Nel 1931 un matematico americano di nome Harold Hotelling pubblicò un articolo intitolato The Economics of Exhaustible Resources. Conteneva un’idea che avrebbe dovuto cambiare per sempre il modo in cui i Paesi produttori leggono i propri bilanci, e che invece è rimasta confinata ai manuali. Hotelling notò che un barile di petrolio sotto terra non è una merce come le altre. È un asset. Il proprietario di un giacimento non si chiede soltanto a che prezzo vendere oggi: si chiede se sia più conveniente vendere oggi o lasciare il barile dov’è e venderlo tra dieci anni. E poiché il barile lasciato sotto terra non produce interessi, l’unico modo perché quella scelta sia indifferente è che il prezzo netto della risorsa cresca nel tempo esattamente al tasso d’interesse di mercato. È la celebre regola di Hotelling.
La conseguenza contabile è la parte che ci interessa, ed è brutale: la rendita da risorse esauribili non è reddito. È liquidazione di patrimonio. Un Paese che estrae petrolio e ne spende i proventi in stipendi e sussidi non sta guadagnando. Sta vendendo l’argenteria e registrando l’incasso come fatturato. Nella contabilità nazionale l’operazione appare come crescita del PIL. Nella sostanza economica è una diminuzione della ricchezza netta, mascherata da prosperità.
A questa diagnosi la letteratura ne ha aggiunta una seconda, ancora più sgradevole. Nel 1982 Max Corden e Peter Neary hanno formalizzato quella che era stata battezzata Dutch disease, la malattia olandese, in onore di ciò che accadde ai Paesi Bassi dopo la scoperta del gas di Groninga. Il meccanismo è elegante e distruttivo: l’afflusso di valuta estera dalla risorsa apprezza il cambio reale, l’apprezzamento rende non competitiva la manifattura, la manifattura si contrae, i salari e i talenti migrano verso il settore della rendita e verso i servizi protetti. Al termine del ciclo, quando la risorsa si esaurisce, il Paese non ha più né la rendita né l’industria che avrebbe dovuto sostituirla. Jeffrey Sachs e Andrew Warner, in una serie di lavori degli anni Novanta, hanno mostrato che i Paesi ricchi di risorse naturali crescono in media meno di quelli poveri. La chiamarono maledizione delle risorse.
Questo è il quadro teorico. Ora guardiamo che cosa sta accadendo nel Golfo, perché è precisamente il tentativo, dichiarato e misurabile, di violare quella maledizione. Vision 2030 saudita non è, come spesso viene raccontata in Europa, un’operazione di immagine. È un’operazione di conversione di stock. La domanda a cui risponde è quella di Hotelling posta al contrario: se il barile è patrimonio e non reddito, quanta capacità produttiva permanente riesco a comprare con il patrimonio che mi resta, prima che il patrimonio finisca o smetta di valere?

I numeri dicono che il tentativo è in corso e che non è banale. Le attività non petrolifere sono passate da circa il 45% del PIL reale saudita al lancio di Vision 2030, nel 2016, al 55% del 2025, con una crescita del non-oil del 4,9% nell’ultimo anno. Il fondo sovrano PIF gestisce asset per un ordine di grandezza vicino ai novecento miliardi di dollari. La disoccupazione nazionale è scesa dal 12,3% del 2016 al 7,2%. Gli investimenti diretti esteri in entrata hanno raggiunto i 35,5 miliardi di dollari nel 2025. L’obiettivo dichiarato — 65% di non-oil entro il 2030 — resta lontano, e la traiettoria inerziale non ci arriva. Ma la direzione è quella, ed è documentata.
Attenzione a un dettaglio tecnico che cambia la lettura, e che nei commenti italiani non compare quasi mai. La quota non-oil è un rapporto, e il denominatore si muove. Quando il petrolio vale molto e l’OPEC+ allenta i tagli, il valore del settore oil cresce e la quota non-oil scende, anche se l’economia reale si è diversificata. Quando il petrolio crolla, la quota migliora senza che sia cambiato nulla di strutturale. È la trappola dell’indicatore. Chi vuole capire davvero se la diversificazione funziona deve guardare la crescita reale del non-oil in valore assoluto, non la sua quota. E quella crescita, negli ultimi anni, è stata sopra il 4% ogni anno.
