La tregua fragile dopo il vertice di Pechino
Il vertice di Pechino del 14 e 15 maggio 2026 non ha inaugurato una pace tra Stati Uniti e Cina, né ha chiuso la competizione strategica tra le due maggiori potenze del pianeta. Tre mesi dopo, mentre Xi Jinping prepara una nuova visita negli Stati Uniti, quella tregua resiste, ma mostra tutta la propria fragilità.
I nuovi dazi settoriali americani, le restrizioni cinesi sulle terre rare, il pacchetto di armamenti destinato a Taiwan ancora in attesa dell’approvazione di Donald Trump e il recente passaggio di un aereo militare statunitense sullo Stretto di Taiwan confermano che Washington e Pechino non stanno costruendo un’alleanza. Quella che si sta sperimentando è una forma di stabilizzazione competitiva: una relazione nella quale nessuna delle due potenze può prevalere senza pagare costi enormi, ma entrambe continuano a usare commercio, tecnologia, moneta, energia e sicurezza come strumenti di pressione.
Il vertice ha però mostrato qualcosa di più profondo. Il sistema internazionale è entrato in una fase nella quale Washington non può più governare da sola le crisi globali e Pechino non si percepisce più come una semplice potenza emergente, ma come un centro alternativo di forza industriale, energetica, monetaria e tecnologica.
Taiwan, il nodo più sensibile della rivalità Cina-Stati Uniti
Al termine della visita, durante un’intervista televisiva, Trump ha pronunciato una frase significativa: «Non cerco che qualcuno dichiari l’indipendenza», ha detto riferendosi a Taiwan. In apparenza, nulla di nuovo. Dal 1979 Washington non riconosce formalmente Taiwan come Stato indipendente e si muove dentro l’ambiguità calcolata della propria “One China policy”. Nessun presidente americano ha mai sostenuto apertamente una dichiarazione formale d’indipendenza dell’isola.
Trump ha contemporaneamente precisato che la politica americana non è cambiata. Eppure, nel contesto attuale, le sue parole hanno assunto un valore diverso. Sono arrivate dopo le pressioni esercitate da Pechino sull’amministrazione repubblicana, dopo le accuse trumpiane secondo cui Taiwan avrebbe sottratto agli Stati Uniti una parte decisiva della manifattura dei semiconduttori e mentre un nuovo pacchetto di armamenti da circa 14 miliardi di dollari continua ad attendere l’approvazione presidenziale.
A dicembre 2025, Washington aveva già autorizzato una fornitura da 11 miliardi di dollari, la più importante mai destinata all’isola. Ma sul secondo pacchetto Trump ha lasciato intendere di voler conservare un margine negoziale, arrivando a definirlo una possibile leva nei rapporti con Pechino. Non si tratta di un cambiamento formale della dottrina americana, ma di un segnale politico. E in Asia i segnali contano spesso quanto i trattati.
Taiwan resta il punto più sensibile della rivalità sino-americana. Non perché una guerra sia inevitabile, ma perché l’isola concentra in pochi chilometri quadrati quasi tutte le contraddizioni del secolo: sovranità, deterrenza, semiconduttori, identità nazionale, rotte marittime, credibilità americana e progetto di riunificazione cinese.
Taiwan rappresenta oltre il 60% dei ricavi mondiali della produzione di semiconduttori per conto terzi e più del 90% della fabbricazione dei chip tecnologicamente più avanzati. TSMC costituisce il cuore di questo ecosistema e, pur avendo programmato investimenti per circa 165 miliardi di dollari negli Stati Uniti, continua a mantenere sull’isola le proprie capacità più sofisticate. Le fabbriche possono essere replicate altrove; molto più difficile è trasferire l’intero sistema di fornitori, competenze, università, tecnici, infrastrutture e conoscenze accumulato a Taiwan in decenni di specializzazione.
