Una storia di fuga, di approdo e di lenta dissoluzione. Tra Fermo, Porto San Giorgio e Massignano sopravvivono le ultime impronte di una presenza medievale che il tempo ha cancellato … ma non del tutto!
Esistono storie che non si trovano nelle guide turistiche: non hanno cartelli indicatori, non hanno musei dedicati, non hanno sagre folkloristiche che le tengano in vita. Eppure sono lì sepolte negli archivi, nei cognomi, in un polittico disperso in tre continenti. Ho cominciato a cercarne una partendo da un viaggio che feci tra il Kosovo, la Macedonia del Nord e l’Albania dove venni a conoscenza del mito che in quelle parti dei Balcani gode Giorgio Castriota Skanderbeg: mi colpì molto la storia di questo personaggio e soprattutto la considerazione che ha ancora tra le popolazioni locali. Come sempre mi accade mi divertii a collegare quella esperienza con altre lontane nel tempo e nello spazio come sempre alla ricerca di un filo conduttore invisibile che unisce avvenimenti della mia storia. Finalmente in una nota a piè di pagina in un testo di storia medievale trovai quello che cercavo: poche righe che parlavano di albanesi sbarcati sulle coste marchigiane nel Quattrocento, insediati nel fermano e poi lentamente dissolti nella popolazione locale fino a scomparire come entità distinta. Una storia di integrazione totale, direi anche troppo che mi ha incuriosito e spinto a mettermi alla ricerca.
La vicenda inizia sull’altra sponda dell’Adriatico. Con la morte di Giorgio Castriota Skanderbeg nel 1468 e la progressiva conquista ottomana dei Balcani: migliaia di famiglie albanesi fuggirono verso occidente. Il mare Adriatico, stretto ed in certi punti quasi attraversabile a vista diventò il corridoio della salvezza. Le coste marchigiane con i loro porti attivi e le città episcopali aperte ai traffici, furono tra le prime mete. A Fermo la presenza albanese è documentata addirittura dal XIV secolo, prima ancora della grande ondata migratoria. A Recanati ne sbarcarono trecento in una sola volta. Porto San Giorgio, Massignano, Cingoli, San Severino Marche: i nomi si accumulano negli archivi storici come tracce di un movimento imponente che le cronache dell’epoca registrano con quella miscela di diffidenza e pragmatismo tipica di ogni tempo.
Parto da Fermo con in tasca qualche appunto e molta curiosità. La città arroccata sulla collina con la sua cattedrale romanica ed il teatro dell’Aquila sembra custodire il tempo con una certa soddisfazione. Negli archivi storici comunali un archivista paziente mi mostra alcune carte medievali dove compaiono nomi chiaramente non italiani, trascritti con quella incertezza ortografica tipica dei cancellieri dell’epoca alle prese con fonemi sconosciuti. Albanesi che entrano nelle corporazioni artigiane, che affittano terre, che si inseriscono nel tessuto economico e sociale. Non c’è quasi niente di visibile, di tangibile ma la traccia documentaria è reale e inequivocabile… è già qualcosa: anzi, è già molto!
Scendendo poi verso il mare, a Porto San Giorgio accade qualcosa di inaspettato che trasforma la mia ricerca da esercizio archivistico in qualcosa di molto più emozionante. Nel 1470 un nobile albanese di nome Giorgio fuggito dalla sua terra poco prima, capostipite di quella che diventerà la famiglia Salvadori, commissiona al pittore veneziano Carlo Crivelli un polittico per la chiesa parrocchiale del Castello. Certamente un atto di devozione, ma anche qualcosa di più: un gesto di radicamento, un modo per dire: “sono qui, esisto, lascio un segno”. L’opera viene realizzata e collocata sull’altare maggiore, dove rimarrà per secoli.
