C’è un’immagine del sovraindebitamento che resiste con sorprendente tenacia, ed è quella del consumatore che perde il controllo perché ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, accumulando vacanze che non poteva permettersi, acquisti inutili, carte di credito utilizzate con troppa leggerezza e finanziamenti contratti per inseguire uno stile di vita incompatibile con il proprio reddito. È una rappresentazione semplice, rassicurante persino, perché trasforma il debito in una conseguenza quasi morale delle scelte individuali e permette di tracciare una linea molto netta tra chi sarebbe stato prudente e chi, invece, avrebbe semplicemente esagerato. Il problema è che, almeno osservando i fascicoli di chi arriva davvero a una situazione di grave sovraindebitamento, quella fotografia sembra raccontare soltanto una piccola parte della storia.
Nel campione “Consumer” analizzato dal Centro Studi Legge3.it nel suo Report Speciale Ufficio Stampa – Indebitamento Consumer e Finanziamenti Flash, elaborato nel luglio 2026, l’88,7% dei fascicoli presenta infatti utenze non pagate o altri arretrati tra le cause che hanno contribuito alla formazione del debito. Non sono il viaggio, la borsa costosa o l’ultimo smartphone a dominare la traiettoria che porta una famiglia verso l’insolvenza, ma qualcosa di molto meno spettacolare e molto più difficile da eliminare dal bilancio domestico: luce, gas, affitto e spese necessarie alla vita quotidiana.
La distinzione è importante perché cambia il significato stesso di strumenti come prestiti personali, cessioni del quinto, carte revolving e finanziamenti istantanei. Prodotti nati per anticipare un consumo o dilazionare un acquisto finiscono, nei casi più fragili, per diventare una forma impropria di welfare familiare, un piccolo ammortizzatore finanziario privato utilizzato quando il reddito del mese non basta più a raggiungere quello successivo. Non si prende denaro a prestito per comprare qualcosa in più, ma per evitare di perdere qualcosa di essenziale.
Quando il credito diventa un modo per arrivare alla fine del mese
Il fenomeno emerge con particolare evidenza guardando alla struttura dei debiti analizzati da Legge3.it. L’esposizione media complessiva del debitore consumer considerato dal report raggiunge i 243.381 euro, cifra nella quale confluiscono naturalmente passività molto diverse tra loro, da quelle fiscali a quelle bancarie e finanziarie, mentre il credito al consumo rappresenterebbe all’incirca un quinto della massa passiva.
La cifra complessiva, da sola, rischia però di trarre in inganno, perché il sovraindebitamento raramente nasce da un’unica scelta catastrofica. Più spesso procede per stratificazione: una rata già esistente incontra una bolletta che non può essere rinviata, il conto corrente non basta, arriva un nuovo prestito, poi una seconda esposizione, mentre interessi e scadenze iniziano lentamente a consumare quella quota di reddito che avrebbe dovuto servire alle spese ordinarie.
Nei fascicoli esaminati, la cessione del quinto o la delega di pagamento compare nel 38,7% dei casi, mentre le carte revolving sono presenti nell’11,7%. Nel solo credito al consumo, i prestiti personali costituiscono di gran lunga la componente prevalente, con l’84,9%, seguiti dalla cessione del quinto con il 14,5%; revolving e formule assimilabili ai finanziamenti flash pesano molto meno in termini di importi complessivi, ma il loro significato diventa interessante proprio quando si osserva come vengono utilizzati.
La carta revolving ne è forse l’esempio più immediato. Se il suo peso viene calcolato sull’intero campione consumer, l’importo medio appare quasi irrilevante, circa 187 euro; considerando però soltanto i fascicoli nei quali questo tipo di carta è realmente presente, l’esposizione media sale secondo Legge3.it a circa 2.480 euro. È qui che la piccola rata mensile mostra la sua ambiguità: sembra sostenibile se osservata da sola, ma può diventare problematica quando si aggiunge a un prestito personale, a una cessione del quinto, a un arretrato fiscale e a spese familiari che continuano a presentarsi ogni mese.
Il contesto più generale mostra del resto quanto il credito al consumo sia ormai una componente strutturale della vita economica delle famiglie. I dati della Banca centrale europea indicavano alla fine del 2025 oltre 131 miliardi di euro di credito al consumo alle famiglie italiane detenuto dalle istituzioni finanziarie monetarie, mentre Banca d’Italia ha rilevato nel primo semestre dello stesso anno un aumento della domanda di finanziamenti delle famiglie in tutte le macroaree del Paese, sia per l’acquisto di abitazioni sia per finalità di consumo; contemporaneamente, proprio per il credito al consumo, le condizioni di offerta erano diventate più restrittive, soprattutto nel Mezzogiorno.
La geografia delle bollette non pagate
Anche la distribuzione territoriale dei fascicoli di Legge3.it restituisce un fenomeno molto più legato alla fragilità economica quotidiana che all’eccesso di consumi. Tra le otto regioni con il maggior numero di pratiche analizzate, in Lazio, Puglia e Campania il 100% dei casi mappati presenta utenze o arretrati, percentuale che raggiunge il 93,3% in Toscana, il 90,6% in Lombardia, il 90% in Piemonte e l’87,5% in Emilia-Romagna. Il Veneto si colloca più in basso, al 60%.