Anche per questo Taipei teme che il proprio ruolo di partner strategico degli Stati Uniti possa essere subordinato a una più ampia intesa tra Washington e Pechino. Il Presidente taiwanese Lai Ching-te ha ribadito che l’isola non intende essere sacrificata o trasformata in merce di scambio. Nello stesso tempo, il governo ha proposto per il 2027 un aumento del 18% della spesa per la difesa, portandola a oltre 1.120 miliardi di dollari taiwanesi, circa 31 miliardi di dollari americani, e più del 3% del Prodotto interno lordo.
Per Pechino, Taiwan non è soltanto una questione territoriale: rappresenta la prova definitiva del riconoscimento del rango raggiunto dalla Cina. Se gli Stati Uniti riducono il sostegno politico e militare alle forze taiwanesi più inclini a rivendicare una piena separazione, Xi può sostenere di avere imposto a Washington il rispetto di una linea rossa fondamentale. Se, invece, gli Stati Uniti continuano a rafforzare l’isola come avamposto strategico e tecnologico, Pechino leggerà quel comportamento come la conferma che Washington non intende accettare la sua ascesa.
Trump ragiona tuttavia secondo una logica diversa da quella di molti suoi predecessori. Non pensa anzitutto in termini di architetture ideologiche o di contenimento sistemico, ma di transazioni. Vuole accordi commerciali, acquisti cinesi di prodotti agricoli, commesse per Boeing, accesso delle corporation americane al mercato cinese e risultati immediatamente spendibili in vista delle elezioni di metà mandato.
Xi Jinping ragiona invece su una scala temporale più lunga. Ha certamente bisogno di stabilità economica, soprattutto mentre la Cina affronta debolezza dei consumi, crisi immobiliare, debito locale e difficoltà occupazionali. Ma non cerca soltanto concessioni commerciali. Vuole che la Cina sia riconosciuta come interlocutore paritario degli Stati Uniti e come potenza capace di definire, insieme a Washington, i confini della competizione globale.
Dal G2 alla “stabilizzazione conflittuale”
Per questo il significato del vertice di Pechino non risiede soltanto negli accordi annunciati. Le intese hanno prodotto risultati limitati: l’istituzione di organismi bilaterali sul commercio e sugli investimenti, impegni cinesi sugli acquisti agricoli e un ordine iniziale per 200 aerei Boeing, ma nessuna soluzione definitiva sulle tariffe, sulle restrizioni tecnologiche, sulle terre rare o su Taiwan.
Il risultato più importante è stato simbolico. La Cina ha accolto il Presidente americano non come un interlocutore da compiacere, ma come il capo dell’altra grande potenza del sistema. Trump ha rilanciato la formula del “G2”; Xi ha proposto quella della “stabilità strategica costruttiva”. Entrambe descrivono il tentativo di organizzare la rivalità senza trasformarla in guerra aperta.
Non esiste tuttavia un vero direttorio sino-americano. L’India, l’Europa, il Giappone, la Russia, l’ASEAN e le potenze del Golfo non accetterebbero facilmente un ordine amministrato soltanto da Washington e Pechino. Il mondo non è più unipolare, ma non è ancora pienamente multipolare. È entrato in una fase intermedia, caratterizzata dalla centralità di due grandi poli e dalla crescente autonomia di potenze regionali capaci di condizionare entrambi.
Questa nuova fase può essere definita “stabilizzazione conflittuale”. Stati Uniti e Cina continuano a competere su tecnologia, commercio, finanza, rotte marittime, intelligenza artificiale, semiconduttori, terre rare e influenza regionale. Ma nessuna delle due potenze ha interesse, almeno oggi, a uno scontro diretto.
Xi ha bisogno di un ambiente internazionale relativamente stabile per gestire le fragilità interne, consolidare le nuove filiere industriali e arrivare al congresso del Partito comunista del 2027 in posizione di forza. Trump ha bisogno di mercati sufficientemente tranquilli, inflazione sotto controllo e risultati economici da rivendicare davanti all’elettorato americano.
