dai campi agli algoritmi, finte coop e subappalti. “Salari indegni per lavoratori invisibili”


Roma – “I recenti e drammatici fatti di cronaca ci ricordano quanto il caporalato sia un fenomeno ancora profondamente radicato e drammaticamente multiforme”. È l’avviso preoccupato di chi, come il Tenente Colonnello Marcello Egidio, combatte in prima linea ogni giorno contro gli sfruttatori di uomini. Tant’è – spiega la guida del Reparto operativo del Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro – che “l’impegno del nostro Comando è assoluto e prioritario rispetto a questi fenomeni criminali, con un presidio costante e rafforzato in quelle aree particolarmente sensibili del Paese, come la Piana di Sibari, dove il rischio di sfruttamento e la vulnerabilità dei lavoratori raggiungono livelli critici”.

Il Tenente Colonnello Marcello Egidio guida il Reparto operativo del Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro

Il caporalato è ancora soprattutto agricolo o è diventato un fenomeno anche urbano e industriale?

“Il caporalato purtroppo si evolve con la società, divenendo un fenomeno trasversale. Proprio quest’anno, in cui il Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro celebra i cento anni dalla sua costituzione, constatiamo come lo sfruttamento sia ormai una vera e propria patologia che, in presenza di alcune condizioni “volano”, si manifesta in diversi settori, pur mantenendo nell’agricoltura una larga diffusione”.

La mappa del caporalato in Italia: dai campi agli algoritmi, finte coop e subappalti. “Salari indegni per lavoratori invisibili”

Si riferisce ai rider, alla logistica, agli appalti, alle cooperative e alle catene di subfornitura?

“Sì, sebbene l’agricoltura rappresenti il contesto maggiormente interessato dalle nostre operazioni, lo sfruttamento è ormai una vera e propria piaga urbana e industriale. Abbiamo individuato reti d’intermediazione illecita nell’edilizia, nel terziario, nel turismo, nella logistica e nella gig economy. Il “caporale moderno”, spesso, è un amministratore di facciata che si cela dietro finte cooperative, società “cartiere” o ramificati sistemi di subappalto, sfruttando l’invisibilità giuridica e lo stato di bisogno dei lavoratori per massimizzare i profitti, annullando la dignità del lavoro”.

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Le grandi inchieste milanesi sui rider hanno fatto emergere il fronte del “caporalato digitale”: è un’etichetta?

“Non si tratta di un’etichetta, ma di una pericolosa e sofisticata evoluzione criminale che si inserisce nel contesto lavorativo evoluto diretto da un algoritmo. Si assiste a una smaterializzazione del datore di lavoro che assume l’interfaccia di una applicazione. L’illecito si realizza frequentemente tramite la cessione degli account. L’intermediario crea un profilo, spesso usando documenti falsi, e ne cede le credenziali a un lavoratore irregolare che non potrebbe iscriversi autonomamente, trattenendo dal 20% al 50% del suo guadagno giornaliero per ogni consegna”.

Rider

Rider

Come si riconosce il confine tra normale organizzazione d’impresa e sfruttamento sistemico?

“Gli autisti, ad esempio, figurano assunti dalle cooperative, ma in realtà ricevono direttive, consegne e controlli costanti dall’applicazione digitale della società committente multinazionale. A causa della compressione dei costi, le buste paga risultano irrisorie, al di sotto della soglia di povertà e camuffate da finte “indennità di trasferta” per coprire turni estenuanti di 14 o 15 ore”.

Il lavoratore sfruttato spesso non dipende formalmente dal grande committente, ma da società intermedie o cooperative.

“Spesso riscontriamo che i committenti hanno favorito colposamente lo sfruttamento aziendale omettendo controlli efficaci (internal audit fallaci), pur essendo consapevoli che i propri fornitori non avevano la capacità produttiva o tecnologica per garantire i volumi richiesti senza il ricorso a subappalti irregolari a prezzi irrisori”.

Paghe basse, orari eccessivi, ricatto del permesso di soggiorno, alloggi degradati, false partite Iva, cessione degli account: sono questi gli indicatori dello sfruttamento?

“Certo. Indici eclatanti sono la retribuzione sproporzionata e l’esposizione a gravi rischi per la salute, come la rimozione intenzionale dei sistemi di protezione dai macchinari industriali. Ulteriori segnali inequivocabili riguardano la sottoposizione a condizioni alloggiative umilianti: nei nostri controlli troviamo dormitori abusivi, insalubri e fatiscenti ricavati negli stessi opifici di produzione. A ciò si somma il trasporto della manodopera in furgoni precari, la minaccia di perdere il permesso di soggiorno per i cittadini extracomunitari e il ricorso diffuso alle “false partite Iva” per smarcarsi dagli obblighi giuslavoristici”.

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Qual è la priorità: più controlli, più tecnologia investigativa, compresa l’IA, più protezione delle vittime o più responsabilità dei committenti?

“Si tratta in realtà di un circuito virtuoso e, come tale, nessuna di queste dimensioni può funzionare da sola: è indispensabile un intervento sistemico. La protezione della vittima, in particolare, è un imperativo assoluto. Esiste una norma che garantisce il rilascio di uno specifico permesso di soggiorno agli stranieri vittime di intermediazione illecita che collaborano all’emersione dei reati. C’è l’attivazione di una vera e propria rete di protezione. Ma il vero cambio di paradigma potrà avvenire solo attraverso l’acquisizione di una reale percezione che la violazione delle regole di condotta in termini di sicurezza sul lavoro, salario adeguato e formazione dei lavoratori non sarà più economicamente conveniente per le conseguenze morali ed etiche che ne deriverebbero grazie alla diffusione di una rinnovata “Cultura della Legalità e della sicurezza sui luoghi di lavoro”.


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