Un sms per giustificare la propria assenza. Il cellulare lasciato nelle mani di un parente, che avrebbe persino risposto a una chiamata fingendosi Ferro. E, dall’altra parte, una traccia molto più difficile da depistare: il DNA. È uno dei passaggi più significativi che emerge dalle carte dell’inchiesta sul maxi assalto ai due furgoni portavalori Mondialpol avvenuto sull’A14, nel territorio di Macerata, il 27 ottobre 2025.

Dopo la ricostruzione dei collegamenti che gli investigatori ipotizzano tra soggetti provenienti dalle aree criminali cerignolana (clan Piarulli), foggiana (clan Moretti) e garganica (clan Lombardi-Scirpoli-La Torre), e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia già emerse nell’inchiesta, nuovi particolari riguardano la posizione di Luigi Ferro, 57 anni, detto “Gino di Brancia”, pregiudicato di San Marco in Lamis. Per gli inquirenti avrebbe cercato di costruire una copertura per nascondere la propria assenza dal territorio proprio nelle ore dell’assalto.

Il particolare più singolare è contenuto in un messaggio inviato la mattina del 27 ottobre dall’utenza di Ferro ad un uomo, indicato negli atti come collaboratore del sammarchese nella gestione della sua azienda. “Buongiorno scusami scendo più tardi che stò con il vomito e diarrea”.

Per gli investigatori, però, dietro quel messaggio ci sarebbe stato un vero e proprio depistaggio.

L’sms delle 6.06 e il sospetto degli investigatori

Il messaggio parte alle 6.06 del 27 ottobre 2025, diverse ore prima dell’assalto. Secondo la ricostruzione investigativa, a quell’ora Ferro si sarebbe già allontanato e non sarebbe stato lui a utilizzare il proprio apparecchio telefonico.

Il cellulare, sostengono gli inquirenti, sarebbe rimasto nella disponibilità di un parente.

Il riferimento a vomito e diarrea, nella lettura investigativa, sarebbe quindi servito a fornire una spiegazione apparentemente credibile al collaboratore, che sarebbe stato all’oscuro delle reali ragioni dell’assenza.

Un espediente che gli stessi investigatori, nelle carte, riconducono a un “teatrino” che sarebbe proseguito anche nelle ore e nei giorni successivi.

L’assalto sull’A14 con esplosivo e kalashnikov

Alle 17.30 dello stesso giorno, al chilometro 248+500 dell’A14 in direzione sud, nel territorio di Macerata, entra in azione un commando composto da più persone.

L’obiettivo sono due furgoni Mondialpol. Secondo gli atti, gli assalitori utilizzano esplosivo e armi ad alto potenziale di fuoco, tra cui AK-47, bloccando il tratto autostradale e sparando numerosi colpi.

Il piano, però, fallisce per la reazione di una guardia giurata, che risponde al fuoco e ferisce uno degli assalitori. Il commando è costretto alla fuga e abbandona diversi mezzi sull’autostrada.

Nell’immediatezza vengono arrestati i cerignolani Savino Pugliese, Giuseppe Rubbio e Savino Costantino, quest’ultimo indicato negli atti come l’uomo rimasto ferito durante il conflitto a fuoco.

Proprio Costantino, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stato abbandonato dai complici nei pressi del vivaio “Green Garden”, a Potenza Picena. Altri componenti del gruppo si sarebbero rifugiati temporaneamente all’interno di una struttura in legno, mentre un ulteriore nucleo sarebbe riuscito ad allontanarsi durante la notte a bordo di un furgone proveniente da Foggia.

La polizia va a casa di Ferro, ma lui non c’è

Poche ore dopo l’assalto, alle 23 del 27 ottobre, gli investigatori decidono di raggiungere l’abitazione di Ferro, a San Marco in Lamis, per effettuare una perquisizione. L’uomo non viene trovato.

Nell’abitazione è presente soltanto la convivente che riferisce agli investigatori che Ferro era uscito intorno alle 20.30 a bordo di una Jeep grigia per recarsi ad accudire alcune mucche gravide nella masseria in contrada Brancia.

