Levi ad Aliano, prima parte


Negli anni della mia giovinezza, negli ambienti più o meno alfabetizzati e di sinistra, si sentivano più i nomi di Levi e Scotellaro che Avemarie. Rocco, Don Carlo? Azz! Li chiamavamo per nome come se fossero comparielli nostri e bastava evocarli per sentirsi sulla giusta strada della politica e dello stare al mondo. Quando poi lo stesso Levi sceneggiò,  con Tonino Guerra e Raffaele La Capria, il romanzo del suo “esilio” lucano, il film  di Francesco Rosi con Gian Maria Volontè diventò per molti un chiaro indizio, l’annuncio e un primo assaggio del nuovo che aspettavamo. Un “nuovo” quanto mai vago. A pensarci adesso, ma allora! Più in là con gli anni, smaltita, più o meno, l’infatuazione parolaia per personaggi e situazioni importanti per la Lucania e volendo dare un minimo di fondatezza al gran parlare di meridionalismo , cominciai ad appassionarmi alla sua storia. A quella basata sui documenti e sul loro esame critico.  E mi resi conto della straordinaria perspicacia mostrata dall’antifascista torinese nel leggere vicende e dinamiche delle realtà incontrate nei pochi mesi del suo confino fra Grassano e Aliano. Certe sue considerazioni e annotazioni sembravano infatti ricavate direttamente dalla lettura di relazioni e segnalazioni che con cadenza quasi quotidiana si scambiavano podestà, carabinieri, questura, prefettura. Suggestionato da simili impressioni, una quindicina di anni fa decisi di andare a “guardare le carte” su Aliano fra primo e secondo dopoguerra conservate dall’Archivio di Stato di Matera per capire fino a che punto Levi fosse stato assistito dalle sue doti da sensitivo e quanto aveva invece dovuto “inventare” per amor di letteratura, magari esagerando certe magagne dei don.  I risultati di quell’immersione nello stagno dell’Aliano fascista e donluiginesca sono riportati nell’articolo pubblicato su “Basilicata Regione i Notizie” nel lontano 2011. Giustamente sono stati ignorati dalle ricerche accademiche “serie” che si sono succedute nel corso degli anni. Su questo nessuna sorpresa. Ciò che mi sorprese allora fu lo scoprire che con tutto il Levi di qua e Levi di là che si faceva, nessuno, dico nessuno, si fosse preso il disturbo di andare a spolverare quelle carte. Chi va per archivi fa presto a capire se determinati materiali sono stati compulsati. Il pacco su Aliano non era mai stato aperto da nessuno e questo non mi sembrò molto serio ! Chi sa se qualcuno l’ha poi fatto in seguito.  Sia come sia, ripropongo qui quell’articolo dove ci sono anche i riferimenti archivistici per chi voglia capire di persona che aria tirava ad Aliano durante il ventennio.

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Aliano e i suoi protagonisti. Il racconto, tra storia e letteratura, dal dopoguerra alla caduta del fascismo

Dalla documentazione archivistica al Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi. Lo “sguardo straniero” dell’autore e gli scritti pubblici e privati di personaggi dell’epoca mettono in luce la miseria morale e culturale della borghesia meridio-nale, raccontando lo sfruttamento che praticava a danno dei contadini. A scri-vere e ad essere citati negli scritti sono i notabili dell’epoca mentre la comunità, confinata sullo sfondo, si fa sentire solo nei momenti più drammatici  .

