È impossibile dire quante ne circolino esattamente in Africa, ma secondo l’UNODC (l’Agenzia delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine) le armi leggere diffuse clandestinamente nel Continente si aggirano intorno ai 60 milioni. Per armi leggere si intendono quelle di piccolo calibro, trasportabili, che possono essere detenute dalla popolazione civile, quali fucili, pistole, mitragliette (fra cui le celebri AK47), ma anche lancia-granate, e sistemi di difesa anti-aerea portatili; sempre più spesso gli armamenti contrabbandati comprendono però armi tecnologiche e droni.
Per definirle clandestine, bisogna che esse siano fuori dal controllo degli Stati e dei governi, cioè non importate ufficialmente o fabbricate localmente a cura di enti governativi o simili, e in genere prive di qualsiasi matrice di riconoscimento. Va da sé quindi che appartengano a questa categoria tutte le armi portatili in dotazione dei gruppi guerriglieri, di quelli terroristi, delle formazioni separatiste, dei ribelli di vario genere in territorio africano, che spesso sono sostenuti e finanziati da Paesi “spoiler” per le loro convenienze geo-politiche.
Il proliferare dei gruppi di opposizione armata in Africa fa lievitare di conseguenza il numero delle armi clandestine nel Continente. Se si pensa che una ventina di Stati africani, sui 54 complessivi, conosce attualmente situazioni di ribellione armata al proprio interno o veri e propri conflitti civili, si comprende perché il numero delle armi illegali sia così alto e destinato probabilmente a crescere ancora. Ciò ha ispirato di recente il detto che in Africa circolano molte più armi che opportunità, dietro cui si cela un sottofondo di verità. Per gli stessi motivi, non sorprende che fra le zone più colpite dal fenomeno degli armamenti clandestini figurino la vasta regione del Sahel, la Libia, il Corno d’Africa, alcuni territori dell’Africa Occidentale, e la Repubblica Democratica del Congo.
Nel Sahel pullulano le sigle del terrorismo jihadista, fra cui spiccano il JNIM (Gruppo di sostegno all’Islam e ai Musulmani) e l’Islamic State in the Greater Sahara, a cui si aggiunge la ribellione delle formazioni Touareg per la liberazione delle terre dell’Azawad, e ad un livello di eversione minore, vari gruppi dediti al contrabbando, alla criminalità e al banditismo ordinario. Gli Stati più colpiti dal fenomeno sono proprio quelli dove si sono insediati negli ultimi anni, a seguito di colpi di Stato, dei governi militari di stampo dittatoriale, che avevano promesso di eradicare le opposizioni armate e jihadiste, ma hanno finora conseguito minimi risultati o addirittura arretramenti, malgrado il sostegno dei mercenari provenienti da Mosca: quindi soprattutto Burkina Faso, Niger e Mali.
Le Autorità militari di questi Stati sostengono però che la radice del male va cercata in Libia, nella regione meridionale del Fezzan, dove l’assenza di un potere costituito favorisce ogni genere di traffico illegale, incluso ovviamente quello molto redditizio delle armi leggere verso le formazioni jihadiste. Alcune armi clandestine, fatte transitare verso le regioni sub-sahariane attraverso le porose frontiere del Niger e del Ciad, risalgono addirittura al crollo del regime di Gheddafi (2011), quando gli arsenali libici furono saccheggiati e il loro contenuto contrabbandato verso il Sahel, dove già imperversava la Jihad islamica. Dal Sahel, flussi di armi pervengono poi al Sudan, in cui da tre anni una sanguinosa guerra civile devasta il Paese, e dove i miliziani delle Forze di Supporto Rapido del Generale Hemetti se ne avvalgono ampiamente, accanto al ben più consistente sostegno in armi e droni che arriva alle RSF dagli Emirati.
