Noia, questa sconosciuta nella vita sempre più frenetica e iper-stimolata di noi tutti, soprattutto dei nostri figli. Quasi una minaccia da combattere, un’emozione da temere. Quando finiscono la scuola, le attività extrascolastiche come sport, musica, inglese e chi più ne ha più ne metta per occupare le lunghe ore dall’alba alla sera, sembra che le giornate si allunghino fino a diventare interminabili e molti genitori non sanno come fare per “occupare il tempo dei figli”. Ecco allora palesarsi centri estivi, campus, laboratori.
Certo, chi lavora sa bene che l’estate non fa sconti e da qualche parte il bambino deve pur stare, ma l’impressione generale è che ogni spazio libero debba comunque essere riempito, programmato, in qualche modo “gestito”. Per capire che ciò di cui stiamo parlando è a tutti gli effetti un problema, affacciamoci alla finestra della ricerca pedagogica, di modo da osservare la questione da un altro punto di vista. Il tempo non strutturato non rappresenta un vuoto da colmare, piuttosto uno spazio fondamentale per la crescita. È proprio nei momenti in cui non accade apparentemente nulla, infatti, che bambini e ragazzi imparano a prendere l’iniziativa, confrontarsi con la frustrazione, sviluppare immaginazione e autonomia.
Il paradosso è che oggi la noia sembra spaventare più gli adulti dei bambini: da una parte genitori spesso schiacciati da ritmi di lavoro complessi e sensi di colpa; dall’altra bambini che, dopo mesi di scuola, avrebbero bisogno anche di rallentare e – diciamolo senza paura – anche annoiarsi finalmente un po’. Per comprendere meglio cosa accade quando un figlio dice “mi annoio” e perché il tempo vuoto può trasformarsi in una risorsa educativa, ne abbiamo parlato con Elena Bolzoni, pedagogista e educatrice professionale socio-pedagogica, tutor della piattaforma LeTueLezioni, che di mestiere accompagna le famiglie nei percorsi educativi e lavora con bambini e ragazzi sui temi dell’apprendimento, dell’autostima e dello sviluppo emotivo.
La pedagogista Elena Bolzoni
Dottoressa Bolzoni, quando un bambino dice “mi annoio”, che cosa sta comunicando realmente?
“Quando un bambino dice ‘mi annoio’, molto difficilmente sta solo chiedendo di essere intrattenuto. Dietro a questa frase possono nascondersi bisogno di attenzione, difficoltà a gestire il tempo libero, ricerca di una connessione con l’adulto, fatica a stare in contatto con se stesso senza la mediazione di uno stimolo esterno. Nella nostra società odierna la noia viene percepita spesso come qualcosa di negativo, un problema da risolvere velocemente. Dal punto di vista pedagogico, invece, parliamo di una fase preziosa dello sviluppo, perché rappresenta uno spazio di passaggio/transizione tra uno stimolo e l’altro; è un momento in cui il bambino è chiamato a cercare dentro di sé risorse, idee, desideri e interessi. Una specie di “laboratorio invisibile” in cui dare forma alla propria immaginazione, alla creatività e al pensiero autonomo. Molte delle storie e dei giochi inventati dai bambini nascono proprio da una fase iniziale di apparente vuoto/noia. In questa accezione, la noia è quindi fisiologica, sana e quasi necessaria, perché aiuta il bambino a sviluppare la sua personale iniziativa. C’è però anche una noia che può essere segnale di un disagio emotivo, di una stanchezza che si è accumulata, di una difficoltà relazionale o di un bisogno non espresso. Per questo motivo è ancora più importante che l’adulto non reagisca in modo automatico, offrendo una soluzione immediata, piuttosto ascolti e comprenda che cosa sta realmente comunicando il bambino raccontando quel “mi annoio”. Se il genitore riesce a tollerare anche solo qualche minuto di quella sensazione senza intervenire subito, il bambino trova da sé una strada: prende un libro, inventa un gioco, costruisce qualcosa o osserva quello che lo circonda. In questo passaggio si sviluppano competenze fondamentali per la crescita”.
Secondo la sua esperienza, da dove nasce la “fatica” degli adulti nel tollerare il tempo vuoto dei bambini?
“Spesso nasce più dalle paure degli adulti che dai reali bisogni dei bambini. Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che un bravo genitore deve essere sempre costantemente presente, propositivo e organizzato. Molti genitori sentono un’elevata pressione sociale: devono offrire opportunità, stimoli, esperienze educative e occasioni di apprendimento continue e costanti. Dietro a questa che io definisco ‘ottimizzazione del tempo infantile’, c’è spesso la paura che il bambino possa perdere delle occasioni importanti per il suo sviluppo. A questo si aggiunge una società che è fortemente orientata alla produttività e fatica ad attribuire valore a ciò che non produce un risultato immediatamente visibile. In questo modo anche il tempo dell’infanzia rischia di essere interpretato secondo una logica strettamente adulta: ogni momento deve servire ad imparare qualcosa, a migliorare una competenza o a raggiungere un obiettivo. Inoltre, molti genitori provano un forte disagio di fronte alla frustrazione dei figli. Vedere un figlio annoiato può generare senso di colpa, perché emerge la paura di non stare facendo abbastanza come genitore. In realtà educare significa soprattutto accompagnare i figli nell’esperienza della frustrazione e dell’attesa. Purtroppo però molti adulti hanno in prima persona perso familiarità con il tempo vuoto. Viviamo immersi tra impegni, stimoli continui, notifiche e connessioni permanenti. Se la noia mette a disagio gli adulti diventa ancora più comprensibile come sia faticoso aiutare i nostri figli a tollerarla”.
Dottoressa, che cosa succede a un bambino quando finalmente non ha un adulto (o una tecnologia) che organizza per lui o per lei ogni minuto?
“Inizialmente può sperimentare un senso di disorientamento. È però una reazione normale, soprattutto se è abituato ad una routine piena di attività programmate o in cui può disporre di dispositivi tecnologici che offrono stimoli immediati. Dopo questa prima fase, però, accade qualcosa di molto interessante. Il bambino può iniziare a chiedersi ciò che desidera fare davvero, ciò che gli piace e quali risorse può utilizzare per occupare quello spazio vuoto. Questo è un processo in cui si attivano competenze profonde e spesso invisibili. Innanzitutto si sviluppa l’autonomia decisionale: nessuno gli sta dicendo cosa fare e quindi è lui che deve scegliere, pianificare e organizzare le proprie attività. Si potenzia poi la creatività: quando un bambino non riceve continuamente stimoli dall’esterno, viene spinto a crearli in prima persona. Una scatola può diventare una nave, una coperta può diventare una tenda da campeggio, un giardino può divenire un mondo nuovo da esplorare. Tutto questo è il terreno ideale per il gioco simbolico, fondamentale e centrale nello sviluppo cognitivo ed emotivo. Un altro aspetto che si sviluppa è la capacità di autoregolazione: il bambino impara a gestire il tempo, tollerare piccole frustrazioni e trovare strategie personali per affrontare momenti di vuoto. Emerge inoltre la conoscenza di sé: nel tempo libero emergono interessi, passioni e desideri che difficilmente possono manifestarsi quando tutte le attività vengono decise dall’esterno. Questo ovviamente non significa abbandonare il bambino a se stesso. L’adulto deve continuare ad essere una presenza importante, ma in questi momenti passa dall’essere regista a diventare un punto di riferimento”.
In estate emergono spesso tensioni familiari. Quali situazioni incontra più spesso nei percorsi con le famiglie e quali equivoci andrebbero smontati subito?
“L’estate porta spesso con sé aspettative molto elevate. Nell’immaginario sociale dovrebbe essere il tempo della serenità, del rilassamento e della condivisione familiare. In realtà, però, molte famiglie si trovano a fare i conti con ritmi ed esigenze lavorative complesse e con un’organizzazione difficile da gestire. Tra le situazioni che incontro più frequentemente c’è il senso di colpa dei genitori che lavorano. Molti vivono con sofferenza il fatto che non possono trascorrere tutto il tempo che vorrebbero con i figli. Per questo cercano di compensare organizzando continue attività o concedendo gli schermi oltre il limite consentito. Un’altra situazione che emerge spesso riguarda la convinzione che un bambino impegnato sia per forza un bambino felice. In realtà non è la quantità di attività che determina il benessere, ma la qualità delle esperienze e delle relazioni che vive il bambino. Tra gli equivoci da smontare subito c’è n’è uno particolarmente diffuso: l’idea che un bravo genitore debba essere costantemente disponibile a intrattenere il proprio figlio. Non è però questo il compito educativo. Il compito dell’adulto non è quello di trasformarsi in un animatore permanente, ma di offrire sicurezza, presenza emotiva e opportunità di crescita. Un bambino non ha bisogno di genitori sempre creativi, costantemente disponibili e perfetti”.
Se dovesse proporre ai genitori un piccolo cambio di prospettiva per questa estate, quale sarebbe?
“Smettere di considerare la noia come un problema da eliminare e iniziare a vederla come un’opportunità educativa. Quando nostro figlio dice ‘non so cosa fare’, possiamo provare a restituirgli fiducia, aiutandolo a cercare dentro di se le proprie risorse. Facciamogli domande come: Cosa ti piacerebbe fare? Quali idee ti vengono in mente? Da cosa vuoi partire? Queste domande sono molto più educative di una proposta proveniente dall’adulto e pronta all’uso. Accompagnare non significa lasciare solo il bambino, ma credere nelle sue capacità. Significa essere presenti senza però occupare tutto lo spazio, sostenere senza sostituirsi a lui, incoraggiare senza dirigere ogni suo passaggio. L’estate può allora diventare un’occasione preziosa per recuperare una dimensione dell’infanzia che oggi rischia di andare completamente perduta: quella della scoperta spontanea, del gioco libero e dell’esplorazione. Del sapersi meravigliare delle piccole cose che si possono scoprire solo quando si può rallentare. Il regalo più importante che possiamo fare ai nostri figli non è un’agenda piena di attività, ma il tempo necessario per incontrare davvero se stessi”.
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