Non soltanto un assalto a un portavalori. Dietro il commando entrato in azione il 27 ottobre 2025 sull’A14, a Porto Recanati, la magistratura individua qualcosa di più profondo: l’incontro operativo tra differenti anime della criminalità organizzata della provincia di Foggia, capaci, secondo l’accusa, di mettere insieme uomini, armi, mezzi e competenze per realizzare colpi milionari e alimentare le casse delle rispettive organizzazioni mafiose.

È uno degli aspetti più rilevanti dell’ordinanza di 71 pagine emessa dal gip del Tribunale di Ancona nell’inchiesta che coinvolge Giuseppe D’Angelo, 55enne foggiano, Andrea Baratto, 45enne foggiano, Luigi Ferro, 57enne di San Marco in Lamis detto “Gino di Brancia” e Francesco Caggiano Scelsi, 58enne di Cerignola.

Il bersaglio erano due furgoni Mondialpol che trasportavano complessivamente 2 milioni e 910mila euro. Per l’accusa, Baratto, Ferro e Caggiano Scelsi avrebbero fatto parte del gruppo degli esecutori materiali, mentre a D’Angelo viene attribuito un ruolo logistico e funzionale anche alla fuga. L’azione sarebbe stata condotta con kalashnikov AK-47, esplosivi, auto rubate, targhe clonate e chiodi a quattro punte disseminati sull’autostrada.

Ma è soprattutto la contestazione dell’aggravante mafiosa a trasformare l’assalto in una fotografia dei rapporti tra i clan della Capitanata. Nell’ordinanza vengono individuate tre componenti: una batteria foggiana, nella quale sono collocati Baratto e D’Angelo; una garganica, nella quale figura Ferro; una cerignolana, nella quale viene inserito Caggiano Scelsi. Per gli investigatori questa articolazione rispecchierebbe proprio la natura frammentata della criminalità organizzata dauna.

Ai quattro arrestati vanno aggiunti altri tre uomini acciuffati nell’immediatezza, Savino Costantino, 57 anni, detto “Capatosta”, Savino Pugliese, 44 anni, e Giuseppe Rubbio, 52 anni, tutti di Cerignola.

I grandi assalti per finanziare i clan

È questo il cuore mafioso dell’inchiesta. Secondo l’impostazione accusatoria recepita nell’ordinanza, gli assalti ai portavalori costituirebbero una delle principali e più collaudate attività attraverso le quali reperire risorse finanziarie destinate alle organizzazioni criminali.

I gruppi indicati negli atti sono il Piarulli-Ferraro di Cerignola, il Lombardi-Scirpoli-La Torre dell’area garganica e la Società Foggiana, nelle articolazioni Sinesi-Francavilla e Moretti-Pellegrino-Lanza. Gli investigatori arrivano a definire gli assalti ai blindati una sorta di “brand” della criminalità organizzata cerignolana e, più in generale, foggiana, per la violenza, la spettacolarità e le tecniche quasi paramilitari utilizzate.

Il quadro delineato è quello di gruppi diversi che, per i colpi più complessi, sarebbero capaci di superare i confini territoriali e collaborare mettendo in comune le rispettive specializzazioni. Secondo gli atti, l’attività di assalto a portavalori e caveau rappresenterebbe infatti “un’importante fonte di finanziamento” soprattutto per il gruppo Piarulli, che avrebbe potuto contare sulla collaborazione della componente garganica e di quella foggiana riconducibile ai Moretti.

I Piarulli e il comando della criminalità cerignolana

Particolarmente significativo è il capitolo dedicato al clan Piarulli-Ferraro. L’ordinanza colloca al vertice i fratelli Michele e Mario Piarulli, entrambi residenti a Milano, mentre a Cerignola il gruppo opererebbe attraverso Giovanni Ferraro, ma anche Arcangelo Brandonisio detto “Lo sfregiato”. Michele Piarulli viene descritto negli atti come elemento di vertice dell’omonimo clan. Il sodalizio cerignolano era già stato oggetto di accertamento giudiziario per associazione mafiosa nel processo “Cartagine”.

Ed è proprio sulle dinamiche interne del gruppo che assumono particolare importanza le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Nei fascicoli confluiti nell’indagine figurano i verbali di Marco Raduano, Antonio Quitadamo, Andrea Quitadamo, Danilo Della Malva e Filippo Cirulli.

