Mentre il Paris Saint-Germain batteva l’Aston Villa e alzava la Supercoppa europea, nelle stanze di Salisburgo si giocava una partita molto più importante. Non c’erano palloni, arbitri o tribune. In palio, però, c’era il controllo dell’intero calcio mondiale.
Aleksander Ceferin ha riunito Nasser Al-Khelaifi e Patrice Motsepe per discutere la crisi della Fifa e preparare il possibile assalto finale a Gianni Infantino. Il presidente dell’Uefa non vuole più limitarsi alle lettere di protesta e alle richieste di trasparenza: starebbe cercando le 43 federazioni necessarie per convocare un Congresso straordinario e portare il futuro di Infantino davanti a un voto.
La destituzione non è ancora decisa e il vertice di Salisburgo non equivale a una dichiarazione di guerra formale. Ma per la prima volta gli avversari del presidente della Fifa non discutono soltanto di come fermarlo. Stanno già immaginando che cosa costruire dopo di lui.
Ceferin, Al-Khelaifi e la partita per il dopo Infantino
La composizione dell’incontro racconta quasi tutto. Ceferin rappresenta l’Europa e guida apertamente la rivolta. Al-Khelaifi, oltre a presiedere il Psg, è il numero uno dell’associazione dei grandi club europei e può trasformare una battaglia istituzionale in una minaccia sportiva ed economica.
La presenza più delicata è però quella di Patrice Motsepe, presidente della Confederazione africana. L’Africa è stata per anni uno dei principali serbatoi elettorali di Infantino e la Caf continua ufficialmente a sostenerlo. Lo stesso Motsepe ha dichiarato che dovranno essere le 211 federazioni a decidere democraticamente alle elezioni del marzo 2027.
La sua partecipazione ai colloqui di Salisburgo non dimostra quindi un passaggio nel fronte anti-Infantino, ma segnala che anche l’Africa vuole conoscere e possibilmente condizionare gli scenari futuri.
Ceferin avrebbe tre obiettivi. Il primo è raccogliere almeno il 20 per cento delle federazioni affiliate alla Fifa: 43 adesioni, sufficienti a imporre la convocazione di un Congresso straordinario. Il secondo è convincere Infantino a ritirare la candidatura per il nuovo mandato. Il terzo, se il presidente resistesse, sarebbe portare la sfiducia al voto.
Per destituirlo servirebbe comunque una maggioranza tra le federazioni. Ed è qui che la partita diventa molto più complicata.
Il progetto che ha fatto esplodere la Fifa
La rivolta è nata dal piano, poi abbandonato, di aprire ai capitali privati una quota del 20 per cento dei diritti commerciali delle competizioni Fifa, Coppa del Mondo compresa. L’operazione avrebbe dovuto raccogliere circa 4,2 miliardi di dollari.
Uefa, Confederazione asiatica e Concacaf hanno accusato Infantino di aver portato avanti il progetto senza sufficiente trasparenza, senza una consultazione reale e presentando informazioni che avrebbero compromesso il rapporto di fiducia con le altre istituzioni calcistiche.
La Fifa ha ritirato il piano e si è scusata per la gestione dell’operazione, ma il passo indietro non è bastato. Ceferin pretende le dimissioni di Infantino o, almeno, la rinuncia alla candidatura per le elezioni del 18 marzo 2027 a Rabat.
Sul tavolo sarebbe comparsa anche l’arma più pesante: il boicottaggio delle competizioni organizzate dalla Fifa. Senza i grandi club europei e senza le federazioni più ricche, i tornei perderebbero sponsor, pubblico, televisioni e gran parte del proprio valore commerciale.
È una minaccia estrema, difficilissima da applicare e capace di provocare una guerra senza precedenti. Ma serve a far capire a Infantino che questa volta l’Uefa non intende fermarsi a un comunicato indignato.
Sei federazioni arabe salvano Infantino
Il presidente della Fifa, però, non è affatto isolato. Qatar, Marocco, Egitto, Mauritania, Libano e Sudan hanno diffuso una dichiarazione di «pieno sostegno» e «fiducia» nella sua leadership. Quattro firmatari siedono nel Consiglio della Fifa, rendendo il documento molto più di una manifestazione simbolica.

Il Qatar ha inoltre aperto una frattura nella Confederazione asiatica. Hamad bin Khalifa Al Thani ha contestato pubblicamente la lettera firmata dall’Afc insieme a Uefa e Concacaf, sostenendo che la federazione qatariota non fosse stata consultata, non avesse ricevuto una bozza e non avesse autorizzato nessuno a parlare in suo nome.
La rivolta contro Infantino ha così prodotto immediatamente una seconda rivolta: quella delle federazioni che accusano le proprie confederazioni di non rappresentarle.
Il sistema Fifa si regge su un principio che vale più di qualsiasi fatturato: ciascuna delle 211 federazioni dispone di un voto. Germania, Brasile e Argentina pesano esattamente quanto una piccola isola caraibica o una federazione africana. L’Europa controlla i club più ricchi e i campionati più seguiti, ma non controlla le urne.
Infantino lo sa e dal 2016 ha costruito la propria forza distribuendo risorse e coltivando il consenso delle federazioni più piccole. Soltanto un mese fa più di duecento associazioni avevano indicato il loro sostegno alla sua rielezione. La crisi ha aperto alcune crepe, ma per trasformarle in una caduta servirà molto più di un vertice europeo.
La Fifa del futuro senza un uomo solo al comando
A Salisburgo si sarebbe discusso anche di una rivoluzione nella struttura della Fifa: una presidenza a rotazione continentale, con un mandato di quattro anni non immediatamente rinnovabile. Dopo l’Europa toccherebbe a un’altra confederazione, poi a un’altra ancora.
Il nuovo modello prevederebbe inoltre un Consiglio più forte e una riduzione dei poteri economici ed esecutivi del presidente. L’obiettivo sarebbe impedire che un solo uomo possa controllare per anni risorse, nomine e alleanze di un’organizzazione che amministra miliardi di dollari.
Intanto comincia a circolare il nome di Victor Montagliani, presidente della Concacaf, come possibile sfidante di Infantino. A giugno aveva assicurato di volersi concentrare sulla propria confederazione, ma oggi la sua posizione appare inevitabilmente centrale.
La caccia alle 43 firme è cominciata. Ceferin può trovarle anche soltanto dentro l’Uefa, che conta 55 federazioni. Portare Infantino davanti a un Congresso straordinario, però, è una cosa. Convincere la maggioranza del calcio mondiale a cacciarlo è tutta un’altra partita.
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Luca Arnau
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