Giunto come una divinità in incognito all’isola fra i burroni chiamata Aliano, Car-lo Levi, il medico e pittore torinese che nel 1935 il regime aveva condannato a tre anni di confino in Lucania per attività antifascista, attribuirà alle sue “terre nascoste” il merito d’averlo fatto umano |1|. Si adottarono, in tempi e con modalità diverse, a vicenda.  Indubbiamente la fascinazione che gli venne da quell’Italia immersa in un tempo arcaico fu tema costante della sua arte e sprone al successivo impegno meridionalistico. È altrettanto certo che nessuno meglio e più di lui ha fatto conoscere la Lucania al mondo poiché l’ondata d’interesse sollevata da Cristo si è fermato a Eboli rese la regione un caso studio di rilievo internazionale. D’altra parte il romanzo fu una rivelazione per gli stessi lucani che, come dimostrarono con le grandi lotte per la terra del secondo dopoguerra, non furono più gli stessi. Ma – chiediamoci – occorreva lo “sguardo straniero” di Levi per mettere a nudo la miseria morale e culturale della borghesia meridionale e raccontare lo sfrut-tamento che praticava a danno dei contadini? Non ne avevano già parlato, con passione e onestà Fortunato, Nitti, Dorso, Salvemini e Gramsci e, ancor prima, liberali della Destra Storica come Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti? Evidentemente sì, ci voleva un uomo “così libero dal proprio tempo, così da esso esiliato” per vedere e narrare, passando dalla cronaca minuta alla riflessione sto-rica e alle annotazioni antropologiche, come le cose accadevano ad Aliano |2|. I meridionalisti avevano denunziato la condizione dei contadini invocando a loro difesa il potere dello stato, il Cristo poteva essere capito anche dai contadini. A renderlo politicamente più efficace delle inchieste e dei pregevoli studi di età liberale, fu l’aver messo in primo piano, all’interno della questione meridionale, la questione contadina. Per questo Rocco Scotellaro poté leggerlo ai braccianti che ebbe a compagni di cella nel carcere di Matera. Nel “memoriale” leviano si parlava di Don Luigino, di medicaciucci e brigadieri, di Giulia la Santarcangiolese e della povera Parroccola e i carcerati lo capivano perché ognuno conosceva nel proprio paese personaggi del genere. E per lo stesso motivo il Cristo divenne popolarissimo – racconterà Levi in Tutto il miele è finito – anche fra i pastori sardi |3|.

Questo studio propone una rivisitazione di Aliano dal primo dopoguerra alla caduta del fascismo basata sulla documentazione archivistica. Come si vedrà, nonostante un arco temporale assai più ampio del periodo di confino dello scrittore (dal 18 settembre 1935 al 25 maggio 1936), i soggetti che vi si incontrano sono meno numerosi di quelli della narrazione leviana. La cosa non deve sorprendere dal momento che lo scrittore si interessa all’intera comunità mentre prefettura e questura fanno riferimento solo ai notabili che la amministrano o vorrebbero amministrarla. Siamo del resto in un paesino in cui, tipicamente, a occupare di prepotenza la scena, a scrivere e ad essere citati negli scritti, sono il podestà, il segretario del fascio, il medico, il farmacista, il comandante della stazione carabinieri e, per lo più sotto la forma dell’anonimato, qualche loro avversario mentre la comunità, confinata sullo sfondo, si fa sentire solo nei momenti più drammatici.  Nelle carte d’archivio i protagonisti delle vicende alianesi si raccontano in prima persona. Primo fra tutti il podestà Luigi Garambone; a seguire i suoi avversari e protettori. Gli ampi stralci di interventi che qui si riportano avrebbero dovuto smentire il giudizio negativo che se ne dà nel Cristo, ma non si direbbe che lo facciano. Al contrario queste carte arricchiscono la casistica delle loro malefatte e confermano la straordinaria capacità di interpretare caratteri, vicende e logiche di potere presto raggiunta dal confinato Levi. Il meno che si può dire di quanti, quando il suo Cristo fu pubblicato e venne considerato dalla critica una “veristica rappresentazione del reale”, lo accusarono di mistificazione e denigrazione dell’intera comunità e si appellarono ai suoi sentimenti campanilistici per condannarlo, è che avessero la memoria corta |4|.

Una memoria che è stata avvalorata ai giorni nostri da alcuni studi che hanno cercato di mitigare quei giudizi presentandoli come un artificio narrativo: il po-destà Magalone, ad esempio, sarebbe stato così presentato “ riguardo all’aspetto umano e professionale, perché meglio fosse rimarcata la sua negatività sul piano politico” e neppure i due medicaciucci sarebbero stati così ignoranti |5|.  Lo scrittore aveva ben chiari i processi che s’erano avviati subito dopo l’Unità con la diffusione in tutta l’Italia meridionale della speranza che la suddivisione delle proprietà ecclesiastiche e demaniali avrebbe dato la terra ai contadini e creato l’equilibrio sociale necessario allo sviluppo del paese. In Basilicata più che altrove, aveva scritto Canio Chiummiento con l’ironia e l’efficacia di sempre, «il sorriso della speranza fece balzare di gioia tutti i cuori e ci furono dei pomeriggi festivi dedicati completamente alla glorificazione della fiasca per festeggiare l’epoca prossima della cuccagna in cui ogni contadino avrebbe avuto il suo palmo di terra al sole» |6|. Al miraggio seguì la delusione: i beni della Chiesa, suddivisi in grandi lotti, furono venduti, in un clima di violenza e corruzione, a cifre irrisorie a chi controllava i municipi, a prezzi rovinosi agli altri. L’operazione non portò alla formazione di un ceto medio contadino, ma prosciugò i capitali esistenti ed ipotecò, con i pagamenti rateali, quelli futuri. Fu così che, coltivate senza investimenti e sfruttate selvaggiamente per qualche anno, le nuove proprietà si rivelarono un cattivo affare e furono rivendute a prezzi inferiori a quelli d’acquisto favorendo l’ulteriore concentrazione del latifondo.