Raduano, interrogato dalla DDA di Bari, avrebbe indicato i fratelli Piarulli come i capi ai quali facevano riferimento diversi gruppi cerignolani. Secondo il suo racconto, gli interessi criminali avrebbero riguardato droga, rapine ai portavalori e assalti ai caveau.

La ricostruzione contenuta nell’ordinanza attribuisce ai Piarulli una funzione che andrebbe ben oltre la semplice partecipazione materiale ai colpi: le batterie cerignolane intenzionate a organizzare un assalto avrebbero dovuto interfacciarsi con i loro referenti, ottenere una sorta di “nulla osta” e, quando necessario, ricevere appoggi logistici. Una quota del ricavato sarebbe stata destinata ai vertici.

“Si. Vi faccio un esempio – le parole di Raduano agli investigatori -: sulla rapina dove ha partecipato mio cognato abbiamo preso 200mila euro e mio cognato… io pensavo che – diciamo – su quattro milioni di euro fosse di più la parte nostra, però mi aveva proprio lui spiegato che una quota andava ai fratelli Piarulli”.

Il denaro delle rapine e gli investimenti

Il racconto dei collaboratori consente agli investigatori di ricostruire anche ciò che sarebbe accaduto dopo i colpi. Secondo Raduano, i proventi delle attività criminali sarebbero stati reinvestiti nell’acquisto di terreni e nell’apertura di attività economiche attraverso intestazioni fittizie a teste di legno.

Un ulteriore elemento emerge dalle dichiarazioni di Cirulli. Nel provvedimento viene riportato un passaggio relativo all’acquisto di sostanze stupefacenti destinate allo spaccio: alla domanda se il denaro utilizzato potesse provenire dagli assalti ai portavalori, il collaboratore risponde affermativamente.

Rapine, dunque, non considerate dall’accusa come episodi isolati finalizzati esclusivamente all’arricchimento dei singoli partecipanti, ma come possibile strumento di finanziamento di altre attività criminali.

Il “gruppo di fuoco” garganico

Nella ricostruzione dei pentiti, ai cerignolani sarebbe spettata spesso la regia delle grandi operazioni, mentre dal Gargano sarebbero arrivati uomini con specifiche capacità militari.

Raduano avrebbe raccontato dell’esistenza di una cellula del gruppo garganico chiamata a partecipare agli assalti ai caveau proprio per la particolare abilità dei suoi componenti nell’utilizzo delle armi lunghe. In questo contesto vengono indicati anche personaggi del calibro di Matteo Lombardi, Francesco Scirpoli e Pietro La Torre, vertici dell’omonimo clan mafioso garganico riconosciuto in primo grado dalla sentenza “Omnia Nostra”.

È qui che emerge con forza il nome di Luigi Ferro.

Secondo quanto riportato nell’ordinanza, Ferro sarebbe stato un “professionista nella guida”, utilizzato come autista mentre altri componenti del gruppo si occupavano delle armi automatiche e dei kalashnikov. Le dichiarazioni dei collaboratori convergono nel descrivere una figura tutt’altro che marginale.

Ferro, il “capo” tra San Marco e Apricena secondo il pentito

È soprattutto Andrea Quitadamo detto “Baffino jr” a tracciare uno dei profili più pesanti. Il collaboratore descrive Ferro come un personaggio di “spessore”, collocandolo a un livello poco inferiore rispetto al capoclan Lombardi e indicandolo come un possibile riferimento criminale nell’area compresa tra San Marco in Lamis e Apricena.

Alla domanda se Ferro potesse essere definito un capo, Quitadamo risponde: “Il capo diciamo sulla zona di San Marco, la zona nord del Gargano, San Marco, Apricena”. E aggiunge che avrebbe avuto “molta influenza su San Severo” e contatti con i foggiani. Il collaboratore riferisce inoltre di avere partecipato insieme a Ferro a una rapina a un portavalori nel 2011 a San Nicandro Garganico.

Un profilo che trova ulteriori elementi nelle dichiarazioni di Della Malva. Il collaboratore colloca Ferro nel gruppo garganico e lo descrive come particolarmente abile alla guida, sostenendo che in occasione di un altro progetto di assalto a un portavalori avrebbe dovuto guidare una ruspa destinata a rovesciare il blindato per consentirne l’apertura.

