deve contribuire a scoprire la verità.
Ma deve anche distinguere: indagato non significa colpevole; una misura cautelare non è una sentenza; un’ipotesi investigativa non è un fatto definitivamente accertato; la ricostruzione della Procura non coincide automaticamente con la verità processuale; una sentenza di primo grado può essere riformata nei successivi gradi di giudizio.
Non è un cavillo. È lo Stato di diritto.
L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Non è una formula ornamentale. È una garanzia fondamentale della nostra democrazia.
La gogna corre più veloce della giustizia
Oggi il problema è ancora più grave rispetto ai tempi di Tortora. Certa stampa asservita al potere di turno è ancora più forte. E i social fanno molto spesso un gioco sporco, fino ad emettere sentenze inappellabili.
Così un’accusa può diventare virale in pochi minuti. Una smentita può non raggiungere mai lo stesso pubblico. Un titolo può restare online per anni, mentre una successiva assoluzione può finire in fondo alla cronaca.
È la condanna reputazionale.
Può colpire un politico, un imprenditore, un medico, un professore, un magistrato, un giornalista o un cittadino qualsiasi.
Non serve essere colpevoli. A volte basta essere anche solo sfiorati da una inchiesta.
Tortora, Marrazzo e Ranucci non sono la stessa storia. Sarebbe sbagliato metterli sullo stesso piano. Ma sono tre vicende che, in modi profondamente diversi, pongono la stessa questione: che cosa accade quando una persona diventa un caso mediatico prima che la giustizia abbia stabilito le sue responsabilità?
Aspettare non significa proteggere i colpevoli. Significa proteggere gli innocenti. Perché la giustizia può arrivare dopo anni. La reputazione, invece, può essere distrutta in cinque minuti.
E quei cinque minuti possono durare una vita.
P.S.: Proprio in queste ultime ore il gip di Genova ha accolto la richiesta della Procura di archiviare l’indagine sull’ex governatore della Liguria, Giovanni Toti, già giornalista di primo piano.
Si tratta dell’archiviazione definitiva delle accuse ancora pendenti contro Toti, e cioè voto di scambio con l’aggravante mafiosa (in precedenza patteggiò una pena di due anni e tre mesi, convertita poi in 1.650 ore di lavori socialmente utili, per le accuse di «corruzione nell’esercizio delle funzioni» e finanziamento illecito ai partiti).
Altra storia. Altra condanna popolare che ha anticipato le decisioni dei giudici.
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L.F
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