Se un cittadino italiano scopre domani che il proprio comune non raccoglie più la spazzatura sotto casa ha a disposizione più o meno gli stessi strumenti che aveva quindici anni fa: un gruppo Facebook, una segnalazione che si perde in un modulo online, uno sfogo che produce like ma nessuna risposta. Nel frattempo, a poche centinaia di chilometri, nelle stesse settimane, vengono investiti centinaia di miliardi di dollari per addestrare modelli capaci di scrivere codici, diagnosticare malattie, prevedere il traffico di un’intera città. È questa la sproporzione da cui vale la pena partire per parlare di intelligenza artificiale e democrazia: non tanto l’assenza di regole, quanto l’assenza di un investimento pubblico che metta la tecnologia al servizio della partecipazione civica, mentre il mercato corre altrove.
Il 2 agosto entra in applicazione generale l’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (UE 2024/1689). È la data che chiude, almeno sulla carta, la fase transitoria aperta nel 2024, e che porta con sé gli obblighi di trasparenza dell’articolo 50: chi interagisce con un sistema di IA deve poterlo sapere. In Italia il Consiglio dei ministri ha già approvato, lo scorso 10 giugno, i due decreti attuativi della legge 132/2025, che rendono il nostro Paese il primo Stato membro ad avere un impianto normativo nazionale pienamente allineato al regolamento europeo. Sulla carta, dunque, l’Europa e l’Italia arrivano a questo appuntamento con gli strumenti in ordine.
Ma la questione da sollevare non riguarda il dubbio che l’intelligenza artificiale non sia regolata a sufficienza. Ma è se la democrazia, come sistema di partecipazione e non solo come cornice di regole, si sia mai davvero misurata con la rivoluzione tecnologica in corso. E qui la risposta è meno rassicurante.
C’è un tema che attraversa da mesi il dibattito pubblico su questi argomenti, e che vale la pena mettere a fuoco: la sproporzione tra la velocità con cui si sviluppa la tecnologia e la lentezza con cui si adeguano le istituzioni che dovrebbero governarla. È un problema strutturale, non contingente. L’AI Act nasce nel 2024, entra in vigore progressivamente tra il 2025 e il 2026, e già a metà del suo percorso applicativo la Commissione ha dovuto presentare un pacchetto di semplificazione, il Digital Omnibus, per correggere le distorsioni emerse nei settori industriali regolamentati, dalla manifattura all’automotive ai dispositivi medici. Nel frattempo, i modelli di intelligenza artificiale generale hanno continuato a evolvere a un ritmo che nessun ciclo legislativo, per quanto rapido, può seguire in tempo reale.
Questo non è un argomento contro la regolazione, che resta necessaria: sui contenuti generati artificialmente, sulla profilazione, sui sistemi ad alto rischio applicati a lavoro, sanità, giustizia, le regole servono, e i decreti italiani vanno in questa direzione, vietando esplicitamente, per esempio, la sorveglianza biometrica di massa attraverso lo scraping non mirato del web, e stabilendo che un licenziamento fondato sul solo trattamento automatizzato è nullo. È però un argomento per dire che la regolazione, da sola, arriva strutturalmente dopo. Rincorre. E una democrazia che si limita a rincorrere, senza costruire una propria capacità propositiva sull’uso della tecnologia, gioca in difesa su un terreno che cambia più velocemente di lei.
Il punto più interessante emerso di recente nel dibattito pubblico, anche grazie a un’intervista circolata negli ultimi giorni a Marco Cappato, non riguarda tanto l’assenza di regole quanto lo squilibrio degli investimenti. La quasi totalità dei capitali mondiali destinati all’intelligenza artificiale, cifre ormai comparabili al PIL di intere nazioni, ha finalità commerciali o di controllo. Pressoché nulla è destinato a un uso della tecnologia come servizio pubblico, come infrastruttura di partecipazione democratica.
