Cinque compagnie telefoniche che si contendono clienti su tre continenti hanno oggi una società in comune, con sede a Londra e un quinto del capitale a testa. Si chiama Syntelligence AI: l’hanno costituita a Londra nel 2025 Deutsche Telekom, SK Telecom, Singtel, e& e SoftBank, come sbocco dell’accordo firmato a Copenaghen nel giugno 2024, e la sua materia prima sono i dati di rete messi a disposizione dai cinque soci, la risorsa industriale che nessun fornitore generalista possiede, con un bacino di 1,2 miliardi di clienti su cui dispiegare i prodotti. Concorrenti al mattino nei rispettivi mercati, soci la sera nel laboratorio comune. Nessun operatore italiano fra i fondatori.
Il percorso dice più della meta. L’alleanza era partita per costruire il grande modello linguistico delle telecomunicazioni, multilingue e di settore; strada facendo i modelli generalisti hanno accelerato al punto da indurre la società ad accantonare quel progetto e a concentrarsi sulle applicazioni addestrate sui dati veri delle reti. La logica industriale è chiara: il modello invecchia in un semestre, i dati proprietari accumulano valore. Il primo prodotto in sviluppo è una piattaforma della fiducia progettata per riconoscere in tempo reale le chiamate truffaldine dai segnali di rete, dentro un mercato che di frodi telefoniche perde, secondo la Communications Fraud Control Association, quasi 42 miliardi di dollari l’anno. Ciò che si acquista a catalogo, per definizione, lo acquistano anche i concorrenti: il vantaggio abita in ciò che il catalogo non vende, e i cinque hanno concluso che i loro dati valgono più di qualunque modello.
L’obiezione a questo genere di tavoli ha due secoli e mezzo e la firma più autorevole possibile. «Le persone dello stesso mestiere raramente si ritrovano insieme, fosse pure per svago e divertimento, senza che la conversazione finisca in una cospirazione contro il pubblico, o in qualche espediente per alzare i prezzi»: Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, 1776. Da allora ogni incontro fra rivali porta addosso quel sospetto, e l’antitrust esiste esattamente per questo. Chi liquida la diffidenza come burocrazia dimentica che la diffidenza ha fondamenta empiriche solide quanto la Rivoluzione industriale. La differenza, però, sta nell’oggetto della conversazione. Se i rivali parlano di prezzi e di spartizione dei mercati, la parola giusta resta “cartello”, e la sanzione pure. Se mettono in comune ricerca e infrastruttura per spostare una frontiera che nessuno di loro può raggiungere da solo, la grammatica cambia: Adam Brandenburger e Barry Nalebuff la battezzarono co-opetition nel 1996, applicando la teoria dei giochi a una intuizione che i manager conoscevano già, e cioè che il valore si crea cooperando e si divide competendo. Trent’anni dopo il fenomeno ha smesso di essere una curiosità accademica ed è diventato una statistica economica. Il Rapporto Strategico “Coopetizione” del Centro Economia Digitale nel 2025 ha ridefinito, evolvendolo e rendendolo operativo, il concetto e ha misurato i brevetti sviluppati congiuntamente da imprese concorrenti: fra il quadriennio 2003-2006 e il quadriennio 2019-2022 sono cresciuti del 159%, e la loro quota sul totale è quasi raddoppiata in vent’anni. Le imprese che si fanno causa nei tribunali di mezzo mondo depositano, insieme, sempre più proprietà intellettuale. Hanno capito prima dei regolatori che la frontiera tecnologica è diventata troppo costosa per essere corsa in solitudine.
L’Europa, del resto, questa grammatica l’ha già parlata quando la scala lo imponeva. Airbus nacque nel 1970 come consorzio fra industrie e governi che su tutto il resto restavano rivali, perché nessun Paese europeo poteva permettersi da solo il costo di sviluppo di un aereo di linea; mezzo secolo dopo quel patto fra concorrenti è una delle due imprese che si dividono i cieli del mondo. Quando il costo fisso della frontiera supera la stazza del singolo, la cooperazione fra rivali smette di essere un’eresia di mercato e diventa l’unico biglietto d’ingresso. L’Intelligenza Artificiale porta questa logica al suo estremo, perché i suoi costi fissi, calcolo, dati, talenti, superano la stazza di qualunque operatore medio; per questo cinque rivali hanno scelto di dividere il laboratorio e tenersi la concorrenza su tutto il resto. Il quinto a testa è il dettaglio più eloquente dell’intesa: nessuno comanda, nessuno teme di lavorare per l’altro.