Il risultato non è una tregua strutturale, destinata automaticamente a durare, ma una tregua fragile e negoziata. È una coabitazione competitiva tra due nazionalismi speculari: il “sogno cinese” di Xi e il “Make America Great Again” di Trump. Entrambi promettono la rinascita della nazione. Entrambi considerano l’economia il fondamento della potenza. Entrambi vedono nell’altro un avversario, ma anche un elemento indispensabile del proprio equilibrio interno.
Il bazooka tariffario americano
Dietro la cordialità del vertice continua infatti a operare il più potente strumento di coercizione economica dell’amministrazione americana: il bazooka tariffario. Ma quel bazooka non rappresenta più una semplice minaccia futura. È già stato utilizzato.
Nel 2025 i dazi reciproci superarono temporaneamente il 100%, raggiungendo livelli tali da produrre una sorta di embargo commerciale parziale. La tregua negoziata nell’autunno successivo ridusse alcune aliquote e sospese una parte delle contromisure cinesi. Nel febbraio 2026, però, la Corte Suprema americana ha invalidato una parte importante dell’architettura tariffaria costruita attraverso i poteri presidenziali d’emergenza.
Trump non ha abbandonato la propria strategia, l’ha invece riorganizzata ricorrendo ad altri strumenti giuridici, indagini commerciali, dazi settoriali e misure fondate sulla sicurezza nazionale. Le tariffe introdotte ad agosto su droni, componenti e prodotti legati al polisilicio mostrano che la guerra commerciale è diventata più selettiva, più tecnica e più strettamente collegata alla competizione industriale.
Per Trump, i dazi non sono una semplice misura protezionistica. Sono una leva negoziale, un’arma politica e un mezzo per ridurre il deficit commerciale, riportare produzioni negli Stati Uniti e costringere Pechino a concessioni su mercato, tecnologia e materie prime critiche. Il dazio non chiude necessariamente il negoziato: serve ad aprirlo da una posizione di forza.
Le contromisure cinesi: filiere, mercati e materie prime
Ma la Cina non è più quella del primo shock tariffario. Ha imparato a difendersi, aggirare e diluire la pressione americana.
Una prima risposta consiste nella riorganizzazione geografica delle catene produttive. Messico, Vietnam e Malesia sono diventati destinazioni di investimenti, lavorazioni e assemblaggi collegati alle imprese cinesi. Occorre però distinguere tra la vera delocalizzazione industriale, che può modificare legittimamente l’origine doganale di un bene, e il transshipment fraudolento, nel quale le merci vengono semplicemente fatte transitare attraverso un Paese terzo o sottoposte a trasformazioni marginali per eludere i dazi americani.
Washington sta intensificando i controlli contro questi fenomeni. La globalizzazione sopravvive così alla guerra commerciale cambiando pelle: meno lineare, più opaca, più regionale e sottoposta a una crescente politicizzazione delle regole di origine.
La seconda contromisura è la diversificazione dei mercati. Nel 2025 le esportazioni cinesi hanno raggiunto circa 3.770 miliardi di dollari e il surplus commerciale ha toccato il record di 1.189 miliardi. Le vendite verso gli Stati Uniti sono diminuite, mentre sono aumentate quelle dirette verso l’ASEAN, l’Africa, l’America Latina e l’Europa.
Pechino non può rinunciare completamente al mercato americano, ma può ridurne il peso relativo. Il paradosso è che la pressione di Washington, concepita per contenere la Cina, sta accelerando la costruzione di un ecosistema commerciale meno dipendente dall’Occidente. I dazi non hanno spezzato la centralità industriale cinese: l’hanno costretta a riorganizzarsi.
La terza risposta è il controllo delle materie prime critiche. La Cina produce o raffina una quota dominante delle terre rare indispensabili per motori elettrici, semiconduttori, aerospazio, difesa e tecnologie energetiche. Le restrizioni introdotte sulle esportazioni di ittrio, disprosio, terbio e magneti permanenti hanno mostrato che anche Pechino dispone di propri choke point industriali.