L’UNODC evidenzia altresì un rilevante ingresso di armi clandestine, trasportate su navi cargo “fantasma”, dal Golfo di Guinea, dirette a loro volta verso il Sahel e il Sudan, dove i conflitti in corso ne rendono illimitata la richiesta. In Corno d’Africa, oltre al conflitto civile sudanese, fra i maggiori destinatari di armi clandestine figura la Somalia. I gruppi terroristi di Al Shabaab le ricevono dallo Yemen con piccole imbarcazioni usate dalle reti di contrabbando regionale, attraverso il Golfo di Aden. Il Panel di Esperti delle Nazioni Unite per lo Yemen alla fine del 2024 sottolineò, in alcune raccomandazioni al Consiglio di Sicurezza, come ci siano crescenti evidenze circa traffici di armamenti e assistenza tecnica fra ribelli Houthi ed Al Shabaab, anche se sembra trattarsi di operazioni a carattere commerciale piuttosto che di un’alleanza ideologica.
L’afflusso di armi clandestine ai terroristi di Al Shabaab indusse lo stesso Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nel dicembre 2023, a revocare l’embargo sulle armi alla Repubblica Federale di Somalia, dopo oltre 30 anni; in tal modo le Autorità somale avrebbero potuto fronteggiare in condizioni di parità sul terreno la ribellione armata, alimentata dai canali del contrabbando dallo Stretto di Bab El Mandeb e dai collegamenti con la pirateria. Resta ovviamente ancora in vigore l’embargo ONU nei confronti di Al Shabaab, per quanto concerne i flussi di armamenti ufficiali e registrati.
Sempre nel Corno notevoli quantità di armi giungono in Etiopia, Paese ormai balcanizzato per la diffusa presenza di formazioni armate di opposizione quali le Tigray Defense Forces nella regione settentrionale del Tigray, l’Oromo Liberation Army e le truppe FANO nelle regioni dell’Oromia e dell’Amhara (le più popolose), e una dissidenza tenace di piccoli gruppi locali nel Benishangul Gumuz, un’area poco distante dalla Grande diga denominata Grand Renainassance Dam. Oltre a quelli contrabbandati da gruppi criminali transfrontalieri, molti degli ordigni hanno provenienze egiziane, sudanesi, ed eritree, considerato che questi tre Paesi hanno propri motivi per destabilizzare l’Etiopia, specialmente a causa della pretesa di Addis Abeba di ottenere anche con la forza uno sbocco sul Mar Rosso, che al momento non ha. Per quanto riguarda il nord est della Repubblica Democratica del Congo, le regioni del Kivu e dell’Ituri sono fin dagli anni ’80 territori al di fuori delle capacità di controllo del governo centrale; oggi vi si scontrano decine di milizie armate, fra cui l’M23, sostenuta dal vicino Rwanda, mentre l’altro rilevante gruppo ribelle denominato Allied Democratic Force è affiliato all’ISIS, e ottiene i propri equipaggiamenti militari dai mercati clandestini e criminali del Centro Africa, o sottraendole direttamente all’esercito regolare congolese (FARDC) nei combattimenti.
Questa sommaria panoramica non esaurisce il tema dei flussi clandestini di armi nel Continente, ma delinea i maggiori itinerari seguiti dalle forniture militari non ufficiali; a questo fine, l’UNODC pubblicherà nel 2027 un Global Study on Firearms Flows, basato su un questionario diffuso annualmente agli Stati africani fin dal 2018. Alcune linee guida dell’analisi dell’UNODC sono già state anticipate in convegni e dibattiti pubblici; ne è emerso che la maggior parte delle armi attualmente impiegate clandestinamente in Africa non proviene dal di fuori del Continente, ma da depositi militari mal custoditi e saccheggiati; da conquiste effettuate in combattimento contro le forze regolari; da furti in arsenali ufficiali; da vendite avvenute per atti di corruzione di funzionari pubblici e soldati. Il rapporto si concentra altresì sulle armi stampate in 3D e sui file digitali; sulla produzione artigianale clandestina, fiorente soprattutto in Ghana e Costa d’Avorio; sulla vendita sempre più rilevante di droni da combattimento; sugli intrecci quasi inestricabili fra il traffico di armi, e quelli di droga, esseri umani, oro, medicinali, carburanti; su un tracciamento aggiornato delle armi clandestine sequestrate con la collaborazione dei governi africani (polizie, dogane, esercito), al fine di ottenere nuovi dati sulle rotte principali.