Per l’Italia la lezione vale doppio, perché la nostra è per costituzione un’economia di imprese medie dentro filiere fortissime. Nessuna di loro, presa singolarmente, reggerà i costi fissi dell’Intelligenza Artificiale di mestiere: quella addestrata sui dati veri di una lavorazione, di una logistica, di un magazzino, l’unica capace di produrre vantaggio competitivo anziché risposte generiche. Tutte insieme, dentro una filiera, distribuirebbero quei costi su una scala che li rende sostenibili. E le filiere italiane partono con un capitale che non compare in bilancio: decenni di fiducia operativa, fatta di semilavorati scambiati, tolleranze concordate, fornitori cresciuti insieme ai committenti. Manca soltanto l’ultimo miglio, che consiste nel condividere i dati di quella stessa produzione. E la filiera è l’unità di misura giusta anche per ragioni tecniche: i dati dei suoi anelli si completano a vicenda, il difetto del componente si spiega con il processo del fornitore, la previsione della domanda a valle ordina i magazzini a monte. Nessuna impresa, da sola, possiede il quadro intero; il quadro intero è precisamente ciò su cui un modello impara.
Il paradosso è che l’architettura giuridica per farlo l’abbiamo inventata noi. Il Paese dei consorzi di tutela, dei consorzi fidi, dei consorzi export consorzia da un secolo il formaggio, il credito e le fiere, e non ancora i dati. Eppure un consorzio dei dati di filiera funzionerebbe con tre regole semplici. Le imprese conferiscono dati tecnici e di processo, mai dati commerciali sensibili: la linea che separa la conoscenza condivisa dal cartello va tracciata nello statuto, prima che nei tribunali. Un soggetto terzo con obbligo di neutralità, una fondazione con arbitro indipendente, custodisce i dati e addestra i modelli verticali del mestiere. I consorziati vi accedono a costo marginale, gli esterni a prezzo di mercato: la cooperazione finanzia il laboratorio, la competizione ricomincia sulla porta, quando ciascuno torna sul mercato con ciò che ha imparato. E la conformità si disegna nell’architettura, prima che nei ricorsi: conferimenti in forma aggregata a un gruppo di lavoro separato dalle imprese, regole concordate in anticipo con l’autorità della concorrenza, titolarità dei modelli fissata nello statuto, diritto di uscita portandosi via i propri dati. Un progetto pilota in una filiera manifatturiera d’eccellenza, costruito entro il 2027 con le associazioni di categoria, costerebbe una frazione di qualunque incentivo automatico e lascerebbe in eredità un’infrastruttura, anziché una detrazione. Per le associazioni di categoria sarebbe anche l’occasione di reinventare un mestiere: dopo aver rappresentato gli interessi, organizzare l’intelligenza.
Resta l’obiezione di Smith, che merita una risposta della stessa altezza. Gliela offre, da metà Ottocento, Carlo Cattaneo: nelle letture sulla psicologia delle menti associate osservò che «l’atto più sociale delli uomini è il pensiero», perché congiunge in un’idea molte genti fra loro ignote e molte generazioni. Fra la cospirazione di Smith e l’associazione di Cattaneo corre esattamente la linea che separa un cartello da un consorzio: i prezzi si cospirano, la conoscenza si associa. Il diritto della concorrenza sa distinguere i due verbi da un secolo; tocca alla politica industriale imparare a usare il secondo.
I dati che addestreranno i sistemi di Syntelligence arrivano da Bonn, Seul, Singapore, Abu Dhabi e Tokyo. L’Italia non è al tavolo, e i nostri dati migliori, intanto, dormono ciascuno nel proprio capannone.
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Rosario Cerra
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