Alla vigilia della prevista visita di Xi negli Stati Uniti, alcune esportazioni di materiali critici verso il mercato americano sono tornate a crescere. Quelle dirette verso il Giappone rimangono invece fortemente limitate. È la dimostrazione di come la Cina utilizzi licenze, autorizzazioni e disponibilità delle forniture come strumenti di diplomazia coercitiva.
La relazione sino-americana non è quindi caratterizzata soltanto dall’interdipendenza, ma da un’interdipendenza armata. Gli Stati Uniti controllano una parte decisiva dei software, delle apparecchiature e delle tecnologie più avanzate per i semiconduttori. La Cina controlla segmenti cruciali della manifattura, delle batterie, dei pannelli solari, dei magneti e della raffinazione dei minerali critici. Entrambe possono colpire l’altra, ma nessuna può farlo senza danneggiare anche le proprie imprese.
Il Medio Oriente e la crisi dello Stretto di Hormuz
Il secondo grande teatro di questa transizione è il Medio Oriente. La guerra iniziata il 28 febbraio con gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran e la conseguente crisi dello Stretto di Hormuz hanno mostrato quanto la sicurezza energetica mondiale continui a dipendere da pochi passaggi geografici.
Prima del conflitto, attraverso Hormuz transitava più di un quarto del petrolio commerciato via mare e circa un quinto del gas naturale liquefatto mondiale. La guerra, le operazioni navali, le mine, gli attacchi alle navi, le restrizioni iraniane e il blocco americano hanno ridotto drasticamente la navigazione, facendo aumentare prezzi energetici, costi assicurativi e tariffe di trasporto.
Dopo quasi sei mesi di conflitto, gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a riportare il traffico ai livelli precedenti. L’Iran pretende di conservare un ruolo nel controllo dello Stretto e ha ipotizzato tariffe comprese tra il 5 e il 7% del valore dei carichi. Washington sostiene invece che Hormuz debba restare un passaggio internazionale libero e gratuito. I negoziati mediati dall’Oman non hanno ancora prodotto un accordo stabile.
La crisi non dimostra semplicemente la fine del potere americano. Gli Stati Uniti restano l’unica potenza dotata delle capacità militari, navali, logistiche e alleanzistiche necessarie per intervenire su scala globale. Dimostra però che anche una superiorità militare enorme non garantisce automaticamente il controllo politico di una rotta, soprattutto quando il costo dell’intervento aumenta e gli altri attori regionali dispongono di strumenti asimmetrici di pressione.
La Cina è tra i Paesi più esposti. Assorbe circa un quinto delle esportazioni di idrocarburi dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo e ricava dalla regione quasi metà delle proprie importazioni petrolifere e circa un terzo di quelle di gas naturale liquefatto.
Pechino ha reagito utilizzando le proprie riserve, aumentando gli acquisti da Russia, Brasile e Iraq e riorganizzando la logistica. Dalla fine di luglio, alcuni dei principali armatori statali cinesi hanno evitato sia Hormuz sia Bab el-Mandeb, ricorrendo a trasferimenti di greggio tra navi al largo di porti più sicuri e a rotte alternative.
La Cina non ha quindi sostituito gli Stati Uniti come garante della sicurezza energetica. La crisi ha mostrato contemporaneamente la sua forza commerciale e la sua vulnerabilità geografica. Pechino è il principale cliente di molti produttori del Golfo, ma continua a dipendere da rotte marittime che non controlla completamente.
Non a caso, Stati Uniti e Cina hanno condiviso l’opposizione alla pretesa iraniana di imporre pedaggi a Hormuz. È uno dei casi nei quali la competizione tra le due potenze convive con un interesse comune: evitare che uno Stato regionale trasformi un passaggio internazionale in uno strumento permanente di rendita e coercizione.
