Thomas Mücke, pedagogista e politologo, è direttore del Violence Prevention Network, una delle principali organizzazioni tedesche impegnate nella prevenzione dell’estremismo e nella deradicalizzazione. Da oltre vent’anni lavora con giovani a rischio e persone radicalizzate, ed è esperto di prevenzione della violenza, estremismo di destra e islamismo.
Il suo programma è attualmente al centro dell’attenzione in Germania dopo i fatti di Berlino. Può spiegare al pubblico italiano in che cosa consiste?
Violence Prevention Network è il più grande soggetto della società civile che svolge attività di deradicalizzazione in Germania e che da 25 anni pone un’attenzione particolare sul lavoro con persone rilevanti sotto il profilo della pericolosità. A ciò si aggiunge che siamo stati in contatto con la persona sospettata del reato e che da questo sono derivate immediatamente numerose richieste giornalistiche. In situazioni del genere ci rapportiamo in modo molto aperto con l’opinione pubblica, perché soprattutto le persone colpite da un attentato hanno diritto a queste informazioni. Vogliono sapere: come è potuto accadere?
Lei ha dichiarato in televisione che, su 490 persone seguite, solo una si sarebbe radicalizzata nuovamente. Come è stato determinato questo risultato? Per quanto tempo continuate a seguire le persone dopo che hanno lasciato il programma e secondo quali criteri parlate di un percorso riuscito?
La recidiva viene misurata sulla base della commissione di reati come crimini violenti o il sostegno a un’organizzazione terroristica o estremista. Nei casi rilevanti sotto il profilo della pericolosità, in Germania esiste uno stretto scambio con le autorità di sicurezza. Pertanto disponiamo di una base fattuale sulla recidiva nei casi rilevanti sotto il profilo della pericolosità con i quali lavoriamo. Le persone rimangono per un periodo piuttosto lungo nel nostro programma, circa tra i 2 e i 3 anni, e capita senz’altro che si rivolgano nuovamente a noi anche dopo anni, quando hanno difficoltà di integrazione. Secondo la nostra valutazione, per un percorso riuscito devono essere soddisfatti i seguenti criteri: assenza di pericolo per sé stessi e per gli altri; la commissione di nuovi reati non appare probabile; nessun contatto con l’ambiente estremista; nuovo orientamento al di fuori del pensiero estremista; avvenuta integrazione sociale negli ambiti importanti della vita; è riconoscibile la capacità di condurre la propria vita sotto la propria responsabilità; gli attori coinvolti (come, per esempio, famiglia, scuola, organi di sicurezza) non ravvisano ulteriore necessità di intervento; la persona dispone delle conoscenze e dell’esperienza necessarie per affrontare in modo costruttivo eventi critici della vita. In questo modo si intende evitare il pericolo di una nuova radicalizzazione.
Non tutte le persone inviate al Violence Prevention Network sono effettivamente disposte a collaborare. Quante rifiutano il programma o, come nel caso di Abdul Ballout, vengono considerate, dopo i primi colloqui, non idonee alla deradicalizzazione?
Questo numero è estremamente basso, si attesta poco sotto il 2 per cento. Nella maggior parte dei casi siamo noi a rivolgerci alle persone. Riceviamo segnalazioni dalle autorità o dall’ambiente sociale. Nel caso di persone che si presentano sulla base di una disposizione del tribunale oppure volontariamente di propria iniziativa, è sempre necessaria una certa cautela, perché altrimenti programmi di questo tipo possono essere strumentalizzati e non esserci realmente un interesse al cambiamento.
Nel caso del presunto attentatore di Berlino avete spiegato che, dopo due colloqui, non era ancora riconoscibile una reale disponibilità ad affrontare il processo di deradicalizzazione. Da cosa riconoscete che una persona non è più raggiungibile o non è deradicalizzabile? Esistono indicatori specifici?
Le collaboratrici e i collaboratori operano da molti anni nell’attività di consulenza e possono valutare soggettivamente l’autenticità e la serietà della persona interessata. Questa valutazione viene trasmessa e spiegata alle autorità dopo la fase di chiarimento. Successivamente viene discussa la modalità con cui procedere, che è sempre specifica per il singolo caso. È importante lo scambio comune di informazioni.
In Baviera alcuni esperti hanno spiegato che nei confronti delle persone che continuano a essere considerate pericolose possono essere disposte misure come il braccialetto elettronico o altre misure di controllo. Si tratta di una prassi limitata ad alcuni Länder oppure esistono procedure analoghe anche a Berlino e negli altri Länder?
In tutti i Länder esistono regolamentazioni corrispondenti, che possono essere differenti a causa del federalismo.
Dopo il caso Ballout ritiene che il rapporto tra programmi di deradicalizzazione e autorità di sicurezza debba essere modificato? C’è qualcosa che oggi farebbe diversamente?
