Perché Valter Lavitola ha scelto proprio Sergio Cola? La domanda non nasce soltanto dalle risposte contraddittorie che l’avvocato ha fornito sulla possibile consapevolezza di Sigfrido Ranucci. Nasce dalla storia politica del legale, dal suo rapporto mai interrotto con la destra e da un dettaglio tutt’altro che secondario: Cola non risulta essere lo storico difensore dell’ex editore che ha ammesso di aver organizzato l’attentato davanti alla casa del giornalista.
Sergio Cola, napoletano di San Giuseppe Vesuviano, ha 84 anni ed è stato deputato di Alleanza nazionale per tre legislature. Negli ultimi anni ha partecipato a numerose iniziative politiche e referendarie, apparendo anche al fianco di esponenti di Fratelli d’Italia. Secondo fonti politiche campane, avrebbe ripreso con particolare intensità la propria attività e potrebbe persino aspirare a una candidatura alle prossime elezioni.
Nulla di tutto questo costituisce un illecito né dimostra l’esistenza di un disegno politico dietro la sua nomina. Un indagato può affidarsi liberamente al professionista che ritiene più adatto e un avvocato conserva il diritto e il dovere di difendere il proprio assistito indipendentemente dalle idee politiche. La coincidenza diventa però giornalisticamente rilevante perché FdI rappresenta il partito che più duramente ha attaccato Ranucci e la sua trasmissione, mentre il legale scelto da Lavitola appare profondamente radicato proprio in quell’area.
Il «no comment» di Cola che ha alimentato il caso Ranucci
Sergio Cola è diventato l’uomo del giorno quando, dopo l’interrogatorio di garanzia, un giornalista gli ha chiesto se Ranucci fosse consapevole del piano organizzato da Lavitola. L’avvocato avrebbe potuto escluderlo, come ha fatto successivamente in altre occasioni. Scelse invece due parole destinate a produrre titoli e sospetti: «No comment».
La risposta lasciava aperto lo scenario più esplosivo dell’intera vicenda: che il conduttore di Report potesse sapere qualcosa del progetto concepito dall’amico. Il silenzio dell’avvocato assumeva un peso particolare perché arrivava subito dopo la confessione di Lavitola, che davanti al gip aveva ammesso di essere il mandante dell’attentato e aveva sostenuto di aver agito per aumentare il livello di protezione del giornalista.
In alcune interviste successive Cola ha però escluso totalmente la consapevolezza di Ranucci. In un’altra occasione ha fornito una sfumatura diversa, sostenendo che Lavitola «non escluderebbe che Ranucci avesse intuito» il suo piano. Le tre posizioni — il silenzio, l’esclusione totale e la possibilità di un’intuizione — non coincidono.
La differenza non riguarda un dettaglio marginale. Sapere, intuire oppure ignorare completamente il piano definisce tre scenari radicalmente differenti. Lo stesso Ranucci, secondo la ricostruzione giudiziaria, rimase vittima inconsapevole dell’attentato organizzato dall’uomo che considerava un amico. Proprio per questo ogni ambiguità nelle parole del difensore di Lavitola produce conseguenze enormi sulla reputazione del giornalista.
Chi è Sergio Cola, l’avvocato scelto da Lavitola
Cola possiede una lunga esperienza forense e ha difeso negli anni anche figure di rilievo della criminalità organizzata campana. Gli stessi carabinieri lo descrivono come un professionista «storicamente legato alla difesa di esponenti di spicco» di quel mondo. Un’annotazione che riguarda esclusivamente il suo lavoro: difendere persone accusate di reati gravi non implica alcuna vicinanza alle loro attività, ma testimonia semmai la considerazione professionale conquistata dall’avvocato.