Il dollaro, lo yuan e la sfida del petroyuan
La crisi ha comunque riaperto il dibattito sul petroyuan. Per decenni il patto implicito dell’ordine petrolifero è stato relativamente semplice: Washington garantiva la sicurezza delle rotte e delle monarchie del Golfo; il petrolio veniva venduto prevalentemente in dollari; il dollaro rimaneva la valuta indispensabile del commercio energetico mondiale.
Oggi quel meccanismo non è crollato, ma sta diventando meno esclusivo. Alcune transazioni energetiche vengono regolate in yuan, valute locali o attraverso circuiti alternativi. Anche alcuni pagamenti collegati ai transiti autorizzati dall’Iran sono stati effettuati, secondo fonti del settore, in moneta cinese. Ma si tratta ancora di esperimenti o accordi circoscritti, non della nascita di un nuovo sistema petrolifero interamente fondato sul renminbi.
La distinzione è decisiva. Alla fine del 2025 il dollaro rappresentava ancora quasi il 57% delle riserve valutarie mondiali. Lo yuan si collocava intorno al 2% e, nel giugno 2026, rappresentava poco più del 3% dei pagamenti internazionali registrati dal circuito SWIFT.
Nessuna moneta dispone oggi della profondità finanziaria, della liquidità, della convertibilità e della rete istituzionale del dollaro. La Cina mantiene controlli sui movimenti di capitale e non intende esporre il proprio sistema finanziario a una liberalizzazione completa.
La geoeconomia contemporanea, tuttavia, non procede necessariamente attraverso sostituzioni improvvise. Procede per erosioni progressive, duplicazioni e circuiti paralleli. Lo yuan non deve rimpiazzare il dollaro per ridurre, almeno in parte, il potere americano. Gli basta creare spazi di regolamento alternativi nei commerci energetici, negli scambi intra-BRICS e nelle relazioni tra Cina, Russia, Iran, Golfo e Sud globale.
In questo quadro, lo yuan digitale rappresenta un’infrastruttura strategica, non una semplice innovazione nei pagamenti. Alla fine di novembre 2025 erano stati aperti attraverso l’app e-CNY circa 230 milioni di portafogli personali e 18,84 milioni di portafogli istituzionali. Il sistema aveva processato complessivamente 3,48 miliardi di transazioni, per un valore di 16.700 miliardi di yuan.
Questi numeri non equivalgono ad altrettanti utenti attivi e l’e-CNY non ha ancora sostituito Alipay o WeChat Pay nella quotidianità dei consumatori cinesi. Dal gennaio 2026, però, i depositi in yuan digitale sono diventati remunerati e la Banca centrale ha ampliato il numero degli istituti autorizzati a operare nel sistema.
Pechino ha inoltre istituito a Shanghai un centro internazionale per promuovere l’impiego transfrontaliero dell’e-CNY. La piattaforma mBridge, sviluppata insieme ad altre banche centrali asiatiche e mediorientali, ha superato i 55 miliardi di dollari di transazioni cumulative, realizzate in larghissima parte attraverso lo yuan digitale.
mBridge rimane una piattaforma sperimentale e non costituisce ancora un’alternativa globale a SWIFT. Ma indica la direzione strategica: costruire canali supplementari di pagamento e regolamento meno esposti alle infrastrutture finanziarie occidentali e alla possibilità di sanzioni americane.
La potenza industriale cinese e l’Intelligenza artificiale
La terza dimensione della potenza cinese è industriale. L’errore occidentale più grave è stato interpretare l’ascesa della Cina soltanto attraverso il commercio a basso costo. Per anni la “fabbrica del mondo” è stata descritta come una piattaforma di assemblaggio dipendente dalla domanda occidentale, dalla tecnologia americana e dai mercati europei. Oggi quella rappresentazione è superata.
