Ieri ho riletto Palla al Centro, il pamphlet che Matteo Renzi ha presentato in tour nell’estate del 2023. D’altronde l’altro libro di cui si parla molto, oggi, è quello che Sigfrido Ranucci ha pubblicato nel 2024. Ci sono dunque testi di riferimento per le rispettive aree che invecchiano bene, e si apprezzano di più con il passare del tempo.
Palla al Centro rimane denso di idee valide e di riferimenti tanto attuali quanto avvincenti: è davvero un vino di buona annata, da gustare oggi più che tre anni fa. Barricato in botte di rovere, di quelle buone. E poi come si dice, in vino veritas: con il vino, la verità. In Palla al centro Matteo Renzi dedica pagine durissime all’ex premier e al Movimento Cinque Stelle, ma soprattutto al Partito democratico, accusato di essersi fatto conquistare dal «camaleonte» Conte. Dal reddito di cittadinanza al Superbonus, dai banchi a rotelle alla gestione del Covid, fino agli accordi con Meloni e al rapporto con il Pd: un j’accuse che torna di attualità nel confronto con il partito guidato da Elly Schlein.
La premessa, dedicata a Conte, è già una dichiarazione di guerra: «Non posso provare invidia per uno che interpreta la politica in un modo radicalmente opposto al mio. Lui è il contrario di quello che sono io. E soprattutto di quello che voglio essere». Renzi contrappone il proprio percorso a quello dell’ex premier: «Io non interpreto un ruolo, ho delle idee che ho sempre sostenuto. Ho sempre messo la faccia rischiando in prima persona, a cominciare dalle primarie per Firenze. Spesso ho vinto, talvolta ho perso, ma sempre ho combattuto per delle idee». Conte, invece, è l’«influencer». Uno che, scrive Renzi, «riesce a far credere tutto e il contrario di tutto».
E qui il bersaglio si allarga. Perché il punto non è soltanto che Conte abbia idee diverse dalle sue. Il punto è che il Pd, dopo averlo combattuto, abbia finito per considerarlo un interlocutore naturale, quasi un punto di riferimento progressista. Renzi lo mette nero su bianco: «Rimane un mistero sul come la sinistra si possa sentire rappresentata da un camaleonte del genere». La distanza, peraltro, viene rivendicata anche sul terreno dei fatti. Conte, ricorda Renzi, ha firmato il decreto Salvini per chiudere i porti; lui quello sulle unioni civili. «Lui si è definito sovranista e populista, io credo negli Stati Uniti d’Europa e nella politica». E dunque: «Lui e io abbiamo storie e valori diversi. E ne vado orgoglioso».
Ma la vera ossessione del libro è l’incantesimo. Renzi torna al tempo in cui il Pd, dice, era ancora capace di combattere Conte. Il caso di Ischia diventa il simbolo della mutazione genetica della sinistra. «Il Pd fece una durissima opposizione contro Conte in Aula. Era il tempo in cui ancora il Pd faceva battaglie difficili e coraggiose, ma giuste». Allora Conte non era il riferimento dei progressisti: era «il premier che strizzava l’occhio all’abusivismo, con il condono di Ischia e la chiusura dell’unità di missione». E il Pd, sottolinea Renzi, «non era la sesta stella». Poi arriva la frase che concentra tutto il ragionamento: «Il problema non è quello che ha fatto lui allora. Il problema è chi lo giustifica ancora oggi». Renzi racconta di essere intervenuto nuovamente in Senato dopo avere già denunciato quattro anni prima la linea del governo Conte: «Oggi non chiediamo che Conte ci dia ragione. Ci basta che Conte chieda scusa. E che il Pd si svegli dall’incantesimo». Non è successo. E allora la metafora diventa più feroce: «L’incantesimo di Conte strega i dem come la maga Circe stregava i compagni di Ulisse». Eccolo, dunque, il vero bersaglio. Non soltanto Conte. Il Pd che, secondo Renzi, non riesce più a distinguere tra alleanza tattica e assimilazione culturale.
