Se il primo capitolo del «Progetto Ranucci» è quello della costruzione del consenso, il secondo è quello della gestione dell’esplosione.

Dopo l’attentato del 16 ottobre 2025, l’inchiesta prende una direzione che porta gli investigatori fino a Valter Lavitola. Le perquisizioni del luglio 2026 cambiano anche il tono delle conversazioni intercettate.

L’uomo che nelle conversazioni precedenti appare come l’amico, il sostenitore e il consigliere politico di Ranucci si trova improvvisamente dall’altra parte dell’indagine.

Eppure, secondo quanto emerge dalle intercettazioni, continua a ragionare in termini di protezione dell’amico e di costruzione di una narrazione alternativa.

«Si dirà che Ranucci si è fatto l’attentato da solo?»

In una conversazione con Ranucci, che secondo la ricostruzione non sa di essere intercettato, Lavitola sembra mostrarsi stupito davanti alle accuse. 

Dice: «Ti pare una parola !!! non lo so ora ci penserò e voglio dire…non lo so..ma io gli ho detto lei si rende conto che con una questa cosa andiamo a finire su tutti i giornali e si dirà che Ranucci si è fatto l’attentato da solo?».

È una frase che assume un peso particolare perché arriva mentre Lavitola, che ha poi confessato di essere il mandante dell’attentato, è già coinvolto nell’indagine.

Il ragionamento sembra giocare su un paradosso: se l’attentato fosse stato organizzato per aiutare Ranucci, chi avrebbe mai creduto che proprio un suo amico potesse aver piazzato una bomba per favorirlo? Lavitola dirà poi agli investigatori di averlo fatto per aumentare la scorta dell’amico sotto attacco, ma queste intercettazioni – pur arrivando prima della confessione – sono utili a ricostruire il contesto.  

La stessa logica ritorna in un’altra conversazione, nella quale Lavitola racconta di avere suggerito agli investigatori di individuare un movente plausibile: «Io gli ho detto ‘senta comandante… lei ci scriva sopra il movente per il quale avrei fatto l’attentato a Ranucci, un movente ragionevole…’».

Poi arriva l’ipotesi surreale, ma neanche troppo visti gli sviluppi: «…io lo confesso, dico sì, ho fatto l’attentato a Ranucciper fargli del bene… si dirà che Ranucci si è fatto l’attentato da solo? Nessuno ci crederebbe mai che io ho fatto l’attentato a Ranucci… per aiutarlo, ho capito».

È il punto in cui, secondo la lettura investigativa, la logica del «Progetto Ranucci» viene quasi esplicitata.

L’attentato non avrebbe avuto come obiettivo la distruzione del giornalista, ma il suo rafforzamento.

«Aumentare esponenzialmente la popolarità»

In una conversazione con un collaboratore, Lavitola avrebbe descritto l’attentato proprio come uno strumento per intervenire sulle conseguenze degli attacchi subiti dall’amico.

Il fine, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stato quello di «porre rimedio agli attacchi e alle contestazioni subiti dall’amico» e di «aumentare esponenzialmente la popolarità».

È questo il punto più inquietante dell’intera vicenda.

La violenza non viene rappresentata come fine, ma come mezzo.

La bomba dovrebbe produrre un effetto politico e mediatico: fare di Ranucci una vittima, rafforzarne l’immagine, impedirne la rimozione dalla Rai e alimentare il consenso attorno a una figura che Lavitola aveva già immaginato, due anni prima, alla guida del Paese.

«E tra 2 anni fai il Presidente». Letta dopo l’attentato, quella frase del luglio 2024 assume un significato completamente diverso.

La difesa dell’amico come strategia

Nelle conversazioni successive alle perquisizioni compare anche il tema della difesa pubblica di Lavitola da parte di Ranucci.

Lavitola paragona la propria situazione a quella vissuta da Silvio Berlusconi: «Sarà la stessa cosa di Berlusconi».

La convinzione, secondo la ricostruzione contenuta negli atti, è che una presa di posizione pubblica di Ranucci a suo favore potrebbe cambiare la percezione della vicenda e rafforzare la sua posizione.

In questa prospettiva il rapporto personale diventa anche una relazione di reciproca utilità: Lavitola avrebbe lavorato per costruire il consenso attorno a Ranucci; Ranucci, secondo il ragionamento dell’amico, avrebbe potuto contribuire a proteggere Lavitola nel momento dell’indagine.

Ma c’è un ulteriore elemento.

La pista straniera

Nonostante l’indagine punti nella sua direzione, Lavitola continuerebbe a proporre a Ranucci una lettura diversa dell’attentato.

Nelle conversazioni, secondo gli investigatori, vengono evocate piste legate a servizi segreti stranieri e scenari internazionali.

Una narrazione alternativa che, nel quadro accusatorio, avrebbe avuto la funzione di spostare l’attenzione altrove.

È proprio questa sovrapposizione di piani — la bomba, la popolarità, la politica, la difesa personale e le possibili piste alternative — a rendere il caso molto più complesso di una semplice storia di intimidazione.

Un attentato come investimento politico

La ricostruzione degli inquirenti propone una lettura radicalmente diversa da quella di un attentato motivato dalla vendetta.

Secondo questa tesi, Lavitola avrebbe immaginato per Ranucci un percorso politico già prima dell’esplosione.

Prima i sondaggi, poi l’idea di una candidatura, quindi la trasformazione del giornalista in un personaggio capace di «sparigliare le carte».

Infine, sempre secondo l’accusa, la bomba.

Non per fermarlo, ma per renderlo ancora più forte, più popolare e renderne più difficile la rimozione.

È questa la tesi che emerge dalle carte e che dovrà ora confrontarsi con le prove raccolte dagli investigatori e con la posizione degli interessati.

Perché se l’impianto accusatorio dovesse trovare piena conferma, il caso Ranucci racconterebbe qualcosa di molto più inquietante di un attentato contro un giornalista.

Racconterebbe la storia di un uomo che avrebbe concepito la violenza come strumento di comunicazione politica e di un rapporto di amicizia nel quale protezione, consenso, ambizione e manipolazione sarebbero diventati indistinguibili.

La domanda, allora, non è soltanto chi abbia messo la bomba davanti alla villa di Torvaianica.

È perché qualcuno avrebbe potuto pensare che una bomba fosse il modo migliore per costruire un futuro politico.


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P. P. P.

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