La Cina non produce soltanto di più: produce diversamente. Sta scalando le catene del valore e occupa posizioni dominanti o fortemente competitive nelle auto elettriche, nelle batterie, nei pannelli solari, nelle telecomunicazioni, nella robotica, nei droni, nelle infrastrutture digitali e nelle applicazioni industriali dell’Intelligenza artificiale.
La formula delle “nuove forze produttive di qualità”, cara a Xi Jinping, sintetizza questo progetto. L’obiettivo è trasformare la base manifatturiera cinese in una piattaforma tecnologica integrata, capace di combinare dati, automazione, energia, logistica, ricerca applicata e controllo pubblico del credito. L’Intelligenza artificiale, in questo schema, non è semplicemente un prodotto digitale, ma un moltiplicatore della produzione industriale.
La distinzione rispetto al modello americano non deve essere esasperata, perché anche la Cina dispone di grandi corporation private e anche gli Stati Uniti applicano l’Intelligenza artificiale ai processi produttivi. Ma esiste una diversa tendenza di fondo.
Negli Stati Uniti la corsa all’IA è trainata soprattutto da enormi investimenti finanziari, data center, modelli proprietari e poche grandi piattaforme tecnologiche. In Cina si sta affermando un ecosistema più orientato all’applicazione industriale, all’integrazione con fabbriche, università, reti logistiche e robotica e, in molti casi, alla diffusione di modelli open source.
Il vantaggio competitivo non deriva soltanto dalla qualità astratta degli algoritmi, ma dalla possibilità di testarli, correggerli e alimentarli dentro il più grande ecosistema manifatturiero del pianeta. Ogni fabbrica, piattaforma logistica, rete energetica o sistema di commercio elettronico può diventare una fonte di dati e sperimentazione.
Il dominio manifatturiero cinese alimenta così l’intelligenza artificiale ed essa rafforza il dominio manifatturiero. È un circuito cumulativo che l’Occidente fatica a replicare, anche perché ha progressivamente delocalizzato una parte della base industriale dalla quale quel circuito trae forza.
Le fragilità dell’economia cinese
Questo non significa che l’economia cinese sia priva di debolezze. I dati di luglio hanno mostrato un rallentamento della produzione industriale, una crescita molto modesta delle vendite al dettaglio e una contrazione degli investimenti. Il settore immobiliare continua a pesare sulla ricchezza delle famiglie e sulla fiducia dei consumatori. Il debito delle amministrazioni locali rimane elevato, la popolazione invecchia e la disoccupazione giovanile rappresenta un problema politico e sociale.
Lo stesso record del surplus commerciale racconta una doppia realtà. Da un lato, dimostra la straordinaria competitività delle industrie cinesi, dall’altro, riflette la debolezza della domanda interna e la necessità di riversare sui mercati esteri una parte crescente della produzione. Questa espansione alimenta nuove reazioni protezionistiche non soltanto negli Stati Uniti e in Europa, ma anche in alcune economie emergenti che temono di vedere soffocata la propria industrializzazione.
L’energia come sicurezza nazionale
L’energia completa il quadro. L’accelerazione cinese sulle rinnovabili, sul nucleare, sulle batterie, sulle reti intelligenti, sui veicoli elettrici e sull’idrogeno non deve essere interpretata soltanto come una politica ambientale. È una scelta di sicurezza nazionale.
La Cina sa che la propria vulnerabilità strategica passa ancora dagli stretti, dal Golfo Persico e dalle importazioni di greggio e gas. Ridurre il peso dei combustibili importati significa limitare l’esposizione a blocchi, sanzioni, guerre e crisi marittime.
Il XV Piano quinquennale ha fissato per il 2030 l’obiettivo di portare al 25% la quota dei consumi energetici coperta da fonti non fossili, ridurre del 17% rispetto al 2025 le emissioni di anidride carbonica per unità di prodotto interno lordo e ottenere circa metà dell’elettricità da fonti non fossili.

