Roma, 22 giugno 2026 – La transizione verso modelli di sviluppo più sostenibili è diventata una delle principali sfide del nostro tempo. Governi, imprese e cittadini sono chiamati a ripensare il modo in cui vengono utilizzate le risorse naturali, alla ricerca di un equilibrio tra crescita economica e tutela dell’ambiente. In questo contesto si affermano due approcci sempre più presenti nel dibattito pubblico e nelle strategie di sviluppo: la più nota green economy e la meno conosciuta, ma sempre più rilevante, blue economy. Sebbene condividano l’obiettivo di ridurre l’impatto delle attività umane sugli ecosistemi, i due modelli si distinguono per principi, strumenti e visione del rapporto tra economia e natura. E comprenderne le differenze è fondamentale per orientarsi tra le nuove politiche della sostenibilità.
L’economia sostenibile
Come sappiamo, tra i modelli che hanno maggiormente influenzato le politiche ambientali degli ultimi decenni, la green economy occupa un ruolo centrale. Considerata il paradigma più conosciuto dell’economia sostenibile, punta a conciliare crescita economica e tutela dell’ambiente attraverso l’uso efficiente delle risorse, la riduzione delle emissioni e la diffusione di tecnologie a basso impatto. Ma quali sono i principi che la caratterizzano? L’economia verde rappresenta uno dei principali pilastri dello sviluppo sostenibile. Il suo scopo è limitare gli effetti negativi delle attività umane sull’ambiente attraverso una gestione più efficiente delle risorse e una progressiva riduzione delle emissioni inquinanti. Alla base della green economy c’è l’idea che crescita economica e tutela dell’ecosistema possano convivere. Per raggiungere questo equilibrio vengono promossi investimenti in tecnologie pulite, processi produttivi a basso impatto energetico, fonti rinnovabili e sistemi di riciclo sempre più avanzati. L’attenzione si concentra soprattutto sull’efficienza: consumare meno energia, produrre meno rifiuti e ridurre le emissioni di gas serra lungo l’intero ciclo produttivo.
Cosa si intende per blue economy
Più radicale è l’approccio della blue economy. In questo modello la sostenibilità non passa soltanto attraverso la riduzione degli impatti, ma attraverso una completa riprogettazione dei processi produttivi. L’obiettivo è arrivare a un sistema in cui il concetto stesso di scarto venga superato. Ogni residuo di lavorazione deve poter diventare una nuova risorsa, generando un ciclo continuo di riutilizzo. La filosofia richiama da vicino i principi dell’economia circolare e si basa sull’osservazione dei meccanismi presenti in natura, dove nulla viene realmente sprecato. In quest’ottica, materiali e sottoprodotti possono trovare applicazioni innovative in settori diversi da quelli di origine, trasformando ciò che prima veniva considerato un rifiuto in un’opportunità economica.
Chi ha inventato la blue economy
Il concetto moderno di blue economy è stato sviluppato dall’imprenditore e ricercatore belga Gunter Pauli. L’autore ha illustrato la sua teoria nel libro “The Blue Economy”, pubblicato nel 2010, proponendo un modello economico capace di coniugare sostenibilità ambientale, innovazione e sviluppo industriale. La sua visione punta a creare sistemi produttivi ispirati agli ecosistemi naturali, dove nulla viene sprecato e ogni risorsa trova una nuova funzione.
Differenza tra blue economy e green economy
Sebbene condividano la stessa visione di sviluppo sostenibile, green economy e blue economy seguono percorsi differenti. L’economia verde punta principalmente a ridurre gli effetti negativi delle attività produttive, incentivando investimenti e tecnologie capaci di diminuire consumi ed emissioni. L’economia blu, invece, mira a eliminare alla radice il problema, ridisegnando completamente i modelli produttivi affinché non generino scarti né sprechi. In altre parole, la green economy cerca di migliorare il sistema esistente, mentre la blue economy propone di trasformarlo profondamente.
Alcuni esempi di blue economy
Tra gli esempi più significativi di blue economy rientrano l’acquacoltura sostenibile, che punta a ridurre l’impatto ambientale degli allevamenti ittici, e la produzione di energia rinnovabile dal mare attraverso impianti eolici offshore, sistemi che sfruttano il moto ondoso o le maree. Un altro settore in forte crescita riguarda il recupero e il riciclo dei rifiuti marini, in particolare delle plastiche raccolte nei mari e lungo le coste, successivamente trasformate in nuovi prodotti. La blue economy trova applicazione anche nella valorizzazione degli scarti: residui della pesca e delle lavorazioni alimentari possono essere impiegati per produrre fertilizzanti, mangimi, bioplastiche o composti destinati all’industria farmaceutica e cosmetica. Sempre più diffusi sono inoltre i progetti di ripristino degli ecosistemi costieri, come le praterie di posidonia e le zone umide, che contribuiscono alla tutela della biodiversità e all’assorbimento di anidride carbonica. L’obiettivo comune, come anticipato, è trasformare ciò che viene considerato un rifiuto in una nuova risorsa, riducendo gli sprechi e creando al tempo stesso valore economico e occupazione.
Quanto vale la blue economy in Italia?
In Italia il peso della blue economy emerge con chiarezza dai più recenti rapporti sull’economia del mare (Unioncamere) relativi al 2025, che ne rappresentano di fatto la principale base statistica. Il settore, che comprende l’insieme delle attività economiche legate al mare – dalla pesca alla cantieristica navale, dalla logistica portuale al turismo costiero – genera un valore aggiunto pari all’11,3% dell’economia nazionale. Nel complesso, la filiera produce oltre 216 miliardi di euro di valore tra impatto diretto e indiretto e impiega circa 1,1 milioni di persone.
Si tratta di un comparto in forte espansione: tra il 2022 e il 2023 la ricchezza generata è cresciuta di quasi il 16%, contro il 6,6% registrato dall’economia nel suo insieme, e l’occupazione ha mostrato un ritmo di crescita circa quattro volte superiore alla media nazionale. I dati evidenziano anche forti differenze territoriali: nel Mezzogiorno l’incidenza della filiera sul prodotto raggiunge il 15,5%, mentre le imprese femminili rappresentano il 22,6% del totale. Nel Sud, inoltre, turismo e attività ricreative legate al mare pesano per quasi la metà del settore; un dato che si inserisce in un contesto caratterizzato da una minore capacità di connessione e integrazione della blue economy meridionale, elemento che apre a una riflessione sulle potenzialità di ulteriore sviluppo del comparto.
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