È un’osservazione che si può condividere anche senza sposare l’impianto più movimentista da cui talvolta viene accompagnata. Non serve immaginare un’alternativa anarchica al modello di mercato per riconoscere che esiste un vuoto: gli Stati europei, se si coordinassero, avrebbero a disposizione patrimoni di dati pubblici, sanitari, giudiziari, anagrafici, di dimensioni che nessuna piattaforma privata possiede. Il problema non è che questi dati siano irrimediabilmente nelle mani di Big Tech. È che gli Stati, quando li raccolgono, spesso non li usano, e quando li usano non sanno valorizzarli in termini di servizi ai cittadini. È una critica che si può leggere in chiave liberale, non necessariamente movimentista: significa che il tema non è la nazionalizzazione dei dati o l’ostilità pregiudiziale al mercato, ma la capacità dello Stato di essere un attore tecnologicamente competente, capace di offrire un’alternativa credibile e non punitiva. Un’infrastruttura pubblica dell’intelligenza artificiale non è in contraddizione con un mercato dell’IA dinamico e competitivo. Ne è, semmai, la precondizione perché quel mercato non diventi l’unico spazio in cui si esercita il potere.
Qui si arriva al cuore del problema. Il dibattito pubblico italiano ed europeo sull’intelligenza artificiale si è concentrato, negli ultimi due anni, quasi esclusivamente sulla dimensione del contenimento del rischio: deepfake, disinformazione, polarizzazione, sorveglianza biometrica. È un lavoro necessario, e i decreti attuativi italiani ne sono un esempio concreto. Ma se il perimetro dell’azione pubblica si esaurisce nel vietare, nel sanzionare, nel limitare, la partita è persa in partenza. Perché nel frattempo l’infrastruttura dominante dell’intelligenza artificiale, quella su cui centinaia di milioni di cittadini europei interagiscono ogni giorno, resta pensata per catturare l’attenzione, vendere, profilare. Non esiste, se non in forma locale e frammentaria, un’infrastruttura digitale pensata per rafforzare la partecipazione civica, l’accesso ai servizi pubblici, l’esercizio dei diritti democratici. La proposta di una intelligenza artificiale civica, di cui si discute in ambito europeo, prova a colmare esattamente questo vuoto: non un’alternativa ideologica al mercato, ma un investimento pubblico mancante.
C’è poi una dimensione geopolitica che rende la questione ancora più urgente per l’Europa. I modelli di frontiera sono ormai considerati, da chi analizza gli equilibri di potere globali, alla stregua di asset strategici, paragonabili ai semiconduttori o alle tecnologie nucleari nel secolo scorso. In questo scenario, un’Unione europea che si limita a fare da autorità di vigilanza su tecnologie sviluppate altrove, senza costruire una propria capacità industriale e pubblica, rischia una forma di dipendenza strutturale che nessuna norma, per quanto ben scritta, può correggere a posteriori. La sovranità tecnologica, in questo senso, non è uno slogan ma una precondizione della sovranità democratica.
Per la politica italiana questo significa due cose. La prima è che il traguardo del 2 agosto non va letto come un punto di arrivo, ma come l’inizio della fase più delicata: quella in cui si misura la reale capacità delle autorità nazionali, AgID e Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale in testa, di far rispettare regole scritte per soggetti che dispongono di risorse tecniche e finanziarie spesso superiori a quelle di chi dovrebbe controllarli. La seconda è che la competenza regolatoria, per quanto solida, non sostituisce una visione politica su cosa lo Stato voglia fare con la tecnologia, non solo su cosa voglia vietare.
È una distinzione che vale la pena ribadire proprio da una prospettiva liberale: la fiducia nelle istituzioni democratiche non si ricostruisce moltiplicando i divieti, ma dimostrando che lo Stato sa essere competente quanto il mercato che intende regolare. Altrimenti il rischio non è tanto che l’intelligenza artificiale distrugga la democrazia, quanto che la democrazia si consegni, per pura assenza di alternative, a un’infrastruttura tecnologica che non è stata pensata per servirla.
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Ilaria Donatio
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