Gli investigatori raggiungono anche quella zona. Controllano l’intera località, i casolari, i ruderi, le stalle e una seconda abitazione dell’uomo, indicata come “Tenuta Ferro”. Le verifiche durano circa un’ora. Di Ferro, però, secondo quanto riportato negli atti, “nessuna traccia”.

Gli investigatori sottolineano inoltre che, prima di accedere all’abitazione, avevano predisposto un servizio di osservazione dalle 19.45 alle 23 senza vedere l’uomo uscire dalla casa.

Nei pressi dell’abitazione risultavano invece regolarmente parcheggiati due veicoli indicati come in uso a Ferro.

Il telefono resta nel Foggiano, Ferro no

La convivente prova nel frattempo più volte a chiamarlo. Il telefono squilla ripetutamente, ma dall’altra parte non arriva alcuna risposta.

L’utenza di Ferro, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, aggancia celle telefoniche ricadenti nell’area di Apricena e San Marco in Lamis per l’intera giornata del 27 ottobre. Un dato che, apparentemente, avrebbe potuto collocare l’uomo nel Foggiano proprio mentre il commando entrava in azione nelle Marche.

È qui, però, che per gli investigatori entrerebbe in gioco il presunto stratagemma: il telefono sarebbe rimasto sul territorio mentre Ferro si sarebbe allontanato.

Una ricostruzione che gli inquirenti ritengono rafforzata da quanto avviene il giorno successivo.

Il presunto raggiro del parente

Il 28 ottobre dall’utenza di Ferro parte un altro messaggio indirizzato al collaboratore: “Buongiorno oggi no stò già giù”.

Nella stessa mattinata vengono registrati anche alcuni sms tra la convivente e il telefono di Ferro relativi alla preparazione di alcuni “panini”.

Secondo gli investigatori, proprio questo scambio avrebbe confermato il “teatrino”. Alle 8.10, infatti, Ferro viene fermato e condotto negli uffici di polizia e, stando agli atti, non avrebbe avuto con sé il proprio telefono cellulare.

Nonostante questo, dall’utenza continuano a partire comunicazioni.

Le successive captazioni avrebbero portato gli investigatori a individuare in un parente la persona che in quel momento utilizzava il telefono.

In una conversazione delle 9.23, secondo quanto riportato nelle carte, il parente risponderebbe inizialmente fingendosi Ferro, salvo poi interrompere la conversazione: “Ma mi senti? … pronto?”.

La prima conversazione nella quale gli investigatori sostengono di aver riconosciuto direttamente la voce di Luigi Ferro risalirebbe soltanto alle 7 del 29 ottobre. L’uomo aveva lasciato gli uffici della Questura di Foggia alle 20.30 della sera precedente.

Un sistema che sarebbe stato utilizzato anche a settembre

Secondo l’inchiesta, non sarebbe stata la prima volta.

Gli investigatori ritengono che una messinscena analoga fosse stata organizzata il 19 settembre 2025, data indicata negli atti come quella di un primo tentativo di assalto successivamente abbandonato per ragioni di opportunità.

Anche in quella circostanza, secondo le captazioni richiamate nelle carte, l’utenza telefonica di Ferro sarebbe stata utilizzata sempre dallo stesso parente.

Un elemento che, nella ricostruzione degli investigatori, rafforzerebbe l’ipotesi di una strategia studiata per separare la posizione fisica dell’uomo da quella del suo telefono e creare così una falsa rappresentazione dei suoi spostamenti.

Il DNA sul berretto

Se il telefono avrebbe dovuto rappresentare una sorta di alibi tecnologico, sono invece gli accertamenti scientifici a costituire uno degli elementi più pesanti indicati nelle carte dell’inchiesta.

Le analisi avrebbero individuato un profilo genetico attribuito a Luigi Ferro sulla superficie interna della calotta di un berretto.

Il copricapo, particolare tutt’altro che secondario nella ricostruzione accusatoria, sarebbe stato rinvenuto all’interno del furgone nel quale viaggiavano soggetti arrestati in flagranza.

Per gli investigatori si tratta di un elemento in grado di collegare Ferro ai mezzi coinvolti nell’operazione. La sua posizione, come quella degli altri indagati, dovrà naturalmente essere vagliata nelle successive fasi del procedimento e nel pieno contraddittorio con le difese.

