Quasi il 10% dei laureati italiani sceglie la medicina d’urgenza: i numeri del report pubblicato su Internal and Emergency Medicine.
«America, io ti amo ma dobbiamo parlare!» scrive la travel blogger statunitense Debbie Evans a corredo di un video che è diventato virale negli ultimi giorni, nel quale descrive la sua esperienza in un Pronto soccorso italiano, dove si era recata per il morso di un ragno. La turista ha raccontato sui social di aver trascorso 6 ore nell’area di emergenza di un ospedale laziale, di aver ricevuto flebo, analisi, un letto, e al momento della dimissione nessuna richiesta di carta di credito: «Mi aspettavo che qualcuno mi inseguisse per chiedermi il pagamento, e invece non è successo: sono uscita e basta», ha detto ancora nel suo reel. Noi italiani, al contrario, diamo il nostro Servizio sanitario così per scontato da non cogliere più ciò che agli occhi di molti stranieri appare quasi incredibile: poter ricevere cure senza che il conto in banca determini la qualità dell’assistenza. Pretendiamo risposte immediate, gratuite e senza attese, e qualche ora trascorsa in una sala del Pronto soccorso, spesso per condizioni non urgenti che potrebbero essere affrontate dal medico di base, diventa motivo di lamentele, sfoghi sui social e anche di violenze contro chi lavora per curarci.
Però, in una narrazione che ormai da anni descrive il Pronto soccorso come una trincea di aggressioni, turni estenuanti e frustrazione, dove nessun medico vuol più andare a lavorare, arriva ora un’ottima notizia: uno studio condotto dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, dalla Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e dall’Università degli Studi di Milano con la collaborazione di Fenice network, appena pubblicato sulla rivista Internal and Emergency Medicine e del quale Panorama scrive in anteprima, rivela che la specializzazione in Medicina di emergenza e urgenza (Meu) è tra le più amate dai giovani medici, subito dopo Cardiologia e addirittura prima di Medicina interna e Chirurgia generale; e che pertanto la presunta “crisi di vocazione” nei confronti del lavoro in Pronto soccorso non esiste.
Il miraggio delle percentuali e il nodo della programmazione
Ma allora da dove nascono gli allarmi lanciati dalle società scientifiche – spesso un po’ troppo inclini alle rivendicazioni, all’autocommiserazione e alla retorica dei giovani che non hanno voglia di fare sacrifici – sul fatto che il 75% delle borse di specializzazione in Meu rimangono vacanti e che i neo laureati preferiscono branche più redditizie? Innanzitutto da una errata programmazione. «Per anni abbiamo aumentato in modo molto consistente il numero delle borse di specializzazione in emergenza-urgenza, ma senza che aumentassero, con gli stessi tempi, anche i laureati in medicina» dice Ludovico Furlan, medico del reparto di Medicina interna del Policlinico milanese e primo firmatario dello studio. «Se triplico i posti a disposizione è inevitabile che la percentuale di copertura diminuisca, anche se il numero dei candidati aumenta. Per questo guardare soltanto a questo tasso porta a una conclusione sbagliata: non racconta quanti giovani scelgono davvero Meu e non significa che la specialità sia meno attrattiva, ma semplicemente che domanda e offerta non sono state fatte crescere insieme».
Mentre quindi politici, sindacati e aziende sanitarie si interrogano sul perché il lavoro di pronto soccorso non attiri più i giovani (sarà la medicina difensiva? O gli stipendi bassi? Le aggressioni, i turni, o cosa?) guardando il dito anziché la luna, si scopre invece che le corsie d’emergenza, quei giovani continuano ad attirarli: anche e soprattutto per nobili motivi. «Abbiamo scelto Medicina d’emergenza-urgenza perché è la specializzazione in cui la precisione della clinica si intreccia con la dimensione sociale ed emotiva della cura» ci dicono durante un turno di Pronto soccorso Chiara Scarpelli e Tabata Barbieri, specializzande Meu al Policlinico di Milano. «Qui non basta fare una diagnosi, bisogna saper leggere anche la fragilità, il contesto e le emozioni della persona, ricordandoci sempre che non curiamo malattie, ma esseri umani».
