Nel giorno del diciannovesimo anniversario dell’omicidio di Chiara Poggi, Roberta Bruzzone rompe il silenzio e pronuncia parole durissime contro ciò che il caso Garlasco è diventato nell’ultimo anno e mezzo. La criminologa non cita nomi, programmi televisivi o profili social, ma il bersaglio del suo sfogo appare chiarissimo: chi ha trasformato il dolore della famiglia Poggi in uno spettacolo permanente fatto di insinuazioni, ricostruzioni fantasiose e accuse prive di fondamento.

«Oggi il pensiero va prima di tutto a lei», scrive Bruzzone, riportando immediatamente al centro Chiara, la ragazza uccisa il 13 agosto 2007 e troppo spesso scomparsa dietro la guerra quotidiana tra colpevolisti e innocentisti. Poi il pensiero si sposta sui suoi familiari, costretti da diciannove anni a convivere con una perdita incancellabile e, negli ultimi mesi, a subire anche il peso di una nuova esposizione mediatica.

«Va anche alla sua famiglia, che da diciannove anni convive con un dolore che nessuno dovrebbe conoscere e che, come se non bastasse, nell’ultimo anno e mezzo è stata costretta ad assistere a uno spettacolo indegno», aggiunge la criminologa. Una denuncia che non riguarda il diritto di raccontare la nuova inchiesta, ma il modo nel quale il delitto è diventato materiale per costruire sospetti, campagne social e narrazioni sempre più lontane dalla prudenza richiesta da un caso giudiziario ancora aperto.

Bruzzone sul caso Garlasco: «Fango e teorie deliranti»

Roberta Bruzzone affida a un elenco implacabile la descrizione di ciò che considera inaccettabile: «Fango, insinuazioni, ricostruzioni fantasiose, false relazioni, teorie deliranti spacciate per verità, sciacallaggio digitale travestito da “inchiesta”».

Parole che fotografano la degenerazione del dibattito sul delitto di Garlasco. Alla cronaca giudiziaria si sono affiancati racconti costruiti attraverso frammenti isolati, supposizioni trasformate in certezze e collegamenti presentati come prove senza aver mai affrontato il controllo di un giudice. Ogni fotografia, amicizia o frase pronunciata quasi vent’anni fa è diventata il possibile punto di partenza per una nuova accusa.

La criminologa insiste soprattutto sulle conseguenze prodotte da questa macchina: «E soprattutto attacchi feroci contro persone che hanno già pagato il prezzo più alto possibile: perdere Chiara». Il riferimento è alla famiglia Poggi, finita nuovamente al centro dell’attenzione mentre dovrebbe conservare il diritto di ricordare una figlia e una sorella senza dover rispondere a sospetti e insinuazioni.

Bruzzone non contesta la ricerca della verità né gli accertamenti della magistratura. Il suo attacco riguarda chi utilizza la nuova stagione del caso per formulare processi paralleli, individuare colpevoli sui social e attribuire comportamenti oscuri a persone che non possono difendersi ogni giorno da una nuova teoria.

«Il dolore di una famiglia trasformato in spettacolo»

Il passaggio più duro del messaggio riguarda la mercificazione del dolore. «C’è qualcosa di profondamente disumano nel trasformare il dolore di una famiglia in materiale da spettacolo», scrive Bruzzone. Il problema, dunque, non è soltanto la diffusione di informazioni sbagliate, ma il meccanismo che le alimenta: una storia più estrema produce maggiore attenzione, più interazioni e un numero superiore di visualizzazioni.

La criminologa denuncia la scelta di «rovistare nella vita di una ragazza assassinata per costruire insinuazioni» e di «piegare ogni dettaglio alla narrazione più utile a raccogliere attenzione, consenso, visualizzazioni». In questa trasformazione Chiara non rappresenta più una persona alla quale qualcuno ha tolto la vita, ma un archivio da saccheggiare alla ricerca di nuovi contenuti.

Il confine tra approfondimento e spettacolarizzazione passa proprio da qui. Ricostruire gli atti, confrontare le consulenze e discutere le ipotesi investigative appartiene al lavoro giornalistico. Utilizzare ogni dettaglio privato per alimentare sospetti, senza prove e senza rispetto per le persone coinvolte, significa invece sostituire la ricerca della verità con la ricerca del pubblico.

A diciannove anni dal delitto, l’immagine di Chiara continua così a rischiare di scomparire dietro il caso che porta il nome della città nella quale viveva. Nel suo messaggio Bruzzone tenta di invertire questo processo: prima viene la ragazza, poi la sua famiglia e soltanto dopo tutto il resto.

«Orde di sciacalli convinte che un profilo social dia ogni diritto»

Nella parte conclusiva dello sfogo, Bruzzone parla di «sospetti costruiti a tavolino», «aggressioni» e «campagne di delegittimazione». Non si tratterebbe quindi di singoli eccessi, ma di una strategia capace di scegliere un bersaglio e sottoporlo a un attacco continuo, fino a trasformare la ripetizione di un’accusa nella sua apparente conferma.

La criminologa riserva le parole più taglienti allo sciacallaggio online e alle «orde di sciacalli convinti che un profilo social conferisca automaticamente il diritto di infangare chiunque». La possibilità di pubblicare un video, aprire una diretta o raggiungere migliaia di persone non attribuisce competenze investigative e non cancella la responsabilità per ciò che si sostiene.

Il caso Garlasco possiede tutti gli elementi capaci di alimentare questa deriva: una vicenda conosciuta da milioni di italiani, una condanna definitiva, una nuova indagine e due ricostruzioni incompatibili. Il vuoto tra ciò che la giustizia ha stabilito e ciò che la nuova inchiesta ipotizza diventa lo spazio nel quale proliferano sospetti, rivelazioni annunciate e verità fabbricate per il pubblico.

Nel giorno dell’anniversario, Bruzzone chiede implicitamente di fermare almeno per un momento questa macchina. Non per rinunciare alle domande o impedire alla magistratura di cercare nuove risposte, ma per ricordare che dietro ogni teoria esiste una famiglia e dietro il nome “Garlasco” continua a esserci Chiara Poggi.

Diciannove anni dopo il suo omicidio, la criminologa pronuncia quindi una frase che dovrebbe precedere ogni ricostruzione, ogni trasmissione e ogni intervento sui social: «Oggi il pensiero va prima di tutto a lei».


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Luca Arnau

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