Milizie addestrate a sfondare i cordoni della polizia e incendiare edifici, sacerdoti ortodossi pagati per fare propaganda dal pulpito, voti comprati e migliaia di cittadini reclutati attraverso Telegram. Dietro le ultime elezioni in Moldova si sarebbe sviluppata una delle più vaste operazioni russe mai organizzate fuori dall’Ucraina per destabilizzare un Paese occidentale.
A ricostruirla è un reportage del New York Times firmato da Michael Schwirtz, Adam Goldman e Aaron Krolik, basato su documenti riservati, database lasciati accessibili online, video recuperati dai telefoni dei partecipanti, testimonianze e colloqui con funzionari dell’intelligence di tre Paesi.
Secondo le fonti del quotidiano americano, Vladimir Putin avrebbe indicato ai propri vertici l’obiettivo strategico del 2026: «Il collasso della Nato e dell’Unione Europea dall’interno». Dopo l’Ucraina, la conquista politica della Moldova occuperebbe il secondo posto tra le priorità del Cremlino.
Moldova, i campi per preparare disordini e attentati
Nell’estate del 2025, in un resort della Serbia occidentale, uomini e donne moldavi partecipavano a un programma apparentemente simile a una vacanza. Tra barbecue, beach volley e una spa imparavano però anche a superare i cordoni della polizia, usare fucili d’assalto e appiccare incendi.
Gli istruttori erano collegati al GRU, il servizio di intelligence militare russo, secondo funzionari occidentali citati dal New York Times. I partecipanti ricevevano 400 dollari per frequentare corsi della durata di tre o quattro giorni. L’obiettivo sarebbe stato creare unità disciplinate da impiegare per provocare disordini durante le elezioni moldave.
Altri campi operavano in Bosnia e nei dintorni di Mosca. In Russia, oltre cento giovani moldavi sarebbero stati addestrati a fabbricare ordigni incendiari ed esplosivi artigianali e a utilizzare droni equipaggiati per trasportarli. Tre partecipanti fermati nel 2024 avevano con sé componenti per droni e un manuale intitolato «Cucina russa: l’ABC del terrorismo artigianale».
Non tutte le persone coinvolte sarebbero state consapevoli del vero scopo dei corsi. Alcune hanno raccontato di essersi rifiutate di prendere parte alle esercitazioni. Un partecipante ha testimoniato di essere stato colpito al volto da un istruttore russo dopo aver detto di non voler continuare.
Il sistema per comprare voti e reclutare 150mila persone
Il secondo livello dell’operazione passava dal denaro. Il reportage descrive una struttura coordinata dagli uomini di Ilan Shor, oligarca israelo-moldavo rifugiato in Russia dopo essere stato accusato di aver sottratto un miliardo di dollari alle banche moldave.
Un database consultato e verificato dal New York Times conteneva nomi, località e recapiti di oltre 150mila moldavi reclutati. Gli uomini di Shor utilizzavano 240 chatbot su Telegram per coordinare la rete, organizzata secondo una struttura piramidale: 35mila «attivisti», 1.200 responsabili locali e quasi 99mila persone introdotte da membri già inseriti nel sistema.
In cambio di denaro, le reclute dovevano pubblicare contenuti contro la presidente Maia Sandu, il suo partito e l’ingresso della Moldova nell’Unione europea. Dovevano inoltre partecipare a manifestazioni presentate come spontanee, ma pianificate a Mosca.
Altri documenti mostrano pagamenti per quasi 20 milioni di dollari a 38mila attivisti nei quattro mesi precedenti il referendum europeo del 2024. Le campagne evitavano quasi sempre di nominare direttamente la Russia e puntavano invece sulla paura: l’avvicinamento all’Occidente avrebbe portato alla Moldova «guerra, morte e lacrime».
I sacerdoti pagati per predicare contro l’Europa
Mosca avrebbe utilizzato anche la Chiesa ortodossa. Dall’estate del 2024 centinaia di sacerdoti moldavi si recarono in Russia per visitare luoghi sacri e incontrare esponenti ecclesiastici. Prima di tornare ricevettero carte di debito della Promsvyazbank, istituto legato al ministero della Difesa russo.
In cambio di circa mille dollari, avrebbero dovuto invitare i fedeli a votare contro l’adesione all’Unione europea e contro le politiche filoccidentali di Sandu. I contratti esaminati dal New York Times li indicavano come dipendenti di Evrazia, organizzazione vicina al Cremlino nel cui consiglio siede lo stesso Shor.
Uno dei sacerdoti filorussi, pur non avendo partecipato ai viaggi, attaccò l’Europa dal pulpito evocando scuole con bagni misti, «Sodoma e Gomorra» e la punizione divina. Un altro arciprete ha negato che i religiosi sotto la sua responsabilità abbiano svolto direttamente campagna elettorale.
L’assalto alle elezioni fallisce, ma l’operazione continua
Il piano sarebbe entrato nella fase decisiva il 28 settembre 2025. Le persone addestrate in Serbia erano pronte a provocare disordini, mentre hacker russi erano penetrati nella Commissione elettorale centrale e avevano assunto il controllo di migliaia di router privati.
Le autorità moldave intervennero con perquisizioni e arresti. Gli esperti informatici, aiutati dagli alleati occidentali, bloccarono gli attacchi e il partito di Sandu vinse con poco più del 50 per cento, sostenuto soprattutto dal voto della diaspora. Bastavano tuttavia pochi uomini, ha spiegato il magistrato Sergiu Zama: «Non serviva individuare mille persone disposte a commettere reati. Bastava accendere la miccia».
La sconfitta elettorale non avrebbe fermato Mosca. Attacchi russi contro infrastrutture ucraine hanno successivamente contaminato riserve idriche utilizzate anche dalla Moldova e colpito una linea capace di fornire fino al 70 per cento dell’elettricità del Paese.
Il governo di Chisinau considera la Moldova un possibile trampolino per nuove operazioni contro l’Ucraina e l’Unione europea. «Abbiamo vinto la battaglia», ha avvertito Mihai Lupascu, direttore dell’Agenzia moldava per la cybersicurezza. «Ma non abbiamo vinto la guerra».
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Luca Arnau
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