Il Ferragosto, il giorno dopo…
Somiglia al risveglio che segue una notte brava: bocca impastata di sonno, testa che scoppia per qualche brindisi di troppo. Me la immagino così l’Italia di metà agosto, in uno dei giorni che detesto di più nel calendario, forse un gradino sotto il Carnevale, romano o ambrosiano che sia, che mi ripugna in modo viscerale fin da bambino.
In questa giornata di metà agosto (notte compresa) resto sempre chiuso in casa.
Non sopporto quella sensazione che la letteratura ha fissato per sempre nel risveglio di Pinocchio e Lucignolo, quando l’illusione del Paese dei Balocchi si dissolve e i due si scoprono asini, privati persino fisicamente della propria identità. Carnevale e Ferragosto mi respingono per la stessa ragione e lo dico, giuro, senza alcuna tirata moralistica: non mi hanno mai restituito quella sensazione di festa gioiosa e collettiva che invidio profondamente a chi riesce a viverla.
Eppure gli strumenti per vivere il Ferragosto li ho sempre avuti, e pure in abbondanza: una casa sul mare, un circolo di amici della villeggiatura che, ricordo da boomer, negli anni Ottanta e Novanta erano gli amici sui generis. Sì perchè senza internet, senza social, erano gli amici della stagione: li perdevo per nove mesi di scuola e li ritrovavo cresciuti insieme a me nei restanti tre mesi di sole e mare. Se poi erano “affittuari” occasionali non proprietari, non pochi di questi amici non li ho più incontrati.
Diventato adulto, gli inviti continuano ad arrivare — spiagge, grigliate, gavettoni, fuochi d’artificio propiziatori, chitarre intorno al fuoco. Non ci vado mai. Trovo scuse surreali, oppure lascio che qualcosa di più o meno urgente si frapponga provvidenzialmente tra me e il 15 agosto. Anno dopo anno questo rifiuto si ripete identico: più che un vezzo isolazionista costruito a tavolino, sembra un sentimento radicato, quasi ancestrale, tanto più singolare in una persona come me, estremamente estroversa, per nulla solitaria, incline per natura alla compagnia. Che cosa potrei fare per cambiarlo? Probabilmente nulla.
A Ferragosto mi dà tutto fastidio senza mai mostrarlo apertamente: uno che vorrebbe saltare dal 14 al 16 senza attraversare il 15. Un risentimento già crescente nei giorni precedenti per colpa della notte di San Lorenzo — altra puttanata cosmica insopportabile sulla quale potrei scrivere robe irripetibili per cui lasciamo stare. Un disagio, ripeto tutto mio, che si alimenta soprattutto osservando negli altri quella sensazione post-apocalittica successiva, tipo oggi, sedici agosto, il the day after, quando i fumi del barbecue si diradano e le bottiglie vuote vengono impilate e divise da plastica, carta e organico.
E ci si saluta con l’enfasi di un addio o monti manzoniano, come se l’estate fosse già alle spalle, finita con Ferragosto. Peraltro è l’errore tipico di noi siciliani: pensare che con Ferragosto finisca tutto, che non resti più estate da vivere. Per fortuna, lo sappiamo, non è così: al sud le settimane di settembre non hanno nulla da invidiare all’alta stagione, anzi — i colori del cielo e del mare si fanno, se possibile, ancora più intensi. Ma dal 16 in poi molti tornano a pensare alla scuola (ai miei tempi si chiedeva ai genitori di comprare zaino, diario e cancelleria…) o si pensa al lavoro, a un tran tran che in realtà non è ancora cominciato, mentre restano ancora fino a tre settimane buone di ferie da vivere. Ma perchè Ferragosto piace così tanto? Un mistero.
I social hanno poi definitivamente “collodizzato” la festa di mezza estate, rendendola ai miei occhi ancora più odiosa: l’hanno trasformata in qualcosa da rendere visibile, desiderabile, in una gara alla performance da mettere in bacheca o in vetrina. Se non fotografi la salsiccia sorridendo accanto a persone che non rivedrai per mesi e che, men che meno, sentirai al telefono — perché continuiamo a telefonare, poi? — allora non stai vivendo davvero: bisogna produrre, magari con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, prove della propria esistenza, come se essere biologicamente vivi non bastasse senza una ratifica esterna.
A rafforzare questo cortocircuito arrivano quest’anno numeri che mi hanno profondamente rattristato e incupito: metà Italia, il 53%, non ha potuto — non voluto — permettersi le vacanze, schiacciata dal carovita e dai rincari nei comparti chiave della stagione: carburante, ristorazione, servizi, alloggi. Un mondo che vive prima e dopo gli schermi, che magari non ha nulla da raccontare se non i sacrifici e le scelte di bilancio rispettate fino in fondo, dove si devono quadrare i conti e stabilire una gerarchia di priorità. Le fa da contraltare una fetta consistente del paese che continua a postare vacanze nonostante le tasche vuote: sono( una new entry) le vacanze a rate, giorni di svago sostenuti con le cambiali dei tempi moderni. Non scherzo: nei primi cinque mesi del 2026 Facile.it e Prestiti.it hanno censito circa 170 milioni di euro erogati in prestiti personali destinati a viaggi e vacanze — una cifra che segna in realtà un calo rispetto agli oltre 200 milioni dello stesso periodo del 2025, ma che conferma comunque un trend di fondo: la quota di prestiti richiesti per le ferie è cresciuta del 42% dal 2019 a oggi. L’importo medio si aggira sui 5.400 euro, spalmati su 50 rate da circa 132 euro l’una.
Non giudico chi fa questa scelta: mi limito a immaginare come ci si senta al rientro a casa, dopo aver acceso un debito per una manciata di stories su Instagram, solo per dimostrare di essere vivi dentro l’ecosistema social. Eppure restiamo vivi anche quando nessuna piattaforma lo certifica: nessun like può arrogarsi quel compito. Non punto il dito su nessuno ma sapete che c’è? Per prudenza, mi tengo stretto il mio disgusto per Ferragosto.
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Giuseppe Trapani
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