Non solo le esplosioni davanti agli sportelli e il denaro portato via. Nelle carte dell’ordinanza cautelare del Tribunale di Vasto emergono soprattutto le ore precedenti e successive agli assalti: partenze serali dal Foggiano, telefoni che si muovono lungo le stesse direttrici, auto rubate o prese a noleggio, rientri immediati dopo i colpi e una ripartizione dei compiti che, secondo il gip Fabrizio Pasquale, difficilmente potrebbe essere ricondotta a episodi occasionali.

È questo uno degli aspetti più significativi che emerge dall’ordinanza di 28 pagine, nelle quali il giudice ricostruisce il quadro investigativo alla base delle misure cautelari eseguite nei confronti degli indagati per la serie di assalti agli ATM. Le carte descrivono quella che viene definita una “compagine criminale radicata nell’hinterland foggiano”, alla quale vengono attribuiti una dozzina di episodi consumati o tentati in Abruzzo, Molise, Basilicata e Campania. Bottino totale di poco superiore ai 200mila euro.

Al centro dell’inchiesta ancora una volta i fratelli Ameri, foggiani, giovanissimi, già coinvolti in altri procedimenti simili. Il gip del Tribunale di Vasto ha disposto la custodia cautelare in carcere per Ivan Ameri, 20 anni, di Foggia; Simone Ameri, 22 anni, di Foggia; Michele Verderosa, 32 anni, di Foggia; Giovanni Di Gennaro, 26 anni, di Carapelle; Denis Nicola Arace, 21 anni, di Orta Nova; Michele Rendina, 24 anni, di Carapelle; e Donato Sasso, 31 anni, originario di Cerignola e residente a Stornara. Alcuni erano già detenuti.

“Una professionalità criminale non occasionale”

La valutazione del gip è netta. Secondo il provvedimento, gli episodi seguirebbero uno schema “costante e altamente professionalizzato”: partenza notturna dalla provincia di Foggia, raggiungimento dell’obiettivo con almeno due vetture, una delle quali “pulita” e l’altra spesso di provenienza furtiva, impiego delle cosiddette “marmotte”, rapida asportazione del denaro e rientro verso il Foggiano lungo itinerari prestabiliti.

Il giudice sottolinea inoltre la presenza di una “precisa ripartizione di ruoli”: chi pianificava la trasferta, chi si occupava dei veicoli, chi collocava e faceva esplodere gli ordigni e chi restava pronto alla fuga con funzioni di “palo” o “staffetta”. La ripetitività delle condotte e la capacità di individuare sportelli vulnerabili in regioni diverse vengono indicate nell’ordinanza come segnali di “una struttura organizzata” e di una “professionalità criminale non occasionale”.

Le celle telefoniche ricostruiscono le trasferte

Uno dei cardini dell’indagine è rappresentato dall’analisi delle utenze telefoniche. Non emergono, nelle pagine dell’ordinanza consultate, trascrizioni di conversazioni intercettate tra gli indagati: il peso investigativo è invece affidato soprattutto ai tabulati, alle celle agganciate dai cellulari e alla sovrapposizione degli spostamenti.

È quanto accade, ad esempio, nella ricostruzione relativa all’assalto di Lavello del 6 marzo 2025. Per il gip, le localizzazioni delle utenze riconducibili a Rendina, Di Gennaro e Ivan Ameri risultano “perfettamente compatibili” con una trasferta notturna dalla provincia di Foggia verso il luogo dell’assalto e con il successivo rientro.

Nel caso di Rendina, l’ordinanza evidenzia che la sera precedente il cellulare si sarebbe mosso da Carapelle verso San Salvo, per poi rimanere nella zona per un intervallo temporale ritenuto compatibile con la permanenza del gruppo sul luogo del delitto. Alle 3.41 del 12 gennaio 2025 l’utenza sarebbe tornata nell’area di Carapelle, seguendo “un itinerario inverso rispetto a quello dell’andata”. Per il gip, la puntualità e la sovrapponibilità di questi spostamenti con la dinamica dell’assalto non sarebbero compatibili con una trasferta casuale.

Contatti, telefoni e alberghi

Le verifiche non si fermano alle celle agganciate durante le trasferte. Le carte riportano anche controlli utilizzati per attribuire con maggiore certezza le utenze ai singoli indagati.

Per Di Gennaro, ad esempio, il giudice richiama un controllo dei carabinieri a Venosa, durante il quale sarebbe stato fermato insieme a Ivan Ameri. A questo vengono affiancati i contatti con familiari, la localizzazione del cellulare nelle ore notturne presso l’abitazione e una serie di pernottamenti in strutture ricettive che, secondo il provvedimento, coinciderebbero con le celle agganciate dall’utenza.

Per Ivan Ameri, invece, l’ordinanza fa riferimento a un controllo effettuato a Foggia e ad altri elementi utilizzati per collegare il numero telefonico alla sua persona. Nelle ricostruzioni del gip, dunque, non è soltanto importante sapere dove si trovava un cellulare durante un assalto: diventa decisivo dimostrare prima chi lo utilizzasse stabilmente.

Ortona e Tollo, due colpi nella stessa notte

Particolarmente significativa è la notte del 26 aprile 2025. Secondo le carte, il gruppo avrebbe prima tentato l’assalto allo sportello Bper di Ortona utilizzando una Seat Leon nera e un ordigno del tipo “marmotta”. L’esplosione avrebbe danneggiato il dispositivo senza però consentire l’apertura del vano interno.