Sono percentuali che vanno lette con cautela, perché si tratta di un campione proprietario composto da persone che si sono rivolte a una realtà specializzata nella gestione del sovraindebitamento, e non di un’indagine statisticamente rappresentativa della popolazione italiana. Anche le numerosità regionali sono molto differenti: 64 fascicoli in Lombardia, 40 in Veneto, 33 nel Lazio, 30 in Piemonte, fino ai 10 della Campania. Non autorizzano quindi a dire che nove famiglie italiane su dieci non riescano a pagare le bollette, ma mostrano con grande chiarezza qualcosa di diverso e altrettanto significativo: tra chi è già arrivato a chiedere aiuto per una grave situazione debitoria, gli arretrati sulle spese essenziali sono una costante molto più frequente delle spese voluttuarie.
Ed è forse proprio questa la parte più interessante del fenomeno, perché obbliga a separare il problema del sovraindebitamento da quello, assai diverso, dell’acquisto compulsivo. Una persona può indebitarsi perché consuma troppo, naturalmente, e casi di questo tipo esistono; ma può anche indebitarsi perché il suo reddito ha smesso di essere sufficiente a coprire contemporaneamente tutte le spese obbligatorie, e ogni nuovo finanziamento acquistato per guadagnare qualche mese di respiro finisce per sottrarre una quota ulteriore al reddito futuro.
Il quadro diventa ancora più comprensibile se lo si mette accanto agli indicatori sulle condizioni economiche delle famiglie. Secondo l’ultimo aggiornamento Istat, pubblicato nell’aprile 2026, nel 2025 il 22,6% della popolazione italiana, circa 13,3 milioni di persone, risultava a rischio di povertà o esclusione sociale. Il dato è migliorato rispetto al 23,1% registrato nel 2024, ma resta sufficientemente elevato da mostrare quanto ampia sia la fascia di popolazione nella quale anche una variazione relativamente modesta del reddito o delle spese possa alterare gli equilibri familiari.
Il miglioramento degli indicatori medi, infatti, non significa che sia scomparsa la vulnerabilità. Istat rileva inoltre che nel 2024 il 5,1% della popolazione si trovava in una situazione di grave sovraccarico dei costi dell’abitazione, un indicatore particolarmente utile quando si cerca di capire perché affitti e utenze possano trasformarsi nel primo anello di una catena debitoria.
È dentro questa fascia di equilibrio instabile che un prestito può cambiare natura. Il finanziamento contratto inizialmente per acquistare un’automobile o un elettrodomestico convive con l’aumento dell’affitto, con una separazione, una perdita temporanea del lavoro, una diminuzione delle entrate familiari o semplicemente con una serie di spese impreviste; quando il margine si azzera, la possibilità di ottenere denaro velocemente diventa un modo per spostare il problema nel tempo.
Gianmario Bertollo, fondatore di Legge3.it, sintetizza proprio in questo passaggio il risultato dell’analisi: nei fascicoli osservati, il finanziamento lampo o la carta revolving smettono spesso di essere strumenti legati all’acquisto per diventare il mezzo con cui una famiglia prova a restare a galla, mentre rate singolarmente modeste, una volta accumulate, contribuiscono a rendere il debito sempre più difficile da governare.
Il paradosso della rata piccola
È anche il motivo per cui la dimensione apparentemente rassicurante dei nuovi strumenti di pagamento può diventare ingannevole. Una rata da poche decine di euro sembra avere un impatto minimo sul bilancio mensile e, presa isolatamente, probabilmente lo ha; il problema nasce quando quella promessa di leggerezza viene replicata più volte e si sovrappone a obbligazioni che non possono essere eliminate.
Il vero rischio, quindi, non è necessariamente il grande finanziamento assunto in un solo momento, ma la progressiva occupazione del reddito futuro. Cinquanta euro qui, cento euro là, una trattenuta sulla pensione o sullo stipendio, il saldo di una revolving che si trascina, un prestito personale già aperto: ogni operazione ha una propria logica e una propria sostenibilità apparente, finché la somma delle rate non lascia più abbastanza spazio per ciò che non può essere finanziato all’infinito.
È il punto nel quale il credito, da strumento che consente di anticipare una possibilità futura, rischia di trasformarsi nel contrario, perché una quota crescente dello stipendio dei mesi successivi è già stata promessa per pagare quelli precedenti.
Il sovraindebitamento non è una colpa da raccontare con gli stereotipi
In Italia esistono procedure specifiche per affrontare le crisi da sovraindebitamento dei soggetti che non possono accedere alle tradizionali procedure concorsuali, attraverso gli Organismi di composizione della crisi e gli strumenti oggi disciplinati dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza. Il Ministero della Giustizia mantiene il registro degli organismi deputati a gestire questi percorsi, nati proprio per dare una risposta alle situazioni nelle quali una persona non è più realisticamente in grado di far fronte alle proprie obbligazioni.
Prima ancora del problema giuridico, tuttavia, ne esiste uno culturale. Continuare a immaginare il sovraindebitato principalmente come qualcuno che non ha saputo controllarsi significa leggere con categorie vecchie una forma di vulnerabilità molto più complessa, nella quale il consumo resta presente ma può essere soltanto l’ultimo livello visibile di un bilancio domestico che aveva già smesso di funzionare.
I dati di Legge3.it non possono raccontare da soli l’indebitamento di tutte le famiglie italiane e sarebbe sbagliato utilizzarli in questo modo, ma raccontano bene la storia delle persone che sono già arrivate a un punto di rottura: quando quasi nove fascicoli su dieci contengono bollette, affitti o altri arretrati, il problema non è più capire che cosa quelle persone abbiano comprato, bensì perché abbiano avuto bisogno di indebitarsi per continuare a pagare ciò che non potevano smettere di comprare.
Ed è probabilmente questa la fotografia più inquietante della nuova fragilità economica: non una società che chiede prestiti per concedersi troppo, ma una parte delle famiglie che utilizza strumenti pensati per finanziare il consumo nel tentativo di finanziare la normalità.
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Rita Galimberti
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