Altrettanto rovinosa fu la politica di lavori pubblici di quegli anni. In assenza di una visione d’insieme delle linee di sviluppo da dare al territorio, si costruirono alcune strade, frettolosamente e con enorme spreco di capitali, al “solo scopo di mettere in valore il fondo del signor tale o dare al signor tal’altro la comodità di giungere in carrozza al proprio podere” |7|. Qualche appaltatore si arricchì, i bilanci dei Comuni furono caricati di debiti, ma le loro popolazioni per mancanza di collegamenti fra i vari centri, restarono, ebbe a notare Zanardelli nel 1902, come straniere le une alle altre |8|.

E materialmente immutata dai tempi di Zanardelli troviamo Aliano nel primo dopoguerra. Il suo territorio è attraversato solo da mulattiere e chi arriva dalla strada nazionale della Val d’Agri, dovrà guadare, se la stagione lo permette, il fiume Sauro e inerpicarsi poi per un paio di ore fra i calanchi per raggiungerla. Buona parte dello stesso abitato, situato su un piccolo pianoro, è costantemente minacciato dalle frane e dai burroni che l’attorniano. Una ventata di novità sembra invece scuotere il paesino – che con i suoi 1597 abitanti ha dato alla Grande Guerra una settantina di combattenti e non ne ha visti più tornare diciannove – sul piano politico |9|. Nel 1919 un gruppo di reduci assume la guida del comune e, con i fondi ricavati dalla liquidazione delle po-lizze statali, crea la cooperativa di consumo e spaccio “Progresso Alianese”. Ben presto però la nuova amministrazione deluderà le aspettative di rinnovamento e il sindaco e il suo vice saranno indagati per interesse privato in atti d’ufficio e frode nelle pubbliche forniture.  Considerati padroni assoluti della situazione, i due sono accusati di scorrettezze nella distribuzione del grano e nella gestione della cooperativa e di mancanza di iniziative a tutela dell’igiene e della stabilità dell’abitato. Gli altri consiglieri sono considerati invece degli incapaci ai quali l’inquirente si sente autorizzato a rivolgersi in questi termini: Voi potete essere dei buoni artigiani, dei laboriosi contadini e degli ottimi agricoltori, ma siete incapaci di amministrare la cosa pubblica, non siete atti a governare un Comune che, per la evoluzione dei tempi attuali il Comune e massime il rurale, ha bisogno oggi più che mai di pace, di raccoglimento, di fermezza e di serietà. Voi non avete dato né date di tutto ciò buona prova, anzi (sic) pessima. […]   Date lAmministrazione Comunale ad altre persone esperte, intelligenti e preveg-genti che in Aliano non mancano e voi, consiglieri comunali di Aliano, ritornate alle vostre case, dedicatevi all’amministrazione della famiglia dalla quale l’am-ministrazione del Comune trae la base naturale ed organica, formatevi l’educa-zione civile, il criterio amministrativo e poi tornate alla pruova e sarete dei buoni consiglieri. Allora potrete scegliere un Capo al Comune che sappia ben dirigere l’amministrazione e [sia] ben accetto ai cittadini, perché il Sindaco con i suoi atti, con il suo esempio, coadiuvato da un consiglio di persone sagge disinteressate e benestanti, formeranno il progresso e la Civiltà di Aliano |10|.”