Pechino ha inoltre annunciato un piano decennale per raddoppiare entro il 2035, rispetto al 2025, la quantità di energia non fossile prodotta o utilizzata. Non si tratta del raddoppio della sua quota percentuale, ma di un aumento in termini assoluti, la cui concreta attuazione dovrà ancora essere definita.
La transizione cinese rimane peraltro contraddittoria. Il Paese installa più capacità solare ed eolica di qualsiasi altra economia, ma continua a utilizzare enormi quantità di carbone come garanzia di sicurezza e stabilità della rete. L’obiettivo non è un’autarchia energetica completa, impossibile in un’economia globalizzata, ma una minore vulnerabilità ai ricatti e agli shock esterni.
L’Asia, baricentro della crescita mondiale
Il quarto elemento è il ritorno dell’Asia come baricentro della crescita mondiale. Il Boao Forum aveva previsto per il 2026 un’espansione media del 4,5%. Dopo lo shock energetico prodotto dalla guerra contro l’Iran, il Fondo monetario internazionale ha indicato una crescita leggermente inferiore, intorno al 4,4%, accompagnata da un aumento dell’inflazione e da rischi orientati verso il basso.
L’Asia rimane comunque la regione più dinamica del pianeta. Secondo le stime del Boao Forum, nel 2026 dovrebbe rappresentare circa il 49,7% del prodotto mondiale calcolato a parità di potere d’acquisto.
La guerra di Hormuz ha però mostrato anche la sua vulnerabilità. Le economie asiatiche importano una quota molto elevata dell’energia consumata e sono più esposte dell’Occidente a un’interruzione prolungata delle forniture del Golfo. L’Asia è il principale motore della crescita mondiale, ma non è uno spazio immune dagli shock geopolitici.
La Cina non è l’unico attore di questa trasformazione. L’ASEAN è sempre più centrale nelle catene del valore. Il Giappone resta una potenza tecnologica e finanziaria. La Corea del Sud conserva un ruolo decisivo nella manifattura avanzata e nei semiconduttori. Singapore è un hub finanziario, regolatorio e digitale. L’India ambisce a diventare un polo alternativo della produzione, dei servizi e dell’innovazione.
La Cina rimane tuttavia il principale centro gravitazionale dell’economia asiatica. Anche quando i Paesi della regione temono Pechino, commerciano con Pechino. Anche quando cercano garanzie militari americane, dipendono dalla domanda, dagli investimenti, dalle materie prime lavorate o dalle filiere industriali cinesi.
Il caso giapponese mostra bene questa ambivalenza. Tokyo rafforza l’alleanza con Washington, investe nei minerali critici e guarda con preoccupazione alla pressione cinese su Taiwan. Ma non può ignorare la centralità economica della Cina. Le restrizioni imposte da Pechino sulle esportazioni di alcune terre rare verso il Giappone hanno dimostrato quanto la dipendenza industriale possa trasformarsi in vulnerabilità strategica.
Il Giappone è uno dei Paesi asiatici più vicini agli Stati Uniti, ma proprio per questo rischia di trovarsi esposto se Washington decidesse di trattare Taiwan, le forniture tecnologiche o l’accesso alle materie prime come variabili di una più ampia trattativa con Xi.
Il nuovo ordine asiatico non sarà quindi un semplice G2. Sarà un sistema nel quale la competizione sino-americana conviverà con l’autonomia crescente delle potenze regionali, con alleanze militari guidate dagli Stati Uniti e con reti economiche sempre più organizzate intorno alla Cina.
L’Europa tra Washington e Pechino
È qui che l’Europa dovrebbe interrogarsi. Nel nuovo ordine che si profila, il Vecchio Continente rischia di essere oggetto e non soggetto. Gli Stati Uniti trattano con la Cina da potenza globale. La Cina tratta con gli Stati Uniti da potenza sistemica. L’Asia costruisce reti commerciali e industriali. Il Golfo sperimenta nuove geometrie diplomatiche e monetarie. I BRICS sviluppano circuiti finanziari complementari.