Poi accade ciò che capita troppo spesso al patrimonio artistico italiano: nel 1803 la chiesa viene demolita, il polittico trasferito successivamente venduto ed infine smembrato. Oggi le tavole del Polittico di Porto San Giorgio sono sparse in tre continenti: la Madonna col Bambino è al Museo Poldi Pezzoli di Milano, i Santi Pietro e Paolo alla National Gallery di Londra, il San Giorgio che uccide il drago all’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, altri pannelli a Tulsa in Oklahoma. Un’opera commissionata da un profugo albanese sulle coste marchigiane nel Quattrocento è oggi patrimonio disperso tra musei di mezzo mondo come se la diaspora dell’opera ripetesse, in modo quasi beffardo, la quella del suo committente. Mi fermo davanti alla chiesa attuale costruita nell’Ottocento sulle ceneri della precedente e penso a quel Giorgio albanese che qui aveva cercato di mettere radici ed in qualche modo ci era riuscito: la famiglia Salvadori sarebbe rimasta a Porto San Giorgio per secoli.
Da Porto San Giorgio risalgo verso Massignano, piccolo borgo dell’entroterra fermano, dove la presenza albanese è documentata ma le tracce sono ancora più evanescenti. Il paese è tranquillo, quasi sospeso, con quella qualità del silenzio che hanno i luoghi che non hanno fretta di spiegarsi. Nessuno degli abitanti che interpello sa dirmi molto della storia albanese medievale del borgo e questo, in fondo, è già una risposta: la dissoluzione è stata completa. Eppure un anziano seduto all’ombra di un portico mi dice una cosa che mi resta in mente: alcuni cognomi locali, dalla etimologia incerta per tutti qui, potrebbero avere radici che arrivano dall’altra parte dell’Adriatico. Non è dimostrabile con certezza, ma non è nemmeno escludibile ed a volte l’ipotesi vale quanto la certezza, se ti spinge a guardare le cose con occhi diversi.
Questa è la caratteristica peculiare della presenza arbereshe nelle Marche rispetto a quanto accaduto in Calabria, Basilicata o Molise: in quelle regioni le comunità si sono chiuse in se stesse, hanno preservato lingua, il rito greco-bizantino, costumi e identità distinta fino ad oggi. Qui è accaduto l’opposto: una integrazione rapida e totale, favorita forse dalla struttura più aperta e mercantile delle città marchigiane, dalla presenza di molte altre minoranze, dalla mancanza di quella concentrazione in borghi isolati che altrove ha funzionato da scudo culturale. Gli albanesi delle Marche si sono amalgamati, hanno italianizzato i cognomi, hanno adottato il rito latino, hanno smesso di parlare arbërisht nell’arco di due o tre generazioni. Sono diventati marchigiani così completamente da rendere oggi quasi impossibile distinguerne la diversità.
C’è qualcosa di malinconico ed insieme di affascinante in questa storia di assenza: le comunità arbereshe della Calabria, della Basilicata o del Molise le puoi visitare, sentire parlare la lingua antica, assistere a funzioni di rito greco-bizantino, fotografare i costumi tramandati. Qui invece devi accontentarti di leggere tra le righe, di immaginare, di interpretare le lacune; è un tipo diverso di viaggio: decisamente più esigente e certamente più silenzioso ma proprio per questo, a tratti, più potente perché costringe a fare i conti con l’idea che la storia non è solo conservazione ma è anche perdita, scioglimento, trasformazione. E che le culture che scompaiono non lo fanno senza lasciare traccia ma la lasciano semplicemente in forme che richiedono più attenzione e più umiltà per essere percepite.
Torno verso Fermo nel tardo pomeriggio con la luce che si fa radente e dorata sui campi. Penso a quel Giorgio albanese ed al suo polittico oggi sparso tra Boston, Londra e Milano. Penso agli albanesi che lavoravano come barcaioli ad Ancona, come contadini nelle campagne del fermano, come artigiani nelle corporazioni di Fermo. Gente che aveva attraversato il mare con poco o nulla e che qui aveva ricostruito una vita pezzo per pezzo, fino a fondersi così completamente da rendere impossibile distinguere dove finivano loro e dove cominciavano le Marche ed i marchigiani. Forse è questa la forma più radicale e più silenziosa di appartenenza: quella che cancella i confini così a fondo da non lasciare nemmeno la nostalgia di averli avuti. Un viaggio strano, il mio, fatto più di assenze che di presenze con la costante immanenza di Giorgio Castriota che tanto mi aveva colpito nei discorsi degli amici macedoni di etnia albanese. Ciononostante uno dei più ricchi ed affascinanti che io possa ricordare di avere fatto.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Source link

