Vanno meglio a scuola, sono più empatiche e creano reti d’aiuto e d’ascolto. Anche nei Paesi più tradizionalisti, stanno crescendo le famiglie che preferiscono avere una figlia invece di un maschio.
Per secoli avere un figlio maschio è stato considerato un vantaggio. In molte società si continuava ad avere figli finché non nasceva l’erede. Oggi, però, nei Paesi più sviluppati sta emergendo una tendenza opposta: sempre più genitori sperano in una femmina. La scena si ripete nei forum sulla gravidanza, nei video TikTok delle rivelazioni del genere e perfino negli studi di fertilità.
Dietro questo cambio di prospettiva si intrecciano crisi della mascolinità, trasformazioni economiche e nuove dinamiche familiari. Per decenni la demografia mondiale ha osservato una marcata preferenza per i maschi in vaste aree dell’Asia, del Medio Oriente e dei Balcani. Le ragioni erano pressoché le stesse: questi ereditavano il patrimonio e il cognome familiare, sostenevano economicamente i genitori anziani e godevano di uno status sociale superiore. Le femmine, invece, erano spesso considerate destinate a lasciare il nucleo familiare dopo il matrimonio.
Le conseguenze sono state enormi: aborti selettivi, infanticidio femminile e forti squilibri nel rapporto tra i due sessi alla nascita. Secondo studi Onu e ricerche demografiche, si parla di decine di milioni di “missing girls”. Nel 2000 mancavano circa 1,6 milioni di bambine all’anno rispetto al rapporto naturale tra i sessi; nel 2025 il numero è sceso a circa 200 mila, un calo significativo.
Il ribaltamento demografico e l’ascesa della daughter preference
Mentre questa mentalità arretra, soprattutto nelle società sviluppate emerge il fenomeno opposto: la daughter preference, cioè la preferenza per le figlie. In Corea del Sud, che storicamente favoriva i maschi, numerose ricerche descrivono una progressiva rivalutazione delle figure femminili, considerate più presenti nella vita familiare, più inclini a mantenere rapporti stretti con i genitori e a fornire sostegno emotivo nel tempo.
In Giappone, in alcune rilevazioni sulla famiglia tra le coppie che desideravano un solo erede, la quota che preferiva una femmina è arrivata al 75%. Anche una meta-analisi pubblicata su Psychological Bulletin su quasi 20 mila partecipanti in Nord America ed Europa occidentale ha rilevato che i genitori tendono a riportare una lieve preferenza per le figlie. Oggi, le funzioni un tempo attribuite ai maschi, si sono trasformate. «La pensione non dipende più da loro, l’eredità non è legata al genere e le donne hanno raggiunto livelli di partecipazione economica pari, se non superiori, a quelli maschili». spiega a Panorama Alessandro Rosina, ordinario di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano, secondo il quale il cambiamento affonda le radici nella profonda trasformazione delle funzioni che un tempo rendevano il maschio particolarmente desiderabile. «Sarebbe sbagliato, tuttavia, parlare di un ribaltamento delle preferenze. Piuttosto siamo passati da una forte asimmetria a favore dei maschi a una situazione in cui molti genitori considerano una figlia altrettanto desiderabile e, in un numero crescente di casi, persino preferibile».
Competenze relazionali e nuove sfide educative
Ma questa nuova preferenza racconta davvero una maggiore valorizzazione delle donne o segnala anche una crescente difficoltà della condizione maschile? Per il demografo quando cambiano i sistemi economici, i diritti, le aspettative di ruolo, cambia anche il modo in cui si valuta il desiderio di avere un figlio o una figlia. E la crescente attrattività simbolica delle figlie non nasce da una svalutazione del maschile, ma dalla crescita del valore sociale attribuito alle donne e alle opportunità che hanno conquistato negli ultimi decenni. Questa percezione trova riscontro anche in alcuni dati. In gran parte dei Paesi avanzati le ragazze ottengono risultati scolastici migliori e completano più frequentemente gli studi universitari, mentre i ragazzi restano sovrarappresentati nelle statistiche relative all’abbandono scolastico, alle dipendenze e ad altri comportamenti a rischio. «Non si tratta di determinismo biologico», precisa Rosina, «ma dell’effetto di processi di socializzazione che faticano ancora a fornire ai ragazzi strumenti adeguati per gestire le emozioni, costruire relazioni sane e orientarsi in un mercato del lavoro sempre più fondato su competenze relazionali e intelligenza emotiva».
Naturalmente questo non significa che crescere una figlia sia privo di difficoltà. Ansia, pressione estetica, molestie e problemi di salute mentale continuano a colpire molte ragazze. Eppure, osserva il demografo, molti genitori percepiscono le donne come maggiormente attrezzate per affrontare le sfide del mondo contemporaneo. E la percezione, anche quando non è del tutto accurata, orienta le scelte. Il fenomeno va letto anche in una prospettiva demografica più ampia. In molti Paesi sviluppati il rinvio delle unioni, la difficoltà di raggiungere l’autonomia economica e la bassa natalità stanno trasformando il modo in cui uomini e donne costruiscono i propri percorsi di vita. «Le ricerche mostrano che sono soprattutto figlie, nuore e nipoti a mantenere vivi i rapporti tra generazioni, organizzare gli incontri, attivare le reti di aiuto reciproco e svolgere una quota significativa del lavoro di cura», osserva Rosina.
Il capitale sociale della famiglia e il futuro del welfare
È in questo contesto che prende forma l’idea delle figlie come una sorta di “capitale sociale” delle famiglie. Nelle famiglie italiane, ma più in generale in quelle dell’Europa meridionale dove il welfare pubblico è strutturalmente debole, è la rete familiare a fare da ammortizzatore sociale. E quella rete si regge tradizionalmente sul lavoro relazionale e di cura delle donne: figlie, nuore, nipoti. In una società caratterizzata dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento della longevità e dalla fragilità crescente delle reti comunitarie, questa funzione acquisisce un valore ancora maggiore. «Sarebbe però un errore considerarla una caratteristica naturale femminile. È anche il risultato di aspettative sociali e modelli culturali che continuano ad attribuire alle donne maggiori responsabilità relazionali».
Non è un caso che la preferenza per i maschi diminuisca proprio mentre le donne conquistano maggiore autonomia economica e sociale. «È uno dei segnali più evidenti dell’avanzamento dell’uguaglianza di genere», afferma Rosina. «Allo stesso tempo, competenze tradizionalmente associate al femminile, come le capacità relazionali, di cooperazione e cura, stanno acquisendo un valore crescente nelle economie contemporanee. L’automazione e l’Intelligenza artificiale rendono ancora più preziose queste dimensioni del fattore umano. Ciò non significa che le figlie valgano più dei figli. Significa che la società sta finalmente riconoscendo il valore di competenze e sensibilità a lungo considerate marginali. La vera sfida del XXI secolo è fare in modo che queste capacità diventino patrimonio comune di donne e uomini, anziché restare associate a un solo genere». Il mondo non sta semplicemente abbandonando la preferenza per i maschi: sta ridefinendo il valore attribuito alle donne. Se per secoli il figlio maschio rappresentava il futuro della famiglia, oggi quel futuro non ha più un genere prestabilito.
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Ludovica Amici
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