Reddito, Jobs Act e il grande equivoco
Sul reddito di cittadinanza la polemica è altrettanto frontale. «Non è un caso, credo, che il Pd abbandoni la propria posizione di sostegno al Jobs Act per condividere quel reddito di cittadinanza che non abolisce la povertà: la cristallizza». Il ragionamento è brutale nella sua semplicità: «Più gente lavora, meno gente chiede il reddito di cittadinanza. Meno gente chiede il reddito, meno consensi ha Conte. La verità è che Conte odia il Jobs Act perché il Jobs Act gli porta via la base elettorale». Renzi contrappone al sussidio un’idea diversa di politica sociale: «Per abolire la povertà occorre creare lavoro, non dare un sussidio». Il punto, per Renzi, è la differenza tra due idee di cittadinanza: «C’è una differenza strutturale, ontologica, tra chi propone di combattere la povertà creando davvero ricchezza, benessere e sviluppo, chiedendo però ai cittadini di impegnarsi e fare fatica, e chi afferma di pensare agli ultimi regalando un’elemosina a spese del contribuente, chiedendo però in cambio il voto». E infatti: «Più gente lavora, meno gente chiede il reddito di cittadinanza. Meno gente chiede il reddito, meno consensi ha Conte».
Il Superbonus e la «follia» del 110
Poi c’è il Superbonus. «Forse l’imprinting culturale di Giuseppe Conte emerge nel modo più eloquente nella vicenda Superbonus». Renzi riconosce che gli incentivi edilizi possono essere uno strumento utile per rilanciare le costruzioni. Ma il 110%, per come è stato concepito e modificato, è per lui tutt’altra cosa: «Costituiscono una follia tra le più perverse della storia normativa repubblicana». Conte diventa così «un influencer che si racconta come Robin Hood, che prende ai ricchi ciò che spetta ai poveri». Ma, nella rappresentazione di Renzi, finisce per essere «lo sceriffo di Nottingham», perché il Superbonus «è una ghiotta opportunità per chi ha già risorse da investire» e può ritrovarsi «case rifatte o addirittura costruite ex novo senza spese significative». Poi la battuta: Conte rivendica di avere consentito di rifare le case «gratuitamente». «Viaggiano in rete video in cui il “gratuitamente” di Conte è ripetuto, ritmato, mixato». E il conto, per Renzi, ricade sugli altri. «La sta pagando il povero cui togli una sanità degna di questo nome, costringendolo a folli liste d’attesa. La sta pagando la pensionata che non vede scatti previdenziali perché i soldi servono a rifare le case gratuitamente a chi comunque se lo può permettere. La sta pagando lo studente fuori sede per il quale non sono previsti sconti sugli affitti o più studenti perché i soldi devono coprire l’emergenza finanziaria Superbonus».
Il passaggio più politico è quello sugli studenti: «Quando vedo i deputati grillini solidarizzare con gli studenti che animano il movimento di protesta delle tende, mi viene voglia di dire: ma perché quei soldi che hai buttato via con il 110%, non li hai messi sugli studenti? Per un motivo molto semplice. Il 110% porta voti, gli studenti richiedono tempo. Ancora una volta influencer versus politici». E la sintesi è ancora più dura: «Il reddito di cittadinanza e il Superbonus hanno prodotto un impressionante sperpero di denaro pubblico». Non un semplice «buco di bilancio», ma «una voragine creata da chi urlava “onestà” e non ricorda la lezione di Benedetto Croce, per cui la prima forma di onestà è la competenza». La conclusione è da gran finale renziano: «Se scrivo una legge con i piedi, non posso mettermi la parola “onestà” in bocca. Perché la banda degli onesti ha prodotto un danno alle casse dello Stato e in primis dei cittadini meno abbienti».
Conte, Meloni e la politica fatta di giorno e di notte
Ma c’è un altro Conte, quello che Renzi descrive come abilissimo nel muoversi tra opposizione e accordi. «Conte inoltre attacca la Meloni per mezza giornata e ci fa gli accordi nell’altra parte del dì. Trama di giorno, tratta di notte». Dove? «Lo vediamo sul Mes, sulle nomine, sulla Rai, sulle commissioni parlamentari». La sentenza è netta: «È lui la vera stampella del governo». Renzi racconta anche il passaggio tra il Conte bis e il governo Draghi. Mentre lui, dice, «la sera crollavo» e aveva bisogno di dormire, «Conte vive di notte». E racconta le serate a Palazzo Chigi al telefono con Ciampolillo, «a contare i senatori che gli servivano per farci fuori». E qui arriva la domanda: «Ottiene più posti di tutti gli altri nelle sedi istituzionali. Perché? Perché all’inizio di questa legislatura cerca di fare secco il Pd. Certo, gli piace vincere facile, perché il Pd aiuta, eccome se aiuta». La conclusione è impietosa: «Quello che è successo in questa legislatura andrebbe studiato nei manuali di strategia parlamentare come esempio di incapacità di fare politica». E il bersaglio torna a essere il Pd. Perché, nella lettura di Renzi, Conte non avrebbe semplicemente conquistato spazio: glielo avrebbero lasciato.
La commissione Covid e le domande che restano
Poi c’è la questione Covid. Renzi insiste su una contraddizione che considera enorme: i Cinque Stelle invocano trasparenza, ma quando la trasparenza riguarda loro diventano prudentissimi. «Fateci caso. I Cinque Stelle vogliono sempre trasparenza dal Palazzo tranne quando quella richiesta coinvolge loro». E la commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid diventa il terreno dello scontro: «La commissione di inchiesta sul Covid è stata avversata in modo incredibile». La presidenza, sostiene Renzi, sarebbe stata assegnata a tutti tranne che a chi per primo aveva chiesto la commissione. Ma le domande, insiste, sono molte. «Durante il Covid la politica ha compiuto le scelte corrette o qualcuno ha fatto il furbo?». E torna a Conte: «Anziché aggredire gli avversari Giuseppe Conte spieghi perché ha chiamato Putin facendo entrare in Italia i militari russi o se qualcuno dei suoi colleghi ha lucrato business sulle mascherine e sui ventilatori o sui banchi a rotelle». La domanda diventa quasi una provocazione: «Perché su questo tema i grillini hanno paura della trasparenza e della verità?».
Renzi torna anche sulle questioni sollevate intorno ai rapporti con la Russia e sulla presenza di militari russi in Italia durante l’emergenza Covid, chiedendo conto di chi organizzò determinati incontri e delle vicende relative a mascherine, ventilatori e forniture. E soprattutto chiede che siano chiariti i dubbi su eventuali conflitti di interesse. Ma proprio per questo, aggiunge, bisogna guardare anche alle incompatibilità: «Mi piacerebbe anche – nel frattempo – che si chiarissero le incompatibilità degli avvocati d’affari, come Conte è stato a lungo». E il problema, secondo Renzi, riguarda anche i patrimoni familiari: «Se una compagna o una moglie ha una famiglia che possiede alberghi o banche o ricchezze finanziarie è giusto che il Parlamento sia edotto, no?». Così come andrebbero dichiarate le operazioni legali di rilevante importanza e le attività svolte per clienti controversi. La conclusione del leader di Iv è ironica: «Gli levo la sete col prosciutto, come siamo soliti dire a Firenze».
Il Pd, la vera partita
A questo punto il libro smette definitivamente di essere soltanto un attacco a Conte. È un atto d’accusa contro il Pd. Renzi sostiene che Conte abbia saputo sfruttare le debolezze degli altri, conquistando spazio proprio mentre il Pd perdeva identità. E torna al punto di partenza: «Abbiamo visto che Meloni è l’influencer più brava. Abbiamo visto che Conte la insegue ignorando qualsiasi regola di coerenza politica la storia ci abbia trasmesso». Poi il caso delle vicepresidenze parlamentari: «Nelle democrazie parlamentari sono previsti ruoli di rappresentanza per le opposizioni. Pd e Cinque Stelle hanno stretto un patto tra loro per eliminare l’allora Terzo Polo dal tavolo delle vicepresidenze. Mai successo prima! Eliminando noi dal voto in Aula i posti per le opposizioni». Per Renzi, è la fotografia di un sistema nel quale il Pd finisce per aiutare Conte anche quando non avrebbe alcun interesse a farlo.
Ed è qui che l’«incantesimo grillino» diventa qualcosa di più di una formula polemica. Diventa la spiegazione che Renzi offre della trasformazione del Pd: un partito che un tempo combatteva il populismo grillino e che oggi, secondo lui, ne ha assorbito parte del linguaggio, delle politiche e persino della narrazione. La tesi di Renzi è semplice e feroce: Conte ha cambiato pelle, il Pd ha cambiato posizione. E mentre il primo continua a fare politica attraverso l’immagine dell’«influencer», il secondo avrebbe finito per inseguirlo. Il problema, dunque, non è quello che Conte ha fatto allora. È chi lo giustifica ancora oggi. E qui Renzi consegna al Pd la sua domanda più scomoda: davvero, dopo tutto questo, l’«incantesimo» è ancora così difficile da spezzare?
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Aldo Torchiaro
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