Lo sciopero di Ferragosto – ma i dati dei sindacati e delle imprese non ci sono ancora – avrebbe registrato adesioni limitate nel commercio. Però la manifestazione ha risvegliato altri argomenti.
L’adesione parziale, per inciso, potrebbe essere legata al fatto che la protesta è nata su scala locale, in Calabria e Toscana, che sono fra l’altro due regioni con abbondanti flussi turistici, soprattutto la seconda, dunque perfette per incoraggiare gli acquisti.
Filcams Cgil: il part time come povertà
Da segnalare la ‘coda’, che si è innestata sulla protesta. Filcams Cgil osserva che il lavoro nel retail è povero, nonostante questo settore sia uno dei pilastri dell’economia del Paese.
Nel 2023 contava oltre un milione di imprese, il 21,7% del totale nazionale, e quasi tre milioni di addetti, pari al 18,6% dell’occupazione complessiva.
Ma, dietro questi numeri, si nasconde una trasformazione profonda. Tra il 2018 e il 2025 gli esercizi commerciali al dettaglio sono diminuiti del 14,4%, mentre la Gdo tende a concentrarsi in un numero sempre più ridotto di grandi strutture.
Meno negozi, meno occupazione di prossimità, dunque, esercitano una crescente pressione sulle lavoratrici e sui lavoratori delle catene mass market, chiamati a garantire servizi sempre più estesi con organici spesso insufficienti.
Il problema, però, non riguarda soltanto l’organizzazione del lavoro. Riguarda anche la qualità dell’occupazione.
L’ultimo rapporto Istat sulla struttura delle retribuzioni certifica che oltre un milione e 255.000 lavoratrici e lavoratori percepiscono meno di 9 euro lordi l’ora.
Inps: quanto guadagna un lavoratore del commercio
Tra il 2018 e il 2024 la quota dei dipendenti con basse retribuzioni è aumentata dal 9,8% al 10,7%. A essere maggiormente colpite sono le donne, i giovani sotto i 29 anni e chi possiede un titolo di studio più basso: esattamente il profilo prevalente nel commercio e nella grande distribuzione. Le donne con basse retribuzioni raggiungono il 12,2%, contro il 9,6% degli uomini.
Anche i dati dell’Osservatorio Inps confermano una criticità strutturale: nel 2024 i dipendenti del commercio hanno percepito una retribuzione media annua di 23.577 euro, distribuita su 261 giornate lavorative. Un dato che dimostra come il problema non sia soltanto il livello salariale, ma anche la frammentazione del lavoro e del reddito.
La causa principale di questa condizione ha un nome preciso: part time involontario.
“Filcams Cgil – si legge in una lunga nota – denuncia da anni un modello occupazionale fondato su contratti di 20 ore settimanali, spesso imposti e non scelti. I numeri lo confermano su scala nazionale: nel commercio il 38,2% dei dipendenti lavora part time (849.120 su 2.221.670 totali), con un’incidenza nettamente superiore rispetto alla media generale dell’economia italiana ferma al 27,4%. Il fenomeno è fortemente sbilanciato per genere: riguarda il 54,6% delle lavoratrici a fronte di un 22,9% degli uomini. Ma il dato più significativo riguarda la natura del part time: solo un terzo degli italiani lo ha scelto volontariamente. Nel commercio il tempo parziale è imposto in quasi sei casi su dieci: 57,8 per cento”.
Mauro Lusetti: “Alla contrattazione collettiva spetta trovare il punto di equilibrio”
Confcommercio: lo sciopero di Ferragosto dimentica i contratti nazionali
Al sindacato ha risposto Confcommercio, nella persona del vicepresidente, Mauro Lusetti, che è anche presidente di Conad.
“Ogni anno ritorna, puntuale, il dibattito estivo sulle attività lavorative e sugli orari di lavoro – ricorda Lusetti -. Le parti sociali che disciplinano la contrattazione collettiva del settore sono sempre sensibili alle istanze dei lavoratori, così come alle esigenze del mercato e delle imprese.
“Il punto di equilibrio tra i bisogni dei singoli lavoratori e quelli delle imprese, chiamate a rispondere alla domanda dei consumatori soprattutto nel periodo estivo e nelle località di villeggiatura, è e deve rimanere innanzitutto materia di confronto tra le parti sociali. E questo specialmente sulla qualità del lavoro, ma anche su retribuzioni, orari e conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Tuttavia – ammonisce Lusetti – non servono slogan ed equazioni semplicistiche: è alla contrattazione collettiva che spetta trovare il punto di equilibrio tra tutela dei lavoratori, esigenze delle imprese e domanda di servizi di cittadini e consumatori. Proprio per questo è fuorviante considerare, a priori, il part-time come sinonimo di lavoro povero e precarietà”.
Secondo Filcams Cgil, prosegue Confcommercio, il part-time sarebbe spesso imposto e non scelto: questa condizione riguarderebbe quasi sei lavoratori su dieci, il 57,8%. Un meccanismo che, sempre secondo il sindacato, determinerebbe salari insufficienti renderebbe difficile raggiungere un reddito adeguato e limiterebbe la possibilità di cercare una seconda occupazione. Per il sindacato, quindi, il part-time nel commercio sarebbe diventato uno “strumento di impoverimento strutturale”.
Recenti analisi dell’Ufficio Studi della Confederazione consentono invece di distinguere fenomeni che troppo spesso vengono impropriamente sovrapposti: la povertà lavorativa non coincide automaticamente con il livello della retribuzione e dipende anche dalla quantità di lavoro effettivamente svolto, dalle ore e dalle giornate lavorate.
Non va inoltre dimenticato il ruolo del terziario nella creazione di occupazione: negli ultimi anni i servizi hanno mostrato una capacità di assorbimento occupazionale significativamente superiore a quella della manifattura.
Il problema salariale sicuramente esiste e va affrontato, ma non può essere utilizzato per trasformare ogni forma di lavoro a tempo parziale nella categoria del “lavoro povero”. “Part-time e precarietà non sono sinonimi e confondere i due fenomeni significa offrire una lettura semplicistica di un mercato del lavoro molto più articolato”, conclude Confcommercio.
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