L’eterna e irrisolta anomalia di alleanze nate unicamente per la matematica del consenso, ma sprovviste di una visione strategica, culturale e internazionale condivisa, è una questione che tocca il nervo scoperto del sistema politico italiano contemporaneo. Il nostro sistema elettorale – che spinge verso la necessità di coalizzarsi per competere per la vittoria – si scontra con una frammentazione partitica irriducibile. Il risultato non è la sintesi di un progetto politico organico, ma la somma algebrica di forze spesso antitetiche. Se a destra la gestione dei pesi specifici e della leadership (evidenziata dai tormenti sui rapporti interni e sulla spinosa questione Vannacci) rappresenta un rebus tattico, è a sinistra che questo cortocircuito produce i danni più profondi e strutturali, trasformando i partiti in comitati elettorali privi di identità.

Il banco di prova più impietoso di questa debolezza strutturale è la politica estera e di difesa. Le posizioni espresse da Giuseppe Conte sul sostegno all’Ucraina, bollato sbrigativamente come “bellicismo”, e le sue uscite sul riarmo evidenziano una frattura culturale insanabile con la tradizione riformista ed europeista. La difesa dell’Occidente, i valori atlantici e il rispetto del diritto internazionale non sono dettagli negoziabili, ma pilastri costitutivi della democrazia liberale. L’ambiguità di certe posizioni – che strizzano l’occhio a un pacifismo di facciata venato di filoputinismo – dimostra l’assenza di un bagaglio culturale coerente con la centralità dell’Italia nello scenario euro-atlantico, e anche una spregiudicatezza (vedi la proposta di affidare decisioni decisive alle primarie) indice di inaffidabilità politica.

A rendere l’incoerenza ancora più marcata vi è la traiettoria politica dello stesso Giuseppe Conte, che non bisogna dimenticare essere stato presidente del Consiglio anche di un governo di centrodestra, avallando e firmando con estrema disinvoltura i decreti Sicurezza insieme a Matteo Salvini. Un passato di governo camaleontico, senza soluzione di continuità dai proclami securitari della prima stagione gialloverde alle successive alleanze con il centrosinistra, che conferma quanto questa leadership si muova su basi fragili, guidata più da calcoli contingenti che da una visione ideale definita. Le recenti cronache politiche confermano plasticamente questa fragilità. L’incontro tra Elly Schlein e Giuseppe Conte – liquidato mediaticamente come un cordiale pranzo tra alleati, quasi a voler edulcorare le tensioni a suon di sorrisi e toni remissivi – ha mostrato tutta la sua inconsistenza di fronte ai fatti. Poco dopo, infatti, lo stesso Conte ha rincarato la dose, ribadendo da Capalbio e in ogni intervento pubblico che la linea del Movimento 5 Stelle contro l’Europa, contro il sostegno a Kyiv e contro il riarmo non cambia; e che, in caso di una sua ipotetica vittoria a Palazzo Chigi, sarà proprio questa impostazione a guidare la politica estera del Paese.

A testimonianza di questa sudditanza strategica vi è la presentazione di una risoluzione parlamentare (firmata anche dal Partito democratico in un clima di cedimento) che sposa l’impostazione del “no alle armi” e dello stop agli impegni assunti in sede Nato, scatenando la fronda e il malessere dell’area riformista interna ai dem. Un testo che certifica come il baricentro della coalizione sia ormai dettato da Conte, mentre il Pd si piega a compromessi al ribasso per evitare strappi formali. Di fronte alle proteste e ai distinguo, la risposta del leader pentastellato è liquida quanto sbrigativa: “Abbiamo opinioni diverse”. È un esercizio di ipoteticità verbale: qui non si discute di dettagli marginali, ma di scelte nette e contrapposte sui pilastri fondamentali della collocazione internazionale dell’Italia e sulla vita stessa della nazione.

Il vero prezzo politico di questa alleanza lo paga il Partito democratico. Il silenzio o le cautele dei dirigenti dem di fronte alle fughe in avanti del leader del M5S non sono solo tattica parlamentare: sono la dolorosa confessione di un’impotenza. Il timore di andare in rotta di collisione con Conte e di veder saltare il cosiddetto “campo largo” costringe il Pd a smussare i toni, a edulcorare le proprie convinzioni e a rinunciare a una linea trasparente. Questa subordinazione strategica ha un costo elettorale altissimo. A partire dal blocco dei consensi: inchiodare il Pd al 20% e il M5S al 12% certifica l’incapacità di espandere il perimetro dell’offerta politica verso i settori moderati, centristi e liberali della società. E poi c’è la perdita di credibilità: un elettore difficilmente premierà una coalizione che appare divisa su tutto ciò che riguarda il governo del mondo, dalla geopolitica alla difesa comune.

A rendere ancora più fragile l’egemonia culturale di Conte all’interno dell’opposizione c’è il bilancio delle sue passate esperienze di governo. Misure bandiera come il reddito di cittadinanza e, soprattutto, il Superbonus 110% hanno lasciato in eredità al Paese una voragine finanziaria colossale – oltre 170 miliardi di euro – alterando artificialmente il mercato edilizio, scatenando inflazione sui prezzi e portando al collasso molte imprese sane a causa dell’insostenibilità dei crediti fiscali. Eppure, di fronte a questi fallimenti macroeconomici, il dibattito interno all’alternativa di governo sembra rimuovere il conto presentato alle generazioni future.

Il tema di fondo rimane irrisolto: che tipo di alleanza è questa, e dove vuole veramente andare a parare? Ha senso tenere in piedi un simulacro di coalizione fondato unicamente sull’ambizione personale di leadership – dove l’unico obiettivo sembra essere il ritorno a Palazzo Chigi a ogni costo – sacrificando la coerenza programmatica e l’interesse nazionale? Fino a quando il centrosinistra non avrà il coraggio di fondare la propria proposta su una cultura di governo chiara, europeista e priva di ambiguità populiste, la coalizione continuerà a somigliare più a una tregua armata che a un’alternativa credibile per il Paese.

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Nato a Brindisi nel ’47. Avvocato. Deputato dal 1987 al 1996 X, XI, XII Legislatura. Sottosegretario di Stato per Il Ministero dei Lavori Pubblici dal 1996 al 2001. Gruppo Parlamentare PCI-PDS-Progressisti. Ha fatto parte delle Commissione parlamentare Giustizia di cui è stato Vicepresidente, Ambiente e Affari Costituzionali. E’ stato componente della Commissione Antimafia e della Giunta per le autorizzazioni a procedere per tutta la durata del mandato. E’ stato protagonista della riforma degli appalti e del sistema di qualificazione. Da Aprile 2003 al 9 dicembre 2021 è stato Presidente della SAT – Società Autostrada Tirrenica. E’ autore del Manuale del Diritto dei Lavori Pubblici – Giuffrè Editore 2001.




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Antonio Bargone

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