Dopo una giornata di gioco al massacro fra pro-Palio e anti-Palio, anche noi ci vogliamo buttare nella baruffa. E lo facciamo con una provocazione: lasciate però il Palio ai senesi
Tra animalisti da salotto, odiatori seriali, contradaioli accecati, colleghi che hanno capito poco o nulla e una marea di gente – social compresi – pronta a sputare sentenze senza essere mai stata nemmeno sull’Autopalio, vorrei anch’io buttarmi nella mischia. Partendo, però, da una premessa: è praticamente impossibile avere il verbo sul Palio se non si è senesi.
Prendo quindi volentieri a prestito – e non me ne vorrà – molte delle riflessioni del collega Stefano Tesi che, qualcosa più di me, sicuramente ne sa. È senese, ha assistito a oltre cento Palii, ne ha fatto la cronaca per vent’anni e ha scritto sul tema una quantità di articoli. Insomma, uno che, da contradaiolo, conosce molto bene quello che passa nella testa di un senese ogni giorno dell’anno. Perché il Palio non sono soltanto quei due giorni all’anno, come si crede oltre Porta Camollia.
Il Palio non è una gara. Non è una sfida. È il Palio. Una cosa che, se non sei senese, è davvero difficile da capire: regole che cambiano lentamente, contrade, cavalli, capitani, fantini, cene, pranzi e perfino cavalli a capotavola. C’è però qualcosa che, a quanto pare, non piace nemmeno ai senesi ed è quello che abbiamo visto ieri sul Campo: una farsesca scenetta che, più che al Palio, sembrava buona per i diritti televisivi.
Il mio esimio collega non a caso ha titolato il suo articolo: “Palio-Titanic, mossiere-Schettino, capitani-orchestra”.
E scrive: “Ciò a cui stiamo assistendo è però l’estremo esito di una deriva in corso da tempo, le cui ragioni sociologiche sono troppo profonde per essere spiegate qui. Vincere si è sempre voluto vincere, secondo l’aureo postulato che il Palio non è una gara sportiva, ma (e in ciò sta il suo fascino) una sporca guerra basata su scaltrezza, destrezza, fortuna e in gran parte su norme etiche non scritte.”
Ed è proprio questo il punto. Il Palio è, o meglio era, della città. Dei suoi cittadini. Delle sue contrade. Se non sei senese è quasi impossibile capire cosa significhi davvero. È persino difficile capre che anche una famiglia, in quei giorni, si divida: marito e moglie che tornano nelle rispettive famiglie d’origine, ciascuno dalla propria parte, perché la contrada viene prima di tutto.
Il mio collega lo spiega così: “Il Palio è dominato da tre elementi: la forza e la scaltrezza delle contrade nel perseguire la vittoria (o la sconfitta della rivale, spesso anche più importante) e il fato, il destino, impersonificato dal cavallo, che non a caso è ‘avuto in sorte.
Su di esso monta un fantino, un prezzolato o, secondo i punti di vista, un professionista il quale, in quanto tale, non guarda in faccia a nessuno e mira in primis al proprio tornaconto.
Dalla miscela di questi fattori nascono le vittorie e le sconfitte nell’ambito di una tradizione il cui supremo fine e interesse è perpetuarsi.”
Per i non senesi il Palio si è snaturato anche con la rincorsa ai diritti televisivi e alla diretta. Diciamolo francamente: chi vive a Cuneo o ad Agrigento cosa dovrebbe trovare di irresistibile nel vedere in televisione un’accozzaglia di persone stipate in una piazza, urlanti sotto il sole a picco, mentre un gruppo di cavalli corre in tondo attorno a una piazza irregolare, affrontando curve, salite e discese, con fantini che si colpiscono e cavalli che possono anche cadere rovinosamente?
Potrebbero trasmettere la Giostra della Quintana di Ascoli Piceno o i Giochi delle Porte di Gualdo Tadino e, probabilmente, per chi guarda da casa l’appeal sarebbe più o meno quello di un film d’essai in prima serata. Ma il problema vero, per i senesi, è un altro. Ed è molto più profondo.
Il mutare del Palio nel tempo ha trasformato anche il ruolo dei fantini. Non tanto per il gioco, sporco quanto si vuole, di vendere e vendersi vittorie e sconfitte – tutte cose assolutamente lecite nel Palio – quanto perché alcuni fantini sono diventati anche allevatori di cavalli. E questo cambia gli equilibri con i capitani di contrada.
Sono infatti gli stessi fantini-allevatori a sottoporre ai capitani i cavalli che potranno poi essere assegnati a sorte alle contrade per correre in Piazza del Campo.
Il collega lo spiega con chiarezza: “Oggi può quindi succedere, e anzi succede spessissimo, che un fantino venga scelto per montare un proprio cavallo, o conosca alla perfezione pregi e difetti di quelli montati dagli altri. Il che dà adito da un lato a una situazione di palese conflitto di interessi e dall’altro conferisce a lui e alla sua contrada un notevole vantaggio competitivo. Ciò ha dilatato enormemente il potere contrattuale dei fantini rispetto alle contrade, di fatto rovesciando i rapporti di forza: sono le seconde a dover ‘corteggiare’ i primi, in vista dell’eventualità che la sorte assegni loro un buon cavallo, magari proprio di proprietà di un fantino.”
