La guerra con l’Iran potrebbe arrivare nel cuore dell’Europa. E questa volta il rischio, almeno in linea teorica, riguarda anche l’Italia. Il Financial Times rivela che le forze di Teheran avrebbero studiato la possibilità di colpire installazioni militari statunitensi nell’Europa meridionale e sudorientale nel caso in cui Donald Trump decidesse di intensificare nuovamente il conflitto e attaccare infrastrutture iraniane. Le fonti del quotidiano britannico citano espressamente la Bulgaria e Cipro, non l’Italia. Ma la strategia indicata dagli iraniani apre inevitabilmente un problema anche per tutti i Paesi europei che ospitano importanti strutture americane.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto non ha escluso lo scenario. Interpellato sulla possibilità che Teheran possa prendere di mira basi Usa in Europa, ha risposto: «Nulla è precluso», aggiungendo con una battuta che, se fosse nel Financial Times, eviterebbe di «offrire idee e spunti». Dietro l’ironia resta però una valutazione molto seria: secondo Crosetto la strategia iraniana ha già mostrato la volontà di «portare il caos anche verso luoghi e nazioni che non avevano alcun ruolo nel conflitto».
L’Iran studia obiettivi americani in Europa
Secondo le due fonti vicine al regime citate dal Financial Times, Teheran avrebbe analizzato possibili attacchi contro asset militari statunitensi molto più lontani dal Medio Oriente rispetto a quelli colpiti finora. Tra gli esempi compare la base aerea bulgara di Bezmer, che Sofia ha recentemente autorizzato a utilizzare per le operazioni di rifornimento in volo americane.
Anche Cipro rientrerebbe nei possibili scenari. A marzo un drone aveva già colpito la base britannica di Akrotiri, mentre negli ultimi mesi l’Iran ha ripetutamente avvertito che considera potenziali obiettivi le installazioni utilizzate dagli Stati Uniti per operazioni contro il proprio territorio. A luglio le Guardie rivoluzionarie avevano rivolto un avvertimento analogo al Regno Unito proprio sull’impiego americano delle basi britanniche.
Il messaggio che arriva da Teheran è quindi abbastanza chiaro: se Trump portasse nuovamente la guerra a un livello superiore, la risposta iraniana potrebbe non fermarsi più al Golfo.
E l’Italia? Aviano e Sigonella sono due snodi strategici
Il Financial Times non indica alcuna base italiana tra gli obiettivi esaminati dall’Iran. È una precisazione indispensabile. Ma l’Italia ospita una presenza militare statunitense molto importante e proprio per questo un eventuale allargamento della strategia iraniana all’Europa meridionale non potrebbe lasciare Roma indifferente.
La struttura più evidente è Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, sede del 31st Fighter Wing dell’aviazione statunitense e di due squadroni di F-16 capaci di svolgere missioni offensive e difensive. La stessa U.S. Air Force descrive la missione di Aviano con una formula inequivocabile: generare potenza aerea da combattimento ed essere pronta a «dispiegarsi e combattere» direttamente dalla base.
Poi c’è Sigonella, in Sicilia, uno degli snodi strategici più importanti del Mediterraneo. La U.S. Navy la definisce apertamente «The Hub of the Med», il cuore del Mediterraneo: ospita oltre 39 comandi e attività americane e supporta operazioni della Sesta Flotta e delle forze statunitensi nella regione.
Proprio Sigonella era già finita al centro della guerra iraniana nella primavera scorsa. A fine marzo Roma aveva negato l’utilizzo della base ad alcuni velivoli americani collegati a missioni d’attacco contro l’Iran perché mancava la necessaria autorizzazione italiana. L’episodio dimostrò quanto sia delicato il confine tra ospitare forze alleate e consentire che il territorio italiano venga utilizzato direttamente per operazioni offensive.
Da Napoli a Vicenza, la presenza americana in Italia
Aviano e Sigonella non esauriscono la presenza statunitense. A Napoli opera la Naval Support Activity della U.S. Navy, che sostiene le forze navali americane in Europa e Africa, la Sesta Flotta e le priorità strategiche della Nato. La struttura ospita oltre cinquanta comandi e circa 8.500 persone tra personale e comunità collegata.