In Germania abbiamo una collaborazione molto ben strutturata tra le autorità di sicurezza e i centri di consulenza, una struttura cresciuta nel corso di 15 anni e unica in Europa. Questa ha fatto sì che potessero essere ridotte le situazioni di pericolo per la sicurezza pubblica. Dopo ogni attentato si esamina attentamente che cosa avrebbe potuto essere fatto diversamente. In questo contesto bisogna analizzare con precisione se le misure proposte avrebbero realmente impedito l’attentato terroristico. Bisogna verificare se le misure abbiano un effetto positivo su altri casi oppure se possano creare un rischio aggiuntivo. La gestione del rischio è sempre un processo di ponderazione. Potete procurarvi un ombrello per proteggervi dalla pioggia, ma così correte anche il rischio di lasciare l’ombrello da qualche parte. Per questo richieste immediate di nuove misure non sono utili. Nel caso Ballout, quindi, prima di tutto deve essere raccolto e analizzato tutto. Una sola cosa si può già dire adesso. Ballout non si è “turboradicalizzato”. La radicalizzazione si è sviluppata nel corso degli ultimi 5 anni e durante questo periodo ha lasciato indizi. Il tentativo di partecipare a un programma di deradicalizzazione è arrivato molto tardi. Perché non è avvenuto prima? Dal nostro punto di vista questa domanda deve essere chiarita.
Dal suo punto di vista, dove finisce il lavoro pedagogico e dove comincia il compito della prevenzione e della sicurezza? Chi dovrebbe, in ultima analisi, assumersi la responsabilità quando una persona continua a essere considerata potenzialmente pericolosa?
Questa questione viene sempre discussa insieme alle autorità statali. In questo vi è un principio. Si tenta ciò che è possibile e, in questo processo, ciascuno svolge il proprio lavoro. I programmi di deradicalizzazione operano nel contesto del lavoro sociale e la polizia nell’ambito della prevenzione dei pericoli e dell’azione penale. Nessuno dei due compiti può essere trascurato. La valutazione della pericolosità è sempre di competenza dell’ambito di polizia. Se però le persone che svolgono attività di consulenza rilevano un’indicazione concreta di una minaccia, questa viene comunicata immediatamente e direttamente alla polizia.
Qual è il profilo delle persone che seguite? Si tratta prevalentemente di adolescenti, giovani adulti o persone più anziane? E quale influenza ha l’età sulle possibilità di successo di un processo di deradicalizzazione?
L’ambiente estremista recluta prevalentemente persone molto giovani, facendo leva in particolare sui loro bisogni emotivi, come sicurezza, riconoscimento e senso di comunità. Molto spesso queste persone hanno precedentemente vissuto difficoltà emotive e sociali che non erano in grado di affrontare. I giovani sono più facilmente influenzabili e finiscono rapidamente nelle mani dei reclutatori. Detto concretamente, qui si tratta di una messa in pericolo del benessere del minore. Ma proprio i giovani possono essere avvicinati con buone prospettive di successo in vista di una prospettiva di cambiamento. Quanto prima vengono avvicinati, tanto prima può essere fermato il processo di radicalizzazione e possono essere avviati cambiamenti positivi. Ed è precisamente questa la conclusione derivante da anni di esperienza in questo ambito professionale.
Molti critici sostengono che un estremista possa imparare a dire agli operatori esattamente quello che questi vogliono sentirsi dire, senza aver realmente cambiato le proprie convinzioni. Come cercate di distinguere un autentico cambiamento di atteggiamento da una semplice strategia di manipolazione?
La persona non riceve soltanto consulenza, ma viene anche accompagnata nei diversi ambiti della propria vita. Con questa intensità del processo è difficile riuscire a mantenere una facciata. Gli operatori sono altamente qualificati e hanno esperienza. Il lavoro viene svolto intensamente da più persone, che si confrontano tra loro, e nella valutazione del caso sono coinvolti anche altri specialisti e le autorità di sicurezza. E proprio il caso di Berlino dimostra che la percezione di una possibile manipolazione è stata riconosciuta già in una fase precoce.
Qual è, secondo lei, la lezione più importante che la Germania dovrebbe trarre dal caso Ballout? Si tratta del fallimento di un singolo caso oppure è un segnale che il sistema nel suo complesso deve essere ripensato?
Un sistema non deve essere messo complessivamente in discussione a causa di un singolo caso. Io non metto in discussione neppure un sistema sanitario quando muore un singolo paziente. Tra l’altro ci sono stati anche casi di radicalizzazione comparabili nei quali una prescrizione imposta ha portato a un esito positivo. Tuttavia ogni caso deve essere analizzato e i processi devono continuare a essere costantemente professionalizzati. L’attuale diagnostica del rischio della polizia è paragonabile ai procedimenti precedenti. E lo stesso vale per il lavoro di deradicalizzazione. Indipendentemente dagli attentati, tutti gli attori sono chiamati a continuare a svilupparsi per ridurre i rischi, ma questi non possono essere esclusi. Questa è sempre la constatazione più amara.
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Anna Paola Concia
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