E non finisce qui. “Poi c’è la gerarchia tra i fantini, fra i quali qualcuno più bravo, o scafato, o intraprendente diventa manager degli altri, o comunque assume la posizione di chi può smistare scelte, ingaggi e incarichi. Il che fatalmente si riversa non solo sulle strategie preventive alla corsa, ma sul suo svolgimento, dove le gerarchie si tramutano in ordini, accordi, manovre e ‘partiti’ (ossia accordi) tra fantini, spesso più influenti di quelli tradizionali stretti tra le contrade, che del sistema (e dal desiderio di vincere a tutti i costi) da padrone sono a poco a poco diventate prigioniere.”
Tradotto: nel Palio si sono rovesciate le gerarchie. I capitani non hanno più tutto il potere che avevano. Il sistema, almeno in parte, sembra essersi spostato nelle mani dei fantini-imprenditori.
Poi c’è il mossiere. Per regolamento viene scelto dalla Giunta, ma sulla sua nomina pesa il parere dei capitani. E il regolamento del Palio, alla mano, è chiarissimo: il mossiere è “il giudice unico e inappellabile della validità della mossa”. Significa che, al di là di tutte le manfrine che fantini e contrade possono mettere in atto al momento decisivo della partenza, spetta a lui, e soltanto a lui, stabilire se la mossa sia buona oppure no. È un potere enorme. Un potere puro. Sta a lui decidere quando esistano le condizioni giuste – o almeno accettabili – per abbassare i canapi.
Il collega lo ricorda “Sia chiaro: la storia è piena di mosse poco valide, meno valide, dubbie e false, frutto della decisione inappellabile del mossiere di darle per buone. Diciamo che entro certi limiti ciò fa parte del gioco e va accettato, perché il Palio non è una scienza esatta (anzi).” Ed è difficile dargli torto.
Ma – ed eccoci al punto – se, come ieri o a luglio, il mossiere non soltanto battezza come buona una mossa che appare palesemente invalida, ma consente che un fantino, per di più sempre lo stesso e non di rincorsa, finisca per dare egli stesso lo start, allora la farsa è servita. E, come scrive il collega, “il sistema implode in un’autolesionistica ipocrisia collettiva”.
Un mossiere che sbaglia può capitare. Un mossiere che sbaglia sempre nello stesso modo, lasciando che si ripeta una determinata dinamica e finendo per favorire sempre lo stesso fantino, è un’altra cosa. E se, nonostante tutto questo, viene confermato, qualche domanda è inevitabile porsela.
Non significa accusare qualcuno di aver truccato il Palio. Significa chiedersi se il sistema, così com’è, sia ancora in grado di garantire quella credibilità che dovrebbe essere il primo patrimonio di una tradizione secolare.
È qui che la provocazione del collega diventa ancora più forte: “Il Palio, la sua intima cultura, la sua dignità e la sua secolare tradizione sembrano somigliare sempre più a MPS, l’altrettanto secolare (ex) banca senese: c’è un avvitamento in corso dal quale, nonostante i mille scricchiolii di avvertimento e i palesi segnali di allarme, ci si ostina a non uscire e al quale non si vogliono trovare rimedi.
I contradaioli affidano le contrade a condottieri che magari vincono la corsa, ma finiranno per rompere il giocattolo.
Dall’apparente vantaggio di tutti alla rovina collettiva, con quelli che oggi si lamentano della mossa falsata ma ieri vincevano e allora dicevano che andava tutto bene. E certamente sperano di rivincere beneficiando di un’altra futura mossa falsa.
Come sul Titanic, l’orchestra dei capitani suona mentre la nave affonda e il mossiere-Schettino lascia tutti a bagno per scappare sul canotto delle contrade.” Una metafora feroce, ma forse proprio per questo efficace.
Il Palio può apparire anacronistico nella sua tradizione a chi non è senese. Può essere considerato brutale da alcuni ambientalisti. Può apparire decisamente antisportivo a chi lo guarda con gli occhi di una normale competizione, perché qui il gioco delle alleanze, degli accordi e delle strategie fa parte della storia stessa della corsa. Può persino risultare incomprensibile o noioso a chi lo guarda in televisione da Cuneo o da Agrigento.
Ma il problema più serio è un altro: sta scricchiolando anche agli occhi dei senesi. Gli unici che pare non averlo compreso dopo la farsa di agosto pare siano solo il Governatore Eugenio Giani e l’assessore alla cultura Cristina Manetti che in due comunicati stampa fotocopia parlano con l’enfasi delle frasi fatte di una “tradizione secolare che custodisce l’identità della città” e di “un evento autentico di accesa passione”.
E allora forse dovremmo fare un passo indietro. Smettere di pretendere di spiegare il Palio a chi lo vive da secoli.
Smettere di trasformarlo in un prodotto televisivo da vendere a tutti i costi. Smettere di giudicarlo con categorie che non gli appartengono e, soprattutto, lasciare che siano i senesi a decidere cosa vogliono fare del loro Palio.
Perché se davvero il Palio è, come diciamo, una cosa che appartiene alla città, allora forse la soluzione più semplice è anche la più provocatoria: lasciatelo ai senesi. Che siano loro a decidere se il giocattolo è ancora quello che hanno ricevuto in eredità o se, pezzo dopo pezzo, qualcuno lo sta rompendo.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Nadia Fondelli
Source link