Raduano, dal canto suo, lo avrebbe definito “un pezzo forte” dell’organizzazione garganica e un “anello di congiunzione” capace di tenere rapporti con foggiani e altri gruppi criminali.

Tra le altre cose, Ferro, Scirpoli e altri pregiudicati sono ancora sotto processo per il tentato assalto ad un portavalori sulla Mattinata-Vieste, operazione “Ariete”.

Ferro e il duplice omicidio di Apricena

Il nome di Ferro compare anche in un’altra pesantissima vicenda giudiziaria. L’ordinanza ricorda che al momento del provvedimento risultava già sottoposto a custodia cautelare in carcere a Melfi nell’ambito di un procedimento della DDA di Bari per concorso in omicidio aggravato.

La contestazione riguarda il duplice omicidio di Nicola Ferrelli e Antonio Petrella, avvenuto ad Apricena il 20 giugno 2017. Secondo l’accusa richiamata nel provvedimento di Ancona, Ferro avrebbe guidato la BMW station wagon utilizzata per inseguire il Fiat Doblò sul quale viaggiavano le vittime. Dalla vettura avrebbero sparato Francesco Scirpoli, Pietro La Torre e Matteo Lombardi con un kalashnikov, un fucile calibro 12 e una pistola.

L’agguato viene collocato dagli inquirenti nella guerra mafiosa per il controllo dell’area di Apricena e San Marco in Lamis e, in particolare, per il monopolio dello spaccio e delle altre attività illecite.

Baratto, dalla batteria foggiana alla vicenda delle ambulanze

Nell’ordinanza Andrea Baratto viene invece inserito nella componente foggiana del gruppo d’assalto e indicato, insieme a Ferro e Caggiano Scelsi, tra i presunti esecutori materiali. Gli accertamenti scientifici citati negli atti riferiscono inoltre del rinvenimento del suo Dna sull’imboccatura di una bottiglietta.

Il provvedimento gli attribuisce precedenti penali e di polizia per rapina, armi, estorsione, evasione e tentato omicidio.

Il suo è un nome già noto alle cronache foggiane anche per una vicenda legata al settore delle ambulanze. Nel 2021 l’Immediato riportò il suo arresto nell’ambito di un’indagine per lesioni, evasione ed estorsione aggravata ai danni di un’associazione di volontariato impegnata nel trasporto in ambulanza dei degenti. In quell’occasione la polizia lo indicava come ritenuto contiguo alla batteria Moretti-Pellegrino-Lanza.

Nel 2023 il suo nome tornò al centro di un’altra indagine: secondo la ricostruzione investigativa riportata da l’Immediato, Baratto avrebbe tentato di monopolizzare il trasporto dei pazienti nell’area del Policlinico Riuniti di Foggia attraverso intimidazioni rivolte agli altri operatori del settore. In quel procedimento venne raggiunto da una misura cautelare in carcere per tentata estorsione. Sui social compare spesso con i mezzi degli “Angeli del Soccorso”.

L’ordinanza di Ancona ricorda inoltre che Baratto era già detenuto per un’altra indagine relativa all’assalto a un portavalori avvenuto il 5 gennaio 2026 a Ortona.

Tre mafie che si incontrano per fare cassa

La tesi investigativa che attraversa il provvedimento è dunque quella di un sistema criminale nel quale le appartenenze territoriali non impedirebbero la collaborazione quando in gioco ci sono assalti capaci di generare profitti milionari.

Cerignolani, garganici e foggiani avrebbero messo insieme le proprie specializzazioni: capacità organizzative, logistica, armi, autisti e gruppi di fuoco. I collaboratori raccontano che queste alleanze non sarebbero state occasionali. Andrea Quitadamo riferisce che il suo gruppo partecipava a rapine ai portavalori insieme a cerignolani, foggiani e altre componenti e che le attività avrebbero riguardato “tutta Italia”, compresi gli assalti ai caveau.

È questo, per gli inquirenti, il dato che va oltre il singolo assalto di Porto Recanati: la capacità delle mafie foggiane di fare rete fuori dai propri territori, trasformando i grandi colpi in una possibile fonte di liquidità per alimentare droga, investimenti, sostegno alle organizzazioni e altri interessi criminali.

Le accuse contenute nell’ordinanza si trovano nella fase cautelare del procedimento. Le responsabilità individuali degli indagati dovranno essere accertate nel processo e vale per tutti il principio di presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.

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Francesco Pesante

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