Londra – “Non respiro, non respiro. Sono stato accoltellato”. L’uomo in uniforme: “Non credo proprio, amico”. Il video è del 3 dicembre 2025. Un ragazzino britannico è immobilizzato, sofferente, sfinito. Ammanettato a terra dalla polizia – primo tragico errore – dopo essere stato accoltellato da un 23enne sikh fanatico delle armi, Vikcrum Digwa. L’assassino ha appena raccontato agli agenti di essere stato vittima di un’aggressione razzista: mentiva. Il ragazzino schiacciato al suolo si chiamava Henry Nowak, aveva 18 anni: ha esaltato l’ultimo respiro durante il controllo, morto tra chi lo doveva salvare e proteggere. È il rovesciamento del caso di George Floyd: non l’americana Minneapolis ma Southampton, Gran Bretagna; la vittima non afroamericana ma di pelle bianca. La destra inglese, a partire dal movimento Turning Point UK, ha già coniato lo slogan: non “Black” ma “White Lives Matter”. Propaganda politica a parte, le ragioni per sollevare pesantissimi interrogativi sulla sconcertante fine di Henry Nowak ci sono tutte.
Il 23enne Vickrum Digwa arrestato per l’omicidio del 18enne Henry Nowak
L’omicidio di Henry Nowak, studente universitario scambiato per aggressore: il suo assassino condannato all’ergastolo
Il caso è quello di un 18enne inglese, studente universitario al primo anno, accoltellato a morte con ferocia a dicembre in una strada di Southampton dal 23enne Digwa: cittadino britannico di radici indiane e fede religiosa sikh, riuscito poi ad accreditarsi incredibilmente di fronte alla polizia, nell’immediatezza dei fatti, come vittima lui di una fantomatica aggressione razzista. La condanna all’ergastolo inflitta lunedì all’assassino – almeno 21 anni il termine effettivo minimo di reclusione in carcere – non è bastata e non può bastare a placare lo sdegno della famiglia Nowak. Mentre nel Regno Unito continuano a montare le proteste alimentate sin dall’inizio della vicenda da esponenti e gruppi del nazionalismo radicale contro le forze dell’ordine. E contro le colpe addossate al “progressismo politically correct”.
Al centro della bufera c’è comunque in primis la Hampshire and Isle of Wight Police, i cui agenti si fecero fuorviare inizialmente da Digwa, capace di simulare un episodio di razzismo a carico della povera vittima. E finirono per ammanettare il 18enne, già agonizzante, prima di accorgersi delle sue ferite mortali. Alcuni testimoni avevano raccontato con orrore degli ultimi flebili lamenti di Henry. E di come i ‘tutori della legge’ si fossero spinti addirittura a rifocillare l’aggressore, prima di capire l’inganno.
Dettagli che hanno costretto la stessa polizia – dopo le scuse pubbliche nel processo – a rilasciare in queste ore le immagini e l’audio shock registrati dalla videocamera di uno degli agenti intervenuti: registrazione che mostra le manette di plastica strette inconcepibilmente ai polsi dello studente morente, riverso sul marciapiede; e svela le ultime parole sussurrate dal ragazzo – “non posso respirare” – identiche a quelle pronunciate tragicamente dall’afroamericano George Floyd a Minneapolis nel 2020. Dopo un’altra frase disperata, “sono stato accoltellato”, alla quale un poliziotto replica assurdamente: “Non credo proprio, amico”.
Il padre, la madre e la sorella di Henry in ogni modo non si accontentano e chiedono azioni concrete, sia agli organi disciplinari della pubblica sicurezza, sia al governo laburista di Keir Starmer: limitatosi per ora a condannare il fatto di sangue e a ribadire l’impegno a combattere la diffusione nel Regno dei “crimini all’arma bianca”, spesso commessi e subiti da giovanissimi, per “mettere fine a un ciclo di orribili tragedie”.
Il caso è approdato pure in Parlamento, dove la ministra dell’Interno, Shabana Mahmood, ha riconosciuto che la famiglia “ha diritto a risposte precise” dopo la diffusione del video “tragico e scioccante” sulla morte del 18enne. Papà Mark ricorda intanto il figlio come un bravo ragazzo, dicendosi straziato non solo per la sua uccisione senza motivo (la sentenza del giudice della Southampton Crown Court che ha condannato Digwa esclude evidenze anche minime di provocazioni razziali), ma per averlo visto “lasciato morire senza dignità”. A causa del “trattamento degradante e disumano” imputato alla negligenza dei detective.
Un grido di dolore e collera su cui fa leva la polemica politica e di piazza ispirata da destra a una sorta d’inversione degli slogan del movimento Black Lives Matter, nato a suo tempo negli Usa sull’onda del caso Floyd in risposta ai ricorrenti abusi della polizia contro i neri. Polemica già riecheggiata da Elon Musk. E trascinata da Nigel Farage, leader del partito trumpiano anti-immigrazione Reform Uk, secondo il quale il capovolgimento di giudizio degli agenti fra buoni e cattivi a Southampton sarebbe solo l’ultimo frutto avvelenato dei condizionamenti crescenti di un presunto “razzismo contro i bianchi”. Faida ideologica da cui i vertici della folta comunità sikh britannica provano almeno loro a sottrarsi, condannando l’accaduto con fermezza ma come qualcosa d’individuale. E negando, se non altro, che una delle due lame usate da Digwa per infierire su Henry fosse un kirpan: coltellino ricurvo rituale che alcuni fedeli portano con sé.
Oltre a Turning Point UK – il ramo britannico dell’organizzazione fondata da Charlie Kirk, l’attivista statunitense assassinato il 10 settembre 2025 – e a Reform Uk, il partito trumpiano britannico guidato da Farage, a cavalcare l’ondata di collera hanno contribuito in questi mesi anche estremisti extraparlamentari come Tommy Robinson. “Tutti in questo Paese sono uguali davanti alla legge”, ha dichiarato la ministra dell’Interno britannica Shabana Mahmood, intervenendo alla Camera dei Comuni dopo la diffusione degli “sconvolgenti e tragici” filmati delle bodycam relativi al caso Nowak. La ministra Mahmood ha definito il delitto “un atto orribile” e ha assicurato che l’organismo indipendente di controllo della polizia disporrà di “risorse, autorità e indipendenza” per condurre un’inchiesta “completa, coraggiosa e trasparente”. La ministra ha invitato alla prudenza nel dibattito pubblico, sottolineando che spetterà alle indagini stabilire eventuali responsabilità degli agenti e ribadendo che “la polizia ha il sacro dovere di operare senza paura né favoritismi” e che “l’uguaglianza di ogni cittadino è il fondamento del nostro sistema giudiziario”.
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