La citazione è stata lunga, ma valeva la pena riproporla perché, a parere di chi scrive, rende bene lo spirito dei tempi. Mentre nel paese si sta facendo strada il fascismo, non è più tollerabile, sembra affermare questo modesto funzionario prefettizio, continuare con la commedia della finta democrazia. La marea del voto contadino che con il suffragio universale avrebbe, a parere di Gaetano Salvemini, affogato la piccola borghesia meridionale togliendole il monopolio sulla vita politica, non si era mai sollevata e il diritto di voto concesso alle classi popolari non aveva reso l’Italia un paese più democratico |11|. Anzi l’avanzamento delle istituzioni politiche non solo non era riuscito a far uscire la sua società civile dall’arretratezza, ma l’aveva ricoperto, per così dire, di un vestito politicamente troppo grande per il paese reale e di ciò aveva approfittato il fascismo |12|. Quanto alla piccola borghesia, con il suffragio universale diventa sempre più rissosa e demagogica nel disputarsi i voti dei nuovi elettori, ma riesce a mantenere sostanzialmente il potere di prima. In Basilicata, più saldamente che mai, il controllo dei municipi rimane nelle sue mani anche quando la maggioranza dei consiglieri è formata da contadini. E i funzionari governativi ben distinguono nel relazionarne i padroni delle situazioni dai “consiglieri contadini” messi a far numero.

Il sindaco di Aliano si difenderà dalle accuse di scarsa tutela dell’igiene e del consolidamento dell’abitato sostenendo che le opere a loro presidio – l’acquedotto, il muro di cinta e la cappella mortuaria del cimitero, i muraglioni a difesa dalle frane – si erano rivelate mal fatte già al momento del collaudo. Vero o no che fossero le accuse, sia lui che il suo vice restano in carica anche ben oltre la marcia su Roma (28 ottobre 1922) assumendo rispettivamente nel 1926 la carica di podestà e commissario prefettizio. Con grave disappunto di Luigi Garambone, il leviano Don Luigino, che li accusa di trascorsi nittiani e di non essere neppure iscritti alla locale sezione del fascio della quale lui era stato, nel 1923, uno dei fondatori |13|.                                       Dalle indagini risulterà vero che i due erano stati, come la maggioranza dei lucani, nittiani, ma dal 1919 non le erano più, e che della mancata iscrizione al fascio era responsabile lo stesso Garambone che vi si era opposto. Per meglio seguire le vicende alianesi si rende a questo punto necessario accennare al particolare carattere assunto dal fascismo in Lucania.

Dopo qualche tentativo fatto durante le elezioni dell’aprile 1921 con la creazio-ne – denuncia Nitti a Giolitti – di “fasci di combattimento dove non è né meno traccia di socialismo, ma credendo di creare avversioni a me”, nei paesi lucani il fascismo faticherà ad attecchire |14|.

Dei 121 comuni che allora conta la regione, solo a Matera il fascio nasce – per dissolversi dopo qualche mese – nella fase squadristica, precisamente nel gen-naio 1921. Nelle cittadelle rosse di Irsina e Rionero sorge pochi giorni prima della marcia su Roma. In tutti gli altri comuni compare solo dopo il 28 ottobre 1922. A ragione quindi il direttore del foglio nittiano “La Basilicata” scriverà scritto con amara ironia: Col 23, automaticamente, per merito di nessuno, questa austera terra eminentemente ministeriale, prefettizia, municipalistica, assetata dacqua, di porti darme, di passaporti, di licenze d’esercizio, di croci di cavaliere, quest’austera terra di piccoli cercatori d’impieghi e di sinecure tranquille, questa roccaforte dell’analfabetismo e del politicantismo spicciolo e profittatore era fascistizzata tutta! Questo non porta però alla pacificazione; è anzi proprio nel primo anno della cosiddetta rivoluzione fascista che si hanno le maggiori violenze. Per lo più sono violenze interne allo scontro fra i tre aspiranti al dominio sulla regione: Franz Navarra Viggiani, Nicola Sansanelli e il già citato Francesco D’Alessio.                          Lucani tutti e tre, i primi due si sono formati e operano a Napoli, il terzo si è da tempo trasferito a Roma. Navarra Viggiani, sul finire del 1922, si rende promo-tore di sezioni nazionaliste per ritagliarsi, in vista dell’annunciata fusione con il PNF, uno spazio nel fascismo lucano. Sarà messo fuori gioco dopo l’eccidio di Bernalda del 31 gennaio 1923 che lascia sul terreno tre contadini intruppati fra i nazionalisti.

Nicola Sansanelli, valoroso ex combattente e già esponente con Aurelio Padovani del fascismo intransigente napoletano, mentre a Bernalda i suoi sparano sui contadini, è a Roma nella commissione incaricata di definire i termini della fusione fra fascisti e nazionalisti |15|.

