La stampa ultraconservatrice rilancia le ricompense per chi uccide o cattura militari americani. Teheran rafforza missili, droni e Guardiani della Rivoluzione mentre, dietro la tregua, si prepara a un nuovo scontro con Stati Uniti e Israele. Intanto resta avvolta nel mistero la sorte della Guida suprema Mojtaba Khamenei.

La stampa più radicale iraniana ha aperto l’edizione di lunedì dando grande evidenza all’annuncio attribuito a un alto responsabile militare di Teheran: premi in denaro per chiunque riesca a uccidere o catturare soldati americani. Il quotidiano Hamshahri ha occupato buona parte della prima pagina con l’immagine di un militare statunitense dall’espressione impaurita, trattenuto per il colletto da una mano al cui polso compare un braccialetto con i colori della bandiera iraniana. «Uccidete o catturate qualsiasi invasore americano e riceverete una ricompensa di 3 miliardi di toman», annunciava il titolo, facendo risalire l’iniziativa al comandante dell’esercito. Secondo il giornale, per le donne iraniane che riuscissero nell’impresa la somma prevista sarebbe addirittura doppia. Anche Kayhan ha trasformato la taglia nella principale notizia della giornata, annunciando a caratteri molto evidenti: «Ricompensa di 30 miliardi di rial (30.000 dollari) per la caccia a qualsiasi invasore americano». In un altro articolo pubblicato sempre in apertura, il quotidiano sostiene che Washington sarebbe uscita sconfitta dalla guerra contro l’Iran e dovrebbe quindi accettare una serie di concessioni per arrivare alla conclusione delle ostilità.

L’Iran si prepara alla guerra di logoramento

Questo clima si inserisce in uno scenario più ampio descritto dal Wall Street Journal, secondo cui Teheran avrebbe elaborato una strategia riservata per prepararsi a una nuova escalation militare. La Repubblica islamica, pur mantenendo aperti i negoziati e raggiungendo intese con Washington, avrebbe contemporaneamente lavorato alla possibilità di un nuovo confronto con gli Stati Uniti e Israele. Secondo quanto ricostruito dal quotidiano americano, una parte della leadership iraniana avrebbe puntato soprattutto ad aumentare il costo politico, economico e militare che Washington dovrebbe sostenere qualora decidesse di proseguire lo scontro. Parallelamente sarebbero stati avviati preparativi destinati a rafforzare le capacità dell’Iran in vista di un’eventuale nuova guerra contro americani e israeliani. Il Wall Street Journal riferisce inoltre che il memorandum d’intesa sottoscritto con gli Stati Uniti a giugno, la cui scadenza è prevista oggi, non sarebbe mai stato interpretato da alcuni settori del potere iraniano come la conclusione definitiva della guerra. Al contrario, sarebbe stato considerato uno strumento temporaneo all’interno di una strategia finalizzata a preparare la fase successiva del conflitto. Sempre secondo questa ricostruzione, già al momento della firma una parte della leadership avrebbe deciso di non rispettare integralmente gli impegni assunti. Fonti iraniane e arabe sostengono che, subito dopo la sottoscrizione del memorandum tra Washington e Teheran, gli esponenti più oltranzisti del regime si sarebbero riuniti per definire i preparativi necessari ad affrontare un nuovo conflitto con Stati Uniti e Israele. Nella loro valutazione, il cessate il fuoco avrebbe rappresentato soprattutto uno strumento per limitare le conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz sull’economia internazionale.

Il potere nelle mani dei Pasdaran

Da quella riunione sarebbero scaturite alcune decisioni strategiche. La leadership avrebbe ampliato il peso del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche all’interno dell’apparato militare, promosso a incarichi di vertice diversi comandanti con esperienza maturata durante la guerra Iran-Iraq e disposto un’accelerazione dei programmi destinati alla produzione di missili e droni. Successivamente Teheran avrebbe progressivamente disatteso il memorandum, attraverso attacchi contro imbarcazioni nello Stretto di Hormuz e l’estensione delle operazioni al Mar Rosso. Una strategia che avrebbe avuto anche l’obiettivo di accrescere la pressione sull’Arabia Saudita e, più in generale, sulle monarchie del Golfo. Durante la fase formalmente caratterizzata dal «cessate il fuoco», quindi, l’Iran avrebbe utilizzato il tempo a disposizione per consolidare il proprio apparato militare e prepararsi all’eventualità di uno scontro di dimensioni maggiori. Tra le priorità figurerebbero il rafforzamento della catena di comando dei Guardiani della Rivoluzione, l’ampliamento delle capacità operative e soprattutto l’incremento degli arsenali missilistici e dei sistemi senza pilota. A complicare ulteriormente il quadro resta il mistero sulla sorte di Mojtaba Khamenei, assente dalla scena pubblica da mesi. Teheran sostiene che sia vivo e operativo, ma la sua prolungata invisibilità alimenta interrogativi sulle reali condizioni e su chi eserciti concretamente il potere. Un’incertezza ancora più significativa mentre l’ala dura del regime rafforza l’apparato militare e prepara il Paese a un possibile nuovo scontro con Stati Uniti e Israele. In questo contesto Teheran sta cercando di rendere sempre più onerosa per Washington la prosecuzione delle operazioni, nella convinzione che l’aumento dei costi militari ed economici possa incidere sulla volontà americana di mantenere un impegno prolungato nella regione. Anche alcuni servizi d’intelligence arabi avrebbero acquisito elementi relativi a questa nuova impostazione strategica. Tra il materiale raccolto figurerebbero comunicazioni tra Teheran e le organizzazioni armate alleate dell’Iran presenti in Iraq e Yemen. L’obiettivo sarebbe quello di moltiplicare i fronti di pressione, aumentare il prezzo dello scontro per gli Stati Uniti e minacciare direttamente anche i Paesi del Golfo. Funzionari americani avrebbero per questo messo in guardia diversi governi della regione, con particolare riferimento al Kuwait, segnalando che la leadership iraniana sta predisponendo le condizioni per portare eventuali operazioni anche in quello che considera «territorio nemico».


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Stefano Piazza

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