I maggiori produttori stranieri di armamenti che poi circolano illegalmente in Africa sono la Russia, gli Stati Uniti, la Turchia, la Cina, l’Iran, i Paesi europei, Israele; ma l’industria delle armi si sta sviluppando anche in alcuni Stati africani sub-sahariani quali Nigeria, Etiopia, Sud Africa, e Sudan. Anche i governi centrali possono acquistare armi illegalmente, quando vogliono tenere segreta la fornitura, i costi e i finanziatori dell’operazione. Esempi recenti sono accaduti in Etiopia, durante la cruenta guerra interna con il Tigray (2020-2022) e in Sudan, nel gravissimo conflitto civile in corso; in entrambi i casi, i rispettivi governi hanno ottenuto in maniera non trasparente droni da combattimento da Paesi come Cina, Iran, e Turchia, i quali hanno inviato anche addestratori per il loro utilizzo.
La questione dell’espandersi del numero dei conflitti, e quindi delle armi legali e illegali in Africa, è da tempo al centro delle preoccupazioni dell’organismo panafricano per eccellenza, l’African Union, che nel 2013 lanciò con notevole enfasi l’iniziativa Silencing the Guns (Silenziare i fucili), avente per obiettivo la fine o la drastica riduzione dei conflitti nel Continente entro il 2020. Poiché tale termine temporale è stato ampiamente superato senza che le armi siano state messe in effetti a tacere o le guerre esaurite, l’operazione è stata rinnovata dall’Ua con una scadenza ideale 2030. Essa si propone fra l’altro di favorire il disarmo volontario e la raccolta delle armi leggere; di rafforzare la collaborazione fra polizie africane per ridurre i traffici transfrontalieri; di sostenere programmi di smobilitazione e reintegrazione degli ex combattenti; di ridurre la domanda di nuove armi.
Un suo concreto seguito è l’Africa Amnesty Month, che si svolge ogni anno nel mese di settembre a cura dell’African Union, e ha l’obiettivo di incoraggiare la consegna volontaria delle armi detenute illegalmente, senza alcuna sanzione a carico del detentore. Infatti uno dei fenomeni più diffusi nel Continente è quello degli ex combattenti in conflitti ormai terminati, che mantengono però presso il proprio domicilio le armi usate in guerra, anche per diversi anni. Il fenomeno si riscontra ad esempio in Angola e in Mozambico, Paesi dove si svolsero alla fine del secolo scorso lunghissimi conflitti civili nel quadro della Guerra Fredda. Alla vigilia dell’Amnesty Month vengono svolte campagne di sensibilizzazione per convincere chi detiene armi clandestine a consegnarle alle Autorità competenti. L’iniziativa è considerata un’operazione di successo, soprattutto negli Stati più stabili e meno conflittuali del Continente, anche se non può essere di per sé sufficiente a fronteggiare il fenomeno nel suo complesso; essa ha un valore per lo più simbolico e ideale per la pacificazione in Africa. Malgrado questi esempi virtuosi, appare difficile che nei prossimi 4 anni l’iniziativa Silencing the guns riesca nel suo nobile intento: i conflitti in Africa, anche per il sostegno esterno dei Paesi spoiler, sono aumentati di recente; gli Stati continentali non riescono a controllare la totalità del loro territorio; il declino del diritto internazionale sembra spingere in senso contrario, così come l’affermarsi nei teatri di crisi internazionali della legge del più forte.
Infine, il traffico di armi procura ingenti introiti economici alle reti criminali. Mentre si parla sempre più dell’Africa quale Continente del futuro, ricorrendo a una serie di slogan talora abusati, è prudente che gli operatori economici facciano tesoro delle informazioni che testimoniano una circolazione clandestina di armamenti fuori controllo e in crescita nel Continente, e riconosciuta quale problema prioritario dalla stessa African Union. Non dimenticando, peraltro, che alle armi clandestine si aggiungono quelle ufficiali, inclusi gli armamenti pesanti e di alta tecnologia, adoperati dagli eserciti regolari.
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Giuseppe Mistretta
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