Per quei fatti e a seguito della deludente prova fornita, fra il novembre del 1922 e l’ottobre del 1923, da segretario generale del PNF, un diktat mussoliniano gli impone di astenersi da ogni intervento nelle vicende lucane |16|. Sarà la sconfessione di Sansanelli che, rifiutando il ruolo di padre nobile del fascismo regionale, avrebbe voluto combattere anche chi si serviva “dell’antinittismo per propiziarsi il Fascismo”, ad aprire le porte all’era D’Alessio |17|.

Questi non è iscritto al fascio e nelle elezioni del 1924, escluso dal listone, chiede l’autorizzazione a fiancheggiare con una sua lista quella fascista per raccogliere i voti della minoranza; la ottiene impegnandosi a tesserarsi subito dopo le elezioni, ma, sopravvenuta la crisi Matteotti, non manterrà la promessa. Si iscrive al fascio solo dopo il 3 gennaio del 1925. Nello stesso anno diventa sottosegretario alle finanze e, con il servilismo proprio ai neoconvertiti, si segnala come relatore alla Camera della riforma per l’attribuzione a particolari categorie di cittadini di uno o più voti supplementari |18|. Il progetto per il voto plurimo sarà poi, per volere del duce, abbandonato, ma nel 1926 con la nomina a segretario federale di Potenza, D’Alessio è il signore incontrastato della regione.   Nel 1927 diventa anche federale dell’appena costituita provincia di Matera, ma è proprio il prefetto della nuova provincia a lanciare la campagna che metterà fine alla sua carriera sentenziando che “Non è e non sarà mai fascista non crede nel fascismo ritiene poterne prevedere caduta e in conseguenza non pensa [che a, ndr] rafforzare propria clientela e posizione elettorale” |19|.

Si può così fissare alla seconda metà del 1927 la fine di quello che “La Basilicata”, riferendosi allo strapotere di chi in camicia nera perpetrava le antiche lotte fra notabili, definito lucanfascismo: una forma cronica e resistente di rassismo. Messo D’Alessio fuori dai ranghi, il sistema da lui creato continuerà a caratterizzare il fascismo regionale fino alla fine. E inutilmente negli anni successivi, considerato che le epurazioni del 1929-30 di podestà e segretari dei fasci comunali si erano rivelate inutili convulsioni, i federali d’impronta staraciana si affanneranno a dire che più che gli uomini occorreva cambiare lo stile del fascismo lucano. Intanto non restava che constatare che “In sette anni da che è stata costituita la Provincia ed in dodici dalla Marcia su Roma, mentre il Regime ha cambiato il volto dell’Italia, qui nulla si è fatto che dia alle popolazioni segni tangibili dell’Era Fascista” |20|. Abbiamo lasciato Aliano accennando al dissidio fra il podestà e il direttorio del fascio locale di cui il maestro Garambone è il membro più influente. Le sue critiche agli amministratori nascono da inimicizia personale verso il collega Vin-cenzo Mele che ricopre la carica di commissario prefettizio. Per vecchi rancori e smodate ambizioni, i due si scambiano, infatti, accuse servendosi di “ogni futile motivo ed implicando con studiata arte ed inconsiderata leggerezza le persone del rispettivo partito per fare del loro livore una causa comune”. Tuttavia, con-clude il sottoprefetto di Matera, non è il caso di prendere provvedimenti poiché Mele si è trasferito per lavoro in un comune vicino e Garambone sta per partire per Mantova dove è istitutore del Convitto Benito Mussolini |21|.

L’allontanamento dei due dovrebbe riportare la pace ad Aliano, continuerà inve-ce fra i loro seguaci una lotta che trova sfogo in esposti anonimi o apocrifi. Si legge in una lettera siglata con il nome del matto del paese: Qui niente va per diritto. Innanzi tutto non esiste religione. Mai questo prete predica fratellanza amore o spiega il Santo Evangelo, mai s’è visto impartire lezioni di catechismo ai bambini. Le chiese, prima parecchie e ben mantenute con pregevoli opere d’arte ora sono ridotte delle bettole: quadri gettati per terra per pasto ai topi, ragnatele, polvere decorano i muri spogliati. Prima esistevano due organi, adesso niente e non si sa dove siano andati a finire. Poi il prete convive con drude e quale è lo spettacolo più irritante vederlo dire la messa mentre il figlio gliela serve. È un alcolizzato. Ciò offende Iddio e il Partito Fascista che tanto ha innalzato la religione cattolica. Le locali autorità non parlano perché hanno le loro pecche e perché gozzovigliano insieme in agapi in onore di Bacco e di Venere. Non esistono leggi né è stato fatto comprendere il grande beneficio che ha arrecato il benemerito governo fascista. Il podestà […] Nittiano, abbonato sostenitore del defunto giornale sovversivo La Basilicata, negoziante, pensa ad intimidire il popolo con la sua carica per farlo andare ad acquistare qualsiasi genere nel suo negozio a discapito di tutti gli altri negozianti e del paese non s’interessa: vie sporche (non esistono spazzini), nel cimitero pascolano maiali e pecore. […] Non possiamo sopportare simili cose, simili abusi di questi fascisti dellultimora portati su da S.E. D’Alessio […] Ci faccia togliere questo fardello troppo pesante per carità e s’innalzino i veri fascisti che troppo farebbero pel bene del paese |22|.