L’Europa, invece, oscilla tra regolazione, protezione industriale, dipendenza militare dagli Stati Uniti, timore della Cina e necessità di commerciare con essa. Le proiezioni della Banca centrale europea indicano per il 2026 una crescita inferiore all’1%, mentre la dipendenza energetica, la frammentazione dei mercati dei capitali e il ritardo in alcune tecnologie strategiche continuano a limitare la capacità di azione comune.
L’Italia è un caso emblematico. Dopo l’adesione alla Via della Seta e la successiva uscita dal memorandum, Roma non ha costruito una vera “strategia cinese”. Ha prima cercato un rapporto speciale, poi lo ha dismesso per ragioni di collocazione atlantica e, infine, ha recuperato formule generiche di partenariato senza dotarle di una visione industriale riconoscibile.
Anche Germania, Francia e Spagna stanno riducendo alcune dipendenze e introducendo misure difensive. Ma continuano a coltivare relazioni economiche pragmatiche con Pechino, consapevoli che il mercato cinese, pur più difficile e competitivo, resta troppo grande per essere ignorato.
La questione di fondo non è scegliere tra Washington e Pechino come in una caricatura della Guerra fredda, ma capire quale spazio possa conquistare l’Europa in un mondo nel quale la potenza si misura sempre meno soltanto con le portaerei e sempre più con chip, batterie, valute digitali, materie prime critiche, intelligenza artificiale, infrastrutture energetiche e capacità manifatturiera.
Se l’Europa rinuncia alla propria base industriale, se non presidia le tecnologie strategiche, se non diversifica le forniture energetiche e minerarie e se non sviluppa una politica estera economica comune, sarà destinata a commentare decisioni prese altrove.
Un ordine senza fiducia, ma non senza regole
Il vertice di Pechino non è stato dunque l’atto fondativo di un nuovo ordine, ma il fotogramma di una transizione ancora incompiuta. Gli Stati Uniti restano la maggiore potenza militare del pianeta e conservano un vantaggio finanziario, tecnologico e alleanzistico enorme. Ma non possono più imporre da soli tutte le regole del sistema.
La Cina non è ancora egemone e deve affrontare problemi seri: rallentamento demografico, debito locale, squilibri immobiliari, debolezza dei consumi, dipendenza da alcune tecnologie critiche, vulnerabilità energetica e diffidenza dei Paesi vicini. Ma dispone ormai di una profondità industriale, commerciale e infrastrutturale che la rende indispensabile al funzionamento dell’economia mondiale.
La vera partita del XXI secolo non sarà quindi soltanto militare. Sarà monetaria, energetica, tecnologica e produttiva. Si giocherà nello Stretto di Taiwan, ma anche nei porti del Golfo, nei data center, nelle fabbriche automatizzate, nei mercati delle materie prime, nei sistemi di pagamento, nelle catene del valore asiatiche e nelle piattaforme dell’intelligenza artificiale.
Il mondo che nasce non è pacificato. È più instabile, competitivo e frammentato. Ma non rappresenta neppure il semplice ritorno alla Guerra fredda. Stati Uniti e Cina sono troppo interdipendenti per separarsi completamente e troppo ambiziosi per cooperare stabilmente.
La loro relazione sarà fatta di accordi parziali, crisi controllate, pressioni reciproche, concessioni tattiche, minacce tariffarie, restrizioni tecnologiche e competizione permanente. È questa la stabilizzazione conflittuale: un ordine senza fiducia, ma non senza regole; una rivalità senza guerra diretta, ma non senza coercizione; una globalizzazione meno occidentale e meno esclusivamente dollaro-centrica, ma ancora profondamente interconnessa.
Il XXI secolo potrebbe non essere cinese. Ma sicuramente non sarà più soltanto americano.
*Gabriele Cicerchia, analista e ricercatore dell’Eurispes.
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