A Vicenza si trova invece una delle principali comunità dell’U.S. Army in Italia, mentre Camp Darby, nell’area tra Pisa e Livorno, appartiene alla stessa rete logistica. L’esercito americano definisce USAG Italy una vera «piattaforma di proiezione della potenza a sud delle Alpi», destinata a sostenere unità capaci di muoversi rapidamente verso Europa, Africa e altre aree di crisi.
Questo non trasforma automaticamente le installazioni italiane in bersagli iraniani. Significa però che, se Teheran adottasse realmente il principio secondo cui qualsiasi infrastruttura utilizzata dagli Stati Uniti per combattere l’Iran può diventare un obiettivo, la distinzione tra Medio Oriente ed Europa diventerebbe molto più fragile.
Crosetto: «Con questa logica nulla è precluso»
È proprio questo il senso delle parole di Crosetto. Il ministro non sta annunciando un allarme specifico su Aviano o Sigonella e non afferma che l’intelligence italiana abbia ricevuto informazioni su un attacco imminente. Sta però riconoscendo che la logica dell’escalation iraniana rende difficile escludere scenari che fino a pochi mesi fa sarebbero sembrati estremi.
Nel frattempo la Nato ha reagito con un messaggio netto. Un funzionario dell’Alleanza ha ricordato che quest’anno le difese aeree Nato hanno già intercettato in quattro occasioni missili balistici iraniani diretti verso la Turchia e ha assicurato che la postura di deterrenza e difesa rimane «solida ed efficace». L’Alleanza, ha aggiunto, è pronta ad affrontare qualsiasi minaccia e a fare tutto il necessario per proteggere i propri membri. Già a marzo la Nato aveva formalmente rafforzato il messaggio di protezione dopo gli attacchi iraniani verso il territorio turco.
Quanto possono davvero arrivare lontano i missili iraniani
Resta naturalmente la questione militare. Voler colpire una base europea e riuscire a farlo sono due cose differenti.
Gli esperti del Royal United Services Institute citati dal Financial Times definiscono la minaccia iraniana verso l’Europa «reale, ma limitata». Teheran dispone di missili balistici a medio raggio che possono minacciare obiettivi nella parte meridionale e sudorientale del continente, ma efficacia e precisione diminuiscono sulle distanze maggiori. L’Iran ha già cercato di raggiungere obiettivi molto lontani, come la base congiunta anglo-americana di Diego Garcia, senza riuscire a colpirla, mentre ha dimostrato maggiore precisione contro installazioni più vicine.
Esiste inoltre un’altra possibilità: invece di affidarsi esclusivamente a missili lanciati dal proprio territorio, Teheran potrebbe utilizzare droni, gruppi alleati o altre forme di attacco asimmetrico. È proprio l’imprevedibilità della risposta iraniana a rendere particolarmente delicata la situazione.
Il rischio per l’Italia dipende soprattutto da Trump
Per il momento non esiste dunque un «allarme missili su Aviano» e nessuna informazione disponibile permette di sostenere che l’Iran abbia inserito Sigonella, Napoli o Vicenza in una lista di bersagli.
Il rischio italiano nasce da uno scenario successivo.
Se Trump ordinasse una nuova e massiccia campagna contro infrastrutture iraniane e per quelle operazioni Washington chiedesse di utilizzare installazioni militari presenti sul territorio europeo, Teheran potrebbe considerare coinvolti anche i Paesi ospitanti. È esattamente il principio che i vertici iraniani stanno ripetendo agli Stati del Golfo: chi fornisce assistenza alle forze americane, sostengono, rischia di diventare parte del conflitto.
Ecco perché la notizia del Financial Times riguarda anche Roma. Non perché l’Iran abbia minacciato oggi una base italiana, ma perché per la prima volta fonti vicine al regime parlano concretamente di portare la rappresaglia contro gli Stati Uniti dentro l’Europa.
Se quel confine dovesse davvero cadere, l’Italia avrebbe un problema evidente. Da Aviano a Sigonella, da Napoli a Vicenza, poche nazioni europee ospitano una presenza militare americana altrettanto articolata.
Per ora è uno scenario. Ma persino Crosetto, davanti alla domanda se possa diventare realtà, ha scelto di non tranquillizzare artificialmente nessuno: «Nulla è precluso».
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Redazione Esteri
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