Pressioni manageriali, accessi impropri e controlli in corsia
Tutto rose e fiori, quindi? Possiamo dire che le notizie sulla morte del Pronto soccorso italiano sono state fortemente esagerate? Non del tutto, perché i problemi sono comunque tanti e molti derivano dalla discrepanza tra domanda e offerta in sanità, che rende i Ps l’ultima spiaggia per problemi che andrebbero affrontati altrove. Proprio in tal senso si inserisce l’intervento di pochi giorni fa di Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Regione Lombardia, che ha lanciato un duro richiamo ai direttori generali delle aziende sanitarie, attribuendo loro la responsabilità del sovraffollamento registrato in alcuni reparti di emergenza e chiedendo una gestione molto più proattiva.
Ma il messaggio è stato soprattutto politico: la capacità di governare i flussi dell’emergenza/urgenza entrerà a pieno titolo nella valutazione dei manager, con possibili ripercussioni sulla conferma degli incarichi. Bertolaso ha inoltre annunciato l’invio di ispettori nei Ps per verificare sistematicamente se i pazienti arrivati in ospedale avessero prima contattato il proprio medico di base, nel tentativo di ridurre gli accessi impropri. All’altra estremità della Penisola, in Sicilia, per cercare di capire quanto siano gravi i problemi dei Pronto soccorso è servita addirittura un’interrogazione parlamentare firmata dal vice presidente della Camera, Giorgio Mulè, perché i dati su carenze strutturali, mancanza di procedure di sicurezza e sovraffollamento emersi da una serie di ispezioni pare fossero stati addirittura “secretati” dalla politica.
Oltre la narrazione della fuga: il confronto europeo e il futuro
Niente di nuovo sotto il sole: tutti problemi che i primari conoscono a fondo, sui quali non si può sorvolare ma che non devono più essere al centro della scena, se non vogliamo ritrovarci davvero sguarniti di giovani medici in corsia. «Chi lavora nei Ps conosce bene la durezza della professione: turni pesanti, reparti sovraffollati e aggressioni» dice il professor Giorgio Costantino, direttore del Pronto soccorso del Policlinico di Milano, anch’egli tra i firmatari dello studio. «Ma proprio per questo è fondamentale distinguere tra le criticità reali, che richiedono investimenti su retribuzioni, organizzazione e qualità della vita lavorativa, e la narrazione di una presunta “fuga” dalla Medicina d’emergenza-urgenza che i dati non confermano. Continuare ad alimentare questa percezione rischia di scoraggiare i giovani medici proprio nel momento in cui stanno scegliendo il loro futuro professionale».
Anche perché, facendo un confronto con l’Europa, scopriamo – sempre grazie allo studio dei tre enti milanesi – di essere messi molto meglio di altri Paesi, spesso raccontati come più virtuosi ed efficienti. Se infatti in Italia il numero di chi sceglie la medicina d’urgenza tra più di 50 specialità arriva quasi al 10% del totale dei laureati (che negli ultimi anni sono sempre intorno alle 10 mila unità) in Francia questa percentuale scende al 6 e in Inghilterra addirittura al 3. E mentre la serie tv The Pitt, ambientata al Pronto soccorso di Pittsburgh ha collezionato 25 candidature ai prestigiosi premi Emmy – e come già successo negli anni Novanta con la serie E.R. porterà con sé un’ondata di nuove vocazioni – si scopre che la soluzione per rimpinguare i Ps il governo italiano l’ha già intrapresa, allargando le maglie delle iscrizioni a Medicina e Chirurgia, bloccate negli anni precedenti dai criteri strettissimi del numero chiuso. «Una volta compreso che la soluzione non è trovare più giovani interessati alla Medicina d’emergenza, perché quelli ci sono già, ma aumentare il numero complessivo di medici che possono accedere alle scuole di specializzazione, abbiamo gli elementi per capire come pianificare il lavoro» conclude Giovanni Nattino, del Dipartimento di Epidemiologia medica dell’IRCCS Mario Negri, che ha curato l’analisi dei dati dello studio. «Per anni, come dicevamo, si è solo cercato di rispondere alla carenza di specialisti ampliando il numero delle borse senza però incrementare il bacino dei laureati. Oggi stiamo già vedendo gli effetti dell’aumento degli accessi al corso di Medicina, ma serviranno almeno sei anni perché questi studenti completino il percorso formativo e possano entrare nelle scuole di specializzazione».
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Maddalena Bonaccorso
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