Le accuse si riveleranno fondate: il podestà negoziante costringe la popolazione a rifornirsi solo da lui che pratica prezzi più alti che nelle città, l’abitato è sporco ed è anche vero che, in mancanza di muri di cinta, il cimitero è ridotto a pascolo |23|.

NOTE

|1| G. De Donato e S. D’amaro, Un torinese del Sud: Carlo Levi: una biografia, Milano 2001, p. 131.                            |2| C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, L’autore all’editore, Torino 1945, p. V.                                                             |3| C. Levi, Tutto il miele è nito, Torino 1964, p. 72.

|4| G. B. Bronzini, Il viaggio antropologico di Carlo Levi, Bari 1996, p. 151.

|5| Il riferimento, citato F. R. Uccella in Gagliano e il parco letterario di Aliano: metamorfosi di una memoria, è a Gente di Gagliano, ritratti di personaggi leviani, (Matera 1994) di A. V. Colangelo i cui giudizi sono stati poi ripresi da F. Vitelli ne Il germoglio sotto la scorza, Roma 1998.

|6| C. Chiummiento, Questione meridionale, in Don Chisciottino del 6-1-1913.

|7| Ib.

|8| P. Corti (a cura di), Inchiesta Zanardelli sulla Basilicata 1902, Torino, 1976. Si veda anche, di G. Caserta, Giuseppe Zanardelli: un viaggio nella terra in cui la pazienza fu più grande della miseria (14-30 Settembre 1902), in www.old. consiglio.basilicata.it/pubblicazioni/zanardel-li/05.pdf

|9| Numero speciale de La Basilicata nel mondo, anno II, nn. 4-5-6, 1925, ora ripubblicato in ristampa anastatica, vol. II, pag. LIII.

|10| Archivio di Stato di Matera, Gabinetto Prefettura, Ricovero 1990 (da ora in poi ASM, Gab. Pref. Ric. 90) busta 28, Relazione d’in-chiesta sul Comune di Aliano del 18 Dicembre 1921.                                                              |11| G. Salvemini, Suffragio universale, questione meridionale e riformismo, Biblioteca della Critica Sociale, p. 55, ora consultabile in www.bibliotecadigitalefondazionegramsci. org/index.php?option=com_flippingbook&vie w=book&id=17:opuscolo-28350

|12| R. Vivarelli, Storia delle origini del fasci-smo, vol. I, Bologna 1991, p. 18.

|13| ASM, cit., Risultato informazioni, del 9-10-1926.

|14| C. Magistro, Nitti. Lettere lucane, in Bol-lettino Storico della Basilicata n. 19. Anno XIX, 2003.

|15| R. De Felice, Mussolini il fascista. La conquista del potere 192125, Torino 1966, p. 504.

|16| Archivio Centrale dello Stato (da ora in poi ACS), SPD CR 1922-1943, b. 92 WR, fasc. Sansanelli Nicola. Lettera a S. E. Benito Musso-lini, del 17 novembre 1923.

|17| M. Manfredi, Il fascismo di Basilicata, opu-scolo a stampa, Matera 1923, p. 13.

|18| I disegni di legge presentati dal Governo, cfr. La Stampa del 13-1-1925.

|19| Già cit. da C. Magistro in Il Materano fra totalitarismo e liberazione alleata, cfr. Bollet-tino Storico della Basilicata n. 21/2005, pp. 37-38.

|20| Ib. p. 42.

|21| Gab. Pref., Ric. 90, b. 28, Circa il dissidio tra il Podestà e il Direttorio del fascio di Alia-no, informativa del 6-11-1926.

|22| Ib., Lettera apocrifa del 26-8-1927.

|23| Ib., Ricorso contro il Podestà, nota del 20-9-1927.

 

 

 

 

 

 

 


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