Le altre tracce biologiche sulla scena

Ferro non è l’unico indagato che gli accertamenti scientifici avrebbero collegato alla scena dell’assalto.

Il DNA attribuito ad Andrea Baratto, 45enne foggiano, sarebbe stato individuato sull’imboccatura di una bottiglietta, mentre quello di Francesco Caggiano Scelsi, 58enne di Cerignola, sarebbe stato rinvenuto all’interno di una mascherina in silicone.

Per Savino Costantino vengono invece indicate tracce di sangue sull’asfalto autostradale e sul colletto di una tuta Tyvek.

Sono elementi che, secondo gli inquirenti, contribuiscono a ricostruire la composizione e i movimenti del gruppo entrato in azione sull’A14.

Mezzi rubati, targhe clonate e munizioni

Dagli accertamenti emerge inoltre quella che gli investigatori descrivono come un’organizzazione logistica particolarmente articolata.

Tutti i veicoli e motoveicoli impiegati nell’azione sarebbero stati di provenienza delittuosa, attraverso furti o rapine. Per eludere i controlli stradali e i sistemi automatici di lettura delle targhe sarebbero state utilizzate targhe clonate appartenenti a mezzi “puliti”, identici per marca e modello e intestati a proprietari del tutto estranei ai fatti.

All’interno di un autocarro Iveco sarebbero state inoltre trovate munizioni calibro 5,56 insieme a materiale logistico ritenuto funzionale all’assalto.

Dopo il fallimento del colpo, alcuni dei mezzi sarebbero stati incendiati e il commando si sarebbe diviso in più nuclei per tentare di sfuggire alle ricerche.

Un gruppo si sarebbe disperso a piedi nelle campagne adiacenti all’autostrada, raggiungendo il vivaio dove sarebbe stato lasciato Costantino. Per assicurarsi la fuga, alcuni componenti avrebbero poi portato via un furgone Iveco presente nella struttura. Altri si sarebbero nascosti temporaneamente in una casetta di legno, per essere successivamente recuperati dai complici.

Gli undici identificati nel Foggiano

Le attività investigative successive portarono la squadra mobile di Foggia a identificare altri undici soggetti nel territorio di Apricena.

Tra questi, oltre a Ferro, nelle carte vengono indicati Giuseppe D’Angelo (arrestato con Ferro, Baratto e Caggiano Scelsi), Michele Fatone, Xhuliano Daja, Tommaso Martino, Giuseppe Saccotelli, Francesco Caggiano Scelsi, Antonio Vincenti, Andrea Baratto, Michele Cristiani e Antonio Perdonò.

Il fascicolo inizialmente aperto presso la Procura della Repubblica di Foggia venne poi trasmesso alla Procura della Repubblica di Macerata, territorialmente competente per il luogo in cui era stato consumato il reato, e riunito al procedimento già pendente.

L’analisi delle utenze telefoniche, le intercettazioni, gli accertamenti sui mezzi e le comparazioni genetiche hanno quindi progressivamente allargato il quadro investigativo.

Dal presunto alibi telefonico alla traccia genetica

Nella posizione di Ferro resta soprattutto un contrasto che gli investigatori considerano particolarmente significativo.

Da una parte c’è un cellulare che rimane nel Foggiano, continua a comunicare e alle 6.06 del giorno dell’assalto invia persino un messaggio per giustificare l’assenza dell’uomo con “vomito e diarrea”. Dall’altra ci sono la mancata presenza di Ferro nella sua abitazione e nella masseria indicata dalla convivente e, soprattutto, il DNA che gli inquirenti sostengono di aver individuato su un berretto recuperato all’interno di uno dei furgoni collegati all’assalto.

Il presunto alibi costruito attraverso il cellulare sarebbe quindi entrato in rotta di collisione con gli accertamenti scientifici.

Un tassello ulteriore nell’inchiesta sul commando che il 27 ottobre 2025 trasformò un tratto dell’A14 in uno scenario da guerra e che, secondo la ricostruzione accusatoria ancora tutta da sottoporre al vaglio giudiziario, avrebbe riunito uomini provenienti da diverse aree del Foggiano per uno dei più imponenti assalti ai portavalori degli ultimi anni.

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Francesco Pesante

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