Che il signor Sigfrido Ranucci sarebbe non solo opportuno, ma conforme al suo personale interesse lasciasse la direzione della trasmissione non senza enfasi intitolata Report, è un qualcosa che è nelle cose. Quella rubrica della televisione di Stato ha l’ambizione di svolgere un compito d’alta moralizzazione in un Paese che in moralità giammai s’è particolarmente distinto: in moralità pubblica intendo, perché quella privata è altro affare ed è affare alquanto disperato e dunque da lasciare a santi, martiri ed eremiti, anche loro sempre non siano osservati troppo da vicino. Ma c’è un dato di fatto difficilmente eludibile: chi s’erge a Marco Porcio Catone ed esercita la funzione del censore, dev’essere,manco a dirlo, come il pascoliano Valentino vestito di nuovo come le brocche dei biancospini.
Lungi da lui anche solo il vaghissimo dubbio che possa esercitare il proprio ruolo sociale per finalità diverse da quelle d’elevare il livello morale della comunità in cui profonde la generosa propria opera. E c’è di più: perché quando il censore decide di richiamare l’attenzione su aspetti deviati della collettività in cui vive, seleziona i casi secondo la propria coscienza e di propri criteri morali. Non c’è un’istanza ulteriore alla quale possa far ricorso: è lui, con la sua inconcussa coscienza e soprattutto con la propria credibilità, che determina le condizioni della propria azione: che sceglie cosa di distorto additare all’opinione pubblica, perché essa possa guardarsene e possa farne tesoro ed anche perché formi ed orienti il proprio futuro giudizio politico.
Insomma, il censore – attualizziamolo pure come giornalista d’inchiesta – in una società democraticamente strutturata, se ha una funzione, quell’è di sviluppare spessore critico, di far sì che, attraverso le proprie documentate indagini il cittadino, nella quotidianità distratto da mille affanni, possa costituirsi una griglia di categorie per giudicare, formata su verificate esperienze, quelle che non avrebbe potuto altrimenti procurarsi se non grazie al lavoro assiduo di professionisti guidati da competenza sì, ma soprattutto da radicata moralità professionale: la stessa che fa in modo da orientare le investigazioni sulla base di scelte determinate da elevati valori d’etica pubblica e da genuine aspirazioni all’edificazione d’una società migliore.
Personalmente ho sempre dubitato di simili figure, senza però chiudere alla possibilità di poterne incontrare. Ora, il Ranucci è finito in una vicenda tutt’altro che trasparente e specchiata. Unito da fraterna amicizia al ben conosciuto signor Valter Lavitola, s’è trovato coinvolto in un affaire i cui contorni sono ancora incredibilmente indefiniti. Confessata da quest’ultimo la responsabilità per un attentato farlocco ai danni del fraterno amico, resta da chiarire – ad oggi – per intero il senso della cosa. Ad una prima versione di cui s’è avuta notizia – ancora la più accreditata presso gli investigatori – la ragione dell’inscenato agguato bombarolo sarebbe stata il disegno di valorizzare la figurapolitica del conduttore di Report, al fine di renderlo potenziale candidato del sedicente Campo largo nelle prossime elezioni politiche. In sostanza, sòrta di manovra alla Servizi segreti deviati, fatta la scala, del genere di quelle che alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso portarono tra l’altro alla strage di piazza Fontana,per determinare la svolta securitaria e destrorsa negli equilibri del quadro politico italiano.
Nulla è da escludere, al momento, dato che poco se ne sa e comunque il Lavitola ha trascorsi – vicenda della casa di Montecarlo che ha distrutto la figura politica di Gianfranco Fini; compravendita di senatori, unitamente all’ex senatore de Gregorio; estorsione ai danni di Silvio Berlusconi per un giro di donne leggere – nient’affatto estranei sul versante delle barbe finte (peraltro anch’esse evocate nella specifica vicenda). La sola idea che si possa immaginare di crear in tal modo un leader, è tipica, come si diceva di quei controversi ambienti, mentre è alquanto improbabile che il solo Lavitola – benché fucina d’idee alquanto azzardate – potesse ragionevolmente concepirla (seppur l’ha concepita) in solitaria ideazione. E poi, il singolare revirementinnanzi al Gip, dove il movente del falso attentato al Ranucci è diventato il samaritano intento di proteggerlo meglio, inducendo in tal modo il ministero dell’Interno ad elevare il livello di protezione: anche questa giravolta in stato detentivo lascia molto a pensare, come il voler allontanare il sospetto da certi ambienti.
Per non dire dell’esplosivo che non credo s’acquisti al mercatoortofrutticolo; per non dire di quell’improbabile esecutore, il Tavares, ora riparato in Africa, continente di sua origine. Insomma, siamo al momento in una situazione che muove tra la farsa, il noire, o qualcosa forse di molto serio. Difficile dirlo. V’èl’però un dato di fatto sul quale gli stessi protagonisti non hanno mai sollevato alcun dubbio, anzi hanno rivendicato orgogliosamente: tra il Lavitola ed il Ranucci non intercorreva un rapporto di fonte informativa e giornalista investigatore, bensì un rapporto di fraterna amicizia. Corredato d’assidue frequentazioni, condivisione del desco, relazioni comuni, conversazioni e flussi informativi.
C’è da dire che il Lavitola – definito dal suo sperimentatissimo e misuratissimo difensore, l’onorevole avvocato Sergio Cola, ‘molto intelligente’ – s’è mostrato uomo capace d’intessere nel corso della sua vita, anche celermente, reti assai qualificate di relazioni: da ultimo, sono rimasti impigliati nella sua ragnatela, non proprio imberbi adolescenti, bensì personaggi del calibro di Paolo Mieli e del direttore di Repubblica, Stefano Cappellini. Dunque, l’uomo dispone d’indubbia socievolezza ed’una grande sprezzatura nella gestione della bilancia sulla quale soppesare le scelte nell’agire pratico. Ma resta il fatto che il Ranucci, intemerato fustigatore di costumi, è coinvolto in una vicenda dai contorni allo stato tutt’altro che chiariti – tutt’altro.
Una vicenda di cui non si comprende ancora il senso – manipolazione, mitomania, disegni seri e sostenuti in ambienti più elevati – nella quale il conduttore di Report non è capitato per infamia del destino, ma s’è trovato invischiato per aver coltivato un’amicizia dal molto marcato cursus honorum, lui che a sua volta proprio nato ieri non parrebbe definibile, essendosi dimostrato assai dotato e spregiudicato segugio. E come può allora pensarsi,possa continuare a fustigare credibilmente chi, secondo i criteri ai quali ha sempre improntato l’architettura delle sue trasmissionipotrebbe a giusto titolo farne oggi da protagonista? Troppe parti in commedia non si dovrebbe mai interpretare sul proscenio del mondo, perché ne va della credibilità.
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Orazio Abbamonte
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