Il Golfo, del resto, non è un blocco. Ed è nelle sue differenze interne che la lezione si fa nitida. Gli Emirati Arabi Uniti hanno cominciato la conversione trent’anni prima e oggi Dubai è, di fatto, un’economia di servizi in cui gli idrocarburi contano pochissimo: ma ci sono arrivati costruendo per decenni infrastrutture di traffico, zone franche, aviazione, finanza, cioè investendo la rendita in posizione anziché in consumo. Il Qatar ha la struttura più concentrata di tutte, e la sua quota non petrolifera è quindi la più sensibile alle definizioni. Il Kuwait è, sotto questo profilo, il controesempio: enormi riserve finanziarie accumulate, un fondo sovrano tra i più antichi del mondo, e una diversificazione produttiva rimasta indietro rispetto a tutti i vicini. Stessa rendita, stessa geografia, stessa finestra temporale: esiti divergenti. La differenza non l’ha fatta il petrolio. L’ha fatta la decisione su che cosa farne, e quando.
C’è un secondo elemento che vale la pena estrarre dal caso saudita, perché è la parte trasferibile e nessuno la guarda. Vision 2030 non è soltanto un obiettivo: è un’architettura di misurazione. Il rapporto annuale pubblica un numero di indicatori intermedi che in Europa nessun governo oserebbe rendere pubblici, con obiettivi datati e uno stato di avanzamento per ciascuno. Alcuni non sono raggiunti e lo dichiarano. È esattamente il meccanismo che John Kotter ha descritto studiando oltre cento processi di trasformazione: le visioni di lungo periodo falliscono quando non producono vittorie intermedie visibili. Una visione senza tappe non è una visione: è un desiderio. E il Golfo, checché se ne pensi dei suoi obiettivi, ha capito prima di noi che le tappe non sono un dettaglio di comunicazione. Sono il meccanismo che tiene in piedi la scommessa quando i risultati finali sono lontani.
C’è poi la variabile che dà alla lezione la sua urgenza, e che è cambiata sotto i nostri occhi nell’ultimo anno e mezzo. Il valore di un giacimento non dipende solo da quanto petrolio contiene, ma da quanto a lungo il mondo vorrà comprarlo. Se la domanda globale di idrocarburi ha un picco, allora la rendita non ha soltanto un limite fisico: ha una scadenza di mercato. E una scadenza di mercato è molto più vicina di un limite fisico. Un Paese con cinquant’anni di riserve e vent’anni di domanda residua non ha cinquant’anni. Ne ha venti.
Questo spiega la fretta, la scala e anche una parte degli errori del Golfo. Spiega perché si costruiscono simultaneamente capacità solare, nucleare civile, industria mineraria, data center per l’intelligenza artificiale, aviazione, turismo, logistica. Non è dispersione: è un portafoglio di opzioni acquistato contro una scadenza. Alcune di queste opzioni scadranno senza valore. Altre valgono l’intera scommessa. E questa è la lezione che riguarda noi. Perché il Golfo sta facendo, con una risorsa che si esaurisce, esattamente ciò che l’Europa non riesce a fare con una risorsa che non si esaurisce affatto: sta trasformando un vantaggio presente in una capacità futura, entro un orizzonte dichiarato, con obiettivi misurabili e una scadenza politica che nessuno può spostare.
Noi abbiamo una posizione geografica che non si consuma, un risparmio che non evapora, una manifattura che regge. Loro hanno un asset che scade. Loro hanno fretta. Noi no. La domanda con cui chiudo, e che apre l’ultima puntata, è se una scadenza non sia, in economia politica, la risorsa più preziosa di tutte.
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Alberto Bertini
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