43
Circa 150 milizie, eserciti locali, brigate islamiste, gruppi tribali e mercenari stranieri ridisegnano continuamente gli equilibri sul terreno. Dietro il duello tra Burhan e Hemedti, il Sudan è diventato un mosaico di poteri armati, alleanze mutevoli e interessi economici che rischiano di sopravvivere anche a un eventuale accordo tra i due leader.
Di Valentina Giulia Milani
La guerra in Sudan viene generalmente raccontata come uno scontro tra due grandi protagonisti: da una parte le Forze armate sudanesi (Sudanese Armed Forces, Saf) guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, dall’altra le paramilitari Forze di supporto rapido (Rapid Support Forces, Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. Ma dopo oltre tre anni di conflitto questa rappresentazione restituisce solo in parte la complessità del campo di battaglia. Dietro i due schieramenti principali si muove infatti una galassia di gruppi armati con interessi, leadership e obiettivi differenti.
A ricostruire questa geografia è l’Africa Center for Strategic Studies nell’analisi “Mapping the Armed Actors in the Sudan Conflict”, pubblicata di recente. Secondo il centro di ricerca, sono ormai circa 150 le milizie attive nel conflitto: forze paramilitari, milizie tribali, brigate islamiste, gruppi di autodifesa comunitaria, bande criminali e mercenari stranieri. Saf e Rsf operano quindi sempre più come coalizioni di gruppi armati in continua trasformazione, piuttosto che come due strutture militari unitarie.
La proliferazione delle milizie non nasce con la guerra scoppiata nell’aprile 2023. Il ricorso a forze irregolari attraversa diversi decenni della storia sudanese. Nel 1983 il presidente Gaafar Nimeiri armò milizie di pastori arabi, tra cui i Misseriya, per combattere il Sudan People’s Liberation Movement/Army nel Sud. Negli anni Duemila, sotto Omar al-Bashir, furono invece mobilitati i Janjaweed contro le comunità non arabe ribelli del Darfur. È da quell’esperienza che sarebbero successivamente emerse le Rsf. Secondo l’Africa Center, il ricorso sistematico alle milizie ha progressivamente frammentato e indebolito la professionalizzazione del settore della sicurezza, permettendo al tempo stesso ai gruppi armati di trasformare il proprio peso militare in influenza politica.
La guerra attuale ha accelerato questo processo. Entrambi i principali contendenti si appoggiano a decine di formazioni e le alleanze possono cambiare rapidamente in funzione degli equilibri militari, degli interessi locali e delle opportunità economiche. Defezioni e cambi di campo sono diventati parte integrante del conflitto. Le Saf restano il polo relativamente più strutturato. L’Africa Center stima circa 205.000 effettivi e una catena di comando più centralizzata rispetto a quella delle Rsf. Ma con il prolungarsi della guerra l’esercito è diventato sempre più dipendente dalle milizie alleate. Tra le più consistenti figurano le Sudanese Popular Resistance Force, note anche come Mustanfareen, alle quali vengono attribuiti circa 73.000 uomini.
Emblematico è il percorso delle Sudan Shield Forces (Ssf) di Abu Agla Keikel, stimate dal centro in circa 75.000 uomini. All’inizio della guerra erano schierate con l’esercito, nell’agosto 2023 passarono alle Rsf e nell’ottobre 2024 tornarono nuovamente dalla parte delle Saf. Il loro contributo si rivelò poi importante nell’avanzata dell’esercito che culminò nella riconquista di Khartoum nel marzo 2025. Una traiettoria che mostra quanto possano essere mobili gli schieramenti della guerra sudanese.
Con l’esercito combattono anche alcuni dei principali movimenti armati del Darfur. Il Sudan Liberation Movement/Army di Minni Minawi e il Justice and Equality Movement di Jibril Ibrahim avevano inizialmente rivendicato una posizione di neutralità insieme ad altre formazioni. L’avanzata delle Rsf in Darfur ha poi spinto gran parte di questi gruppi verso le Saf, mentre alcune fazioni hanno scelto il campo opposto.
Un altro elemento significativo è il ritorno delle formazioni islamiste. Tra quelle schierate con l’esercito spicca la brigata al-Baraa Bin Malik, alla quale l’Africa Center attribuisce tra 20.000 e 45.000 combattenti, presenti anche nei tre Stati del Kordofan. Le reti islamiste, ridimensionate politicamente dopo la caduta di Bashir nel 2019, hanno trovato nel conflitto uno spazio per recuperare peso militare. Secondo l’analisi, la guerra ha permesso a queste formazioni di reinserirsi nell’orbita delle Saf e di tornare a rivendicare un ruolo nel futuro politico del Sudan.
Ma neppure il fronte dell’esercito è compatto. Sono stati registrati scontri tra gruppi appartenenti alla stessa coalizione, ulteriore indicazione di catene di comando tutt’altro che solide.
Sul fronte opposto la frammentazione è ancora più marcata. Le Rsf vengono stimate tra 100.000 e 200.000 combattenti e il loro nucleo storico è formato soprattutto da milizie arabe Rizeigat del Darfur, in particolare dei clan Mahriya e Mahamid. Attorno a questo nucleo gravitano circa una dozzina di altre milizie tribali, prevalentemente arabe, attive soprattutto in Darfur e Kordofan. Nel corso della guerra le Rsf hanno però cercato di allargare la propria base anche a formazioni non arabe. L’alleanza più importante è quella con la fazione del Movimento popolare di liberazione del Sudan-Nord (Sudan People’s Liberation Movement-North, Splm-N) guidata da Abdelaziz al-Hilu. Radicata sui Monti Nuba, la formazione è diventata, secondo l’Africa Center, una delle forze dominanti nel Kordofan meridionale e nello Stato del Nilo Azzurro dopo l’alleanza con le Rsf.
C’è poi la dimensione internazionale. Il centro cita una stima di 300-400 mercenari colombiani, utilizzati nei combattimenti e nell’addestramento delle forze alleate delle Rsf. A questi si aggiungono combattenti provenienti da Ciad, Sud Sudan, Libia e Repubblica Centrafricana. Per l’Etiopia vengono invece riportate segnalazioni non presentate come definitivamente accertate.
La frammentazione militare si intreccia infine con quella economica. Oro, bestiame, saccheggi e controllo delle terre e delle principali vie di transito sono diventati fonti di reddito per diversi gruppi armati. Secondo l’Africa Center, la crescente capacità delle milizie di appropriarsi di queste risorse sta creando meccanismi che contribuiscono ad autoalimentare il conflitto. È uno degli aspetti che più pesano sulle prospettive di pace. Più una formazione dispone di uomini, territorio e fonti autonome di finanziamento, meno dipende necessariamente dalle decisioni dei vertici dei due schieramenti. Un eventuale accordo tra Burhan e Hemedti potrebbe quindi non essere sufficiente a ricomporre un sistema nel quale decine di attori hanno costruito proprie catene di comando e propri interessi.
La sfida non sarebbe soltanto fermare i combattimenti, ma disarmare le milizie, smobilitare e reintegrare i combattenti e ricostruire istituzioni di sicurezza nazionali. Proprio per l’estensione geografica e la frammentazione del conflitto, l’Africa Center ritiene che un eventuale processo di cessate il fuoco, disarmo e smobilitazione dovrebbe probabilmente procedere su più livelli e per fasi.
La guerra iniziata come una lotta per il potere tra Burhan e Hemedti ha dunque prodotto un problema più ampio: la moltiplicazione dei centri del potere armato. La loro evoluzione, conclude l’Africa Center for Strategic Studies, sarà decisiva non soltanto per l’esito del conflitto, ma anche per la capacità del Sudan di ricostruire uno Stato unitario e istituzioni nazionali dopo la guerra.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
claudia
Source link