Il suo nome compare però nella vicenda Ranucci ancora prima dell’arresto di Lavitola. Clesio Tavares Gomes, indicato come intermediario e reclutatore degli esecutori materiali, avrebbe suggerito Sergio Cola a Pellegrino D’Avino, uno dei presunti componenti del gruppo incaricato dell’attentato. «Diglielo dopo a tuo padre che lo mandi da questo avvocato qua», diceva Tavares. E aggiungeva: «Parlate subito, che se per caso dovesse succedere qualcosa, l’avvocato già sa come deve fare per non farvi prendere nessun guaio».
Quelle parole non attribuiscono a Cola alcuna conoscenza preventiva del progetto criminale. Mostrano però che il suo nome circolava tra persone coinvolte nell’inchiesta come quello di un difensore considerato affidabile. La successiva scelta compiuta da Lavitola acquista così un significato ulteriore: non sembra nascere da un rapporto storico tra assistito e avvocato, ma da una rete di fiducia maturata altrove.
Dalle tre legislature con An alle iniziative con Fratelli d’Italia
La storia politica di Sergio Cola non presenta zone grigie. È un uomo di destra da sempre. Ha rappresentato Alleanza nazionale in Parlamento per tre legislature e negli ultimi anni ha partecipato a numerose iniziative a sostegno del Sì al referendum costituzionale sulla giustizia.
I rapporti con l’area di Fratelli d’Italia appaiono altrettanto solidi. Nel luglio 2023 Cola partecipò all’inaugurazione della sezione di Somma Vesuviana insieme a dirigenti nazionali del partito, tra i quali Giovanni Donzelli. Nel maggio successivo intervenne a un’iniziativa elettorale di FdI a sostegno del candidato Antonio Ambrosio, rivendicando apertamente l’identità politica del territorio: «Quest’area è stata sempre a destra e oggi come ieri non deve cambiare direzione».
Anche la storia familiare conserva un forte legame con quell’ambiente. La sezione di Fratelli d’Italia di San Giuseppe Vesuviano è stata intitolata a suo padre, Arturo Cola, alla presenza dei vertici campani e napoletani del partito. La moglie dell’avvocato è inoltre sorella del prefetto Giuseppe Pecoraro, nominato dal governo Meloni presidente dell’Anas il 6 marzo 2025.
Questi rapporti non dimostrano alcuna interferenza politica nella difesa di Lavitola. Rendono però difficile presentare Cola come un professionista estraneo alle dinamiche della destra e scelto soltanto attraverso un rapporto personale consolidato con l’assistito.
Perché proprio un avvocato così vicino a FdI?
Lavitola avrebbe organizzato l’attentato con l’obiettivo, secondo l’accusa, di aumentare la popolarità di Ranucci e favorirne una possibile discesa in politica alla guida del campo largo. Dopo l’arresto si affida a un avvocato legato da decenni alla destra, vicino a Fratelli d’Italia e indicato da alcune fonti come possibile futuro candidato. È una coincidenza che non prova nulla, ma che merita una spiegazione.
La domanda non può trasformarsi nell’accusa che FdI abbia avuto un ruolo nell’attentato: nel materiale disponibile non esiste alcun elemento che autorizzi una simile conclusione. Il nodo riguarda esclusivamente la strategia difensiva di Lavitola. Perché scegliere Cola tra i molti penalisti disponibili? Chi gli ha consigliato il suo nome? La decisione nasce dalla competenza del legale, dai rapporti emersi tra Cola e alcuni protagonisti dell’inchiesta oppure da altre ragioni?
Il «no comment» sulla consapevolezza di Ranucci ha intanto prodotto un effetto politico e mediatico preciso: ha alimentato il sospetto sul giornalista, già bersaglio di attacchi e richieste di allontanamento dalla Rai. Le successive precisazioni non hanno cancellato quella prima risposta, resa ancora più significativa dal profilo di chi l’ha pronunciata.
Lavitola voleva costruire il futuro politico di Ranucci. Ora a coltivare un possibile ritorno in Parlamento potrebbe essere il suo avvocato. La vita è strana; questa storia ancora di più. E la domanda resta sospesa: perché Valter Lavitola ha scelto proprio Sergio Cola?
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Luca Arnau
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