Poco dopo, nella stessa notte, la banda si sarebbe spostata a Tollo. Qui l’assalto alla filiale Bper avrebbe avuto esito diverso: due ordigni esplosivi avrebbero consentito di aprire il dispositivo e portare via complessivamente 36.670 euro.

Per il gip, proprio la sequenza Ortona-Tollo rappresenterebbe un’ulteriore conferma del metodo: stesso veicolo, stessa notte, medesime modalità e telefoni che, secondo i dati di traffico, avrebbero seguito il passaggio dall’area del primo tentativo a quella del secondo assalto.

La Stelvio rubata a Foggia e usata in Irpinia

Nelle carte ricorre anche il tema dei veicoli di provenienza furtiva. Per il colpo di Bisaccia del 16 giugno 2025, durante il quale sarebbero stati portati via 52.920 euro dall’ufficio postale, viene citata un’Alfa Romeo Stelvio bianca risultata rubata a Foggia nella stessa giornata.

Secondo il gip, il dato non sarebbe secondario: il sistematico utilizzo di auto rubate viene inserito nel più ampio schema operativo attribuito al gruppo. Il veicolo avrebbe seguito una direttrice compatibile con quella delle utenze telefoniche riconducibili agli indagati, prima verso l’Irpinia e poi nuovamente verso il Foggiano dopo l’assalto.

La Giulietta rubata poche ore prima dei colpi

Ancora più articolata è la ricostruzione di luglio. Il 7 luglio 2025 a San Salvo viene sottratta un’Alfa Romeo Giulietta. Secondo l’ordinanza, due persone sarebbero arrivate a bordo di una Renault Clio presa a noleggio, avrebbero aperto la portiera lato passeggero della Giulietta e si sarebbero allontanate utilizzando entrambi i mezzi.

Quella stessa auto sarebbe stata poi impiegata per l’assalto all’ATM di San Giacomo degli Schiavoni. Nelle ore successive, la sovrapposizione tra i tracciati telefonici e il percorso ricostruito della Renault Clio rappresenterebbe, secondo il gip, un elemento di “particolare rilevanza”.

Nel caso di Sasso, il giudice richiama anche le immagini di videosorveglianza di un’area di servizio sulla statale 16, nell’agro di Cerignola, che lo avrebbero immortalato all’interno dell’esercizio commerciale nelle ore immediatamente precedenti alla trasferta. Il dato viene confrontato con il tracciato Gps della Clio, indicato come coincidente con gli spostamenti delle utenze monitorate.

Fossacesia, Trivento e Gissi: percorsi “sovrapponibili”

Il concetto che ricorre più frequentemente nella valutazione del giudice è quello della “sovrapponibilità”. Le utenze telefoniche, episodio dopo episodio, avrebbero seguito percorsi analoghi: uscita dalla provincia di Foggia nelle ore serali, arrivo nelle zone degli assalti poco prima delle deflagrazioni e rientro nelle ore immediatamente successive.

Accade nella ricostruzione del colpo di Fossacesia del 9 luglio 2025, dove sarebbero stati sottratti 26.600 euro, e negli episodi successivi di Trivento e Gissi. Per quest’ultimo assalto, nella notte tra il 19 e il 20 luglio, il bottino contestato è di 31.480 euro. L’Alfa Romeo Giulietta utilizzata per il colpo di Gissi sarebbe stata rubata poche ore prima proprio a Trivento.

La coincidenza tra il tragitto del mezzo rubato e quello ricostruito attraverso le celle telefoniche viene definita nell’ordinanza un ulteriore “elemento indiziario di rilievo”.

Le “marmotte” e la capacità offensiva

Nell’analisi complessiva del gip assume particolare peso anche la disponibilità degli esplosivi. Le “marmotte” vengono descritte nelle carte come ordigni artigianali a base di polvere pirotecnica, dotati di una capacità distruttiva tale da essere assimilati, per potenzialità lesiva e micidialità, ad armi.

Il giudice richiama anche sequestri avvenuti in flagranza, tra cui quello che avrebbe riguardato Simone Ameri e Denis Arace, per sostenere la familiarità degli indagati con questa tipologia di materiale e la loro capacità di utilizzarlo secondo modalità ricorrenti.

Per il gip, il quadro complessivo restituisce “l’immagine di un gruppo criminale stabile, organizzato e dotato di una precisa ripartizione di ruoli”, caratterizzato dal “sistematico ricorso ad ordigni esplosivi artigianali ad elevata capacità offensiva”.

Il giudice: “Serialità e sistematicità delle condotte”

È nelle conclusioni sui gravi indizi di colpevolezza che l’ordinanza condensa l’intera impostazione accusatoria. Il gip valorizza la “serialità e sistematicità delle condotte”, la perfetta coincidenza tra percorsi telefonici e itinerari dei veicoli, i riscontri della videosorveglianza, i sequestri e la ripetizione del medesimo schema operativo.

Secondo il giudice, questi elementi dimostrerebbero una “stabile ripartizione dei ruoli” e una “piena adesione degli indagati a un programma criminoso unitario”. Le trasferte notturne fuori regione, la rapidità degli spostamenti e la frequenza degli episodi sarebbero incompatibili con condotte isolate o occasionali.

Il provvedimento insiste anche sulla pericolosità attribuita agli indagati. La capacità di reperire esplosivi e veicoli rubati, l’organizzazione logistica delle trasferte e la reiterazione dei colpi vengono indicati come elementi dai quali desumere un concreto pericolo di recidiva. Da qui la valutazione del giudice secondo cui, per le posizioni interessate dall’ordinanza, la custodia cautelare in carcere rappresenterebbe la misura adeguata a fronteggiare le esigenze